Rimedi innaturali contro il gelo

In quegli anni, le tecnologie estrattive in uso in tutto il Braccio di Orione erano arrivate a fondere gli operai e le creature sintetiche, al fine di ottenere processi produttivi organizzati e continuativi.

L’efficienza nell’accumulare reddito divenne superiore di diverse lunghezze alla capacità di distribuirlo. Secondo l’economista Rattenkönig i costi di produzione, il valore di mercato, i parametri di ricchezza si erano fusi in un contorto groviglio di paradossi inestricabili.

Le autorità preposte, vista la situazione, non trovarono di meglio che trasformare il concetto di produttività in un vero e proprio sistema dogmatico-religioso, in grado di fornire energia perpetua al vano affaccendarsi dei sottoposti. L’adesione spontanea a un sistema di turni e orari verificabili rendeva il controllo molto più facile.

Fulcro di questo nuovo ordine fu l’invenzione delle formiche biomeccaniche, impiegate nei giacimenti di risorse preziose. Attraverso una connessione neuronale con queste creature, si formavano gruppi in grado di scavare in profondità e segnare i percorsi emettendo feromoni a ogni passaggio. Ciò permetteva di mappare con efficacia i percorsi esauriti, evitando ostacoli e scegliendo le strade migliori.

Quando giunsi nel freddo Yukon, non riuscii a trovare un lavoro migliore di quello nella cava.  Venni assunto come teleguidatore e mi insegnarono a manovrare le formiche biomeccaniche. Passavamo dodici ore al giorno sincronizzati alle colonie scavatrici, che ormai si muovevano come estensioni della nostra stessa fame.

La distanza tra i nostri pensieri e le azioni che compivamo era un intrico di corridoi e vicoli ciechi di plastica e metallo, perché dal sottosuolo si cavava poco e niente. Era come se la terra avesse trovato il modo di  imprigionarci in un formicaio su cui era stato versato metallo fuso. Il valore dei pezzi raccolti scendeva vertiginosamente, assieme alle nostre aspettative.

Io perdevo circa un’ora di sonno a notte. Iniziai a credere che il tempo rubato non fosse mai esistito,  se non come teorizzazione socio-economica.

Senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai a recitare immagini sempre più sgradevoli e aliene di me stesso. Rimasi ad osservarmi da un altro dove, mentre  mollavo un pugno allo stomaco di qualche altro idiota affamato come me, nello squallido scenario di un saloon puzzolente.

Non so cosa mi avesse detto o fatto, ma era come una sceneggiatura perfetta. I miei colleghi avevano aspettato per mesi che reagissi a qualcosa.

Giorno dopo giorno, mi tormentavano con piccole crudeltà fastidiose ma impossibili da denunciare senza apparire polemico e guastatore di armonia: un ritardo nelle comunicazioni giornaliere, blocchi improvvisi nelle gallerie solo per il mio gruppo.

Per loro, l’esistenza andava affermata con la forza, battendosi il petto come scimmie urlatrici, fino a zittire le voci e far prevalere la propria.

L’educazione che avevo ricevuto, le cose in cui credevo, mettevano in crisi i loro modelli.

Corrompermi era azione di difesa del loro piccolo mondo. E finalmente erano riusciti a farmi scoppiare. Avevano vinto, ero come loro.

L’idiota strisciava per terra e tutti erano in cerchio, chiudendomi il passaggio, eccitati dal sangue, convinti che dovessi esibire davanti a tutti la prova di essere uomo.

Ridevano di gusto, la morsa del gelo sui loro volti si scioglieva.

Corsi fuori e gridai sparando in aria, rivolto alle cime ipocrite delle montagne innevate. Siete contenti adesso, figli di puttana. Mi graffiai le guance con le dita gelide, offrendo al tramonto il mio sangue caldo.

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