Una mattina, mi son svegliato

Avete presente un film dell’orrore?
I migliori sono quelli che hanno il potere di catturarti dentro la storia.

E allora…  metti che sei per strada.

Ti stai facendo gli affari tuoi. Ma quel giorno è diverso.

Quel tizio qualunque, che cammina nella tua direzione, ti sembra ostile. Non gli vanno bene i tuoi vestiti, non gli va bene il tuo aspetto, non gli va bene il posto da dove vieni.
Te lo lasci alle spalle. Ma lui non smette di seguirti. Chiama i suoi amici,  parla di te.

Decidono tutti insieme di fare qualcosa. Decidono che è colpa tua se le cose, da un po’ di tempo, da quelle parti, non vanno bene.

A chi dare la colpa, altrimenti?  Hai rubato il lavoro. Forse hai rubato a qualcuno di loro le cose che hai addosso. Anche se hai lavorato duro per conquistarle, appartengono comunque a tutti loro per diritto di nascita.

E poi…nessuno ti conosce. Potresti essere un assassino. Chi può saperlo? Come fare a difendersi? Meglio colpire per primi.

Difesa preventiva. La votano tutti, riuniti in una gigantesca assemblea di condominio.
Lo decide la signora del negozio di fiori, l’idraulico, il giornalaio. Lo decide la zia. Lo decide la bambina del quarto piano. Lo decide il giudice, lo decide il dottore. Sono tutti con una pietra in mano, scheggiata e aguzza, pronti a far scorrere il sangue di tutto ciò che è piccolo, debole, diverso per difendere i loro piccoli angoli di egoismo e piacere quotidiano.

Si mettono a camminare tutti insieme per venirti incontro. Sembra il quadro del Quarto Stato. Solo che non vengono per cambiare il mondo, ma per cambiarti i connotati.

Iniziano a lanciarti delle pietre, ti fanno sanguinare e crollare. Ti seppelliscono. Sembrano gli ebrei che deponevano sassi sulla lapide di Schindler nel celebre film, solo che al posto di anziani sopravvissuti pieni di gratitudine ci sono degli zombie ignoranti che biascicano “E’ tutta colpa sua, è tutta colpa sua…”. Seppelliscono te e sembra quasi che la Storia, la Ragione vengano sepolte insieme a te, sasso dopo sasso, tre metri sopra l’Inferno.

Il giorno dopo però sei ancora in strada. Il film ricomincia da dove era partito.
E’ ancora il 4 Marzo. La neve non si è ancora sciolta.

In strada c’è un signore che ti sembra familiare.

Ha in mano una pistola.
Meglio così, pensi. Coi tempi che corrono meglio difendersi, no?

Cammina verso di te.

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Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

Dreams of the Nursery: Rainbow Human Cosmic Fluid

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Il primo sogno e’ ambientato in un futuro dagli scenari simili a una space opera, con tocchi di colore fluorescente psichedelico e persone abbigliate in stile glam rock. La vita delle persone scorre come la stagione di una serie televisiva, di cui vengono mostrati i momenti salienti. Quando il flusso di eventi vitali arriva allo snodo narrativo risolutivo/conclusivo, la persona viene messa in una capsula trasparente. All’interno di essa, il suo corpo si scioglie e si  trasforma in una specie di liquido luminoso e multicolore. Questo liquido viene poi drenato e inoculato attraverso dei tubi verso il centro esatto dell’universo, o comunque un punto che sembra costituire l’anima o il  legante che tiene assieme la struttura cosmica.

Nel secondo sogno, devo andare a comprare un vestito elegante per una cerimonia, ma come sempre non ne ho voglia. Allora vado a sceglierlo in una catena di abbigliamento dozzinale e dai prezzi modici. Mi accompagna un mio ex professore il quale, per tutto il tragitto, si lamenta del luogo prescelto per i miei acquisti, criticandolo ed enumerando tutti i difetti di quella catena di negozi, che peraltro conosco gia’ a menadito. Quando arriviamo li’ pero’ nota un soprabito che gli piace e vuole assolutamente provarlo. Cosi’ sono costretto ad assisterlo, perdendo tempo.

Dreams of the nursery: a dream of flying

Il primo sogno ha un’ambientazione casalinga.

Fanno le pulizie a casa nostra. Lasciano le finestre aperte. Il gatto Ketchup inizia a saltare e correre per casa, come suo solito.  Io gli corro dietro, lo acchiappo per la collottola ogni volta che si avvicina a qualche finestra, perché ho paura che cada di sotto. Poi richiudo le serrande. Continuiamo a inseguirci, lui salta e io lo acchiappo, acchiappo e chiudo, chiudo e acchiappo. Le finestre lasciate aperte sembrano non finire mai e mi ritrovo in una situazione che ha il ritmo e i contorni di un videogioco.

