RoseMary

Passeggiavamo io e lui, il pomeriggio era avvolto dall’afa. Il suo volto, carico di premure, risultato di mille provini, mi stringeva la mano soppesandola come una mela acerba. Il mio vestito giallo semplice, corto, delizioso. Non c’è niente di più facile che camminare. Quando pervenne la lettera d’addio, stavo parlando d’amore davanti a una cinepresa. Per fortuna, era solo una prova.

La cosa che mi fa veramente paura non sono quelle voci che respirano i muri. Anche quando toglievamo i vestiti, impazienti di giacere insieme per terra, le voci parlavano ancora. Ho accettato di farli entrare. Divoravano e parlavano, parlavano e divoravano. Sono diventata sempre più magra. Avrei dovuto sbocciare. Dicevano che sarei sbocciata. Adesso parlano solo di lui. Ignorano quando dico che mi fa male.

Stringo il coltello e striscio verso la dissolvenza del corridoio. Nel salotto tutti ridono. Nessuno farà del male al bambino. Stringo il coltello e passo oltre, la vostra condiscendenza, la cortesia, sapete dove potete ficcarvela. Mi sono illusa fin dall’inizio che fossi io a decidere? La cosa che mi fa veramente paura non è lo sguardo del diavolo, le congiure secolari, il potere temporale,  il potere  spirituale.

No.

La cosa che mi fa veramente paura è quando mi guardate come se fossi un vecchio sacco vuoto.

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