Il secondo sogno ha un tema molto banale, il volo.
Eppure, mi sono divertito un sacco. Ho provato una sensazione di serenita’, perché avevo come la sensazione di essere  diluito in quello scenario, di averne il pieno controllo.

Nel sogno, cammino per le strade in pietra di un borgo antico, simile a quello di Milazzo, la città da cui provengo. Ma i riferimenti geografici sono ambivalenti, perché mentre mi aggiro in quella zona   sono convinto di essere ancora a Milano, anche se in una stradina dall’apparenza più antica.

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A un certo punto inizio a scendere per la scalinata in pietra, con un passo sempre più sostenuto. Comincio a saltare in corsa da un gradino all’altro, come facevo da ragazzo. A ogni salto divento più leggero.

Alle mie spalle, un ciclista si regge forte al manubrio e inizia a scendere in bici sui gradini, affiancandosi a me.

E’  in quel preciso momento che me ne accorgo. Non sto saltando. Sono sospeso in aria. Sto volando!

Anche il ciclista, in sincrono con me,  pedala nel vuoto. Le ruote della bici girano, lui mantiene entrambe le mani salde sugli appoggi e ogni tanto, non so perché, mi lancia uno sguardo preoccupato. Capisco che ha paura per me, teme che possa cadere. Anch’io lo guardo, ma per rassicurarlo. Infatti in quel momento è come se il vento stesso abbia cominciato ad assecondare i miei pensieri. Le gambe, le braccia, il corpo sono protesi in avanti, spingendo come a dare una direzione.

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Rimango stabile, correggendo ogni tanto la rotta del volo se la discesa degli scalini si incurva e mi trasformo in tranquillità congelata, innaturale ma dolcissima.
Dentro di me sono felice, perché sono convinto di aver capito in qualche modo la meccanica del volo per gli esseri umani.
Alla fine però atterriamo.  Io vado verso un bar a bere qualcosa e scorgo, tra gli avventori, anche il ciclista. Ma non mi va di salutarlo.

 

Il lupo e l’agnello democratico

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Un lupo  sgranocchiava il suo osso[1], accucciato a monte di un corso d’acqua.

Cacciò pigramente con lo sguardo, finché non scorse un agnello che beveva placido,  in fondo alla valle.
La bocca sollevò  dal fiero antipasto  e gli ululò contro:

“Ma che fai, intorbidi l’acqua?”

“Oh, mi scusi, non intendevo, non sapevo…sono nuovo di queste parti! Sono arrivato dall’Argentina…”

“Lo sapevo! Sei venuto a rubare il lavoro agli agnelli italiani!”

“Ci mancherebbe! Io sono stato importato secondo le corrette normative del mercato comunitario!”

“Quindi sei uno di quei comunisti di merda!”

L’agnello sorrise[2]
“La mia famiglia si identifica da sempre con le correnti più  moderate… per questo sono costretto a dissociarmi dalla sua terminologia. Nel dibattito politico c’è spazio per chiunque, però bisogna usare toni costruttivi!”

 

“Non ho sentito bene, hai detto mi dissocio o “sono frocio”?

“Non ci sarebbe nulla di male in quel caso, ma mi dispiace correggerla ancora…sono eterosessuale”

“Però sei moderato “lo incalzò il lupo  “Di questi tempi è un problema… potresti lasciare il paese in mano ai finocchi ideologi del gender”.

Iniziò a scendere verso la valle, digrignando i denti.

L’agnello, nel tentativo di procrastinare l’inevitabile, mormorò:
“Non c’è bisogno di fare così! Comprendo che io e lei la pensiamo in modo diverso su tante cose, ma possiamo coesistere. Come diceva quel saggio?[3]:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo».

Il lupo ormai si teneva la pancia per il troppo ridere.
“E sai come si dice invece, dalle mie parti? Ogni mattina, un agnello si alza e sa che si sacrificherà dando la vita a minchia.   Ogni mattina, un lupo sa che dovrà svegliarsi presto, perché vuole  essere il primo ad aver l’onere e l’onore di mangiarsi il solito agnello che si sacrifica per chi, entro la fine della mattinata, lo mangerà comunque.  Quando sorge il sole, non importa che tu sia un lupo o un agnello… devi correre!”
Con la bocca ancora spalancata dalle risate, si avventò sul malcapitato, che finalmente vide realizzato il suo sogno di agnello sacrificale per la democrazia.

 

La favola ci insegna che Voltaire non perdeva tempo a dire cazzate.


[1]Un  riferimento al celebre “osso sacro”, noto anche ai greci antichi.
[2] Un bassorilievo macedone del 25 a.C. raffigura la scena.
[3] Edward Kasnerr (1786-1438)

Vita Eternia

Il primo eroe che ho avuto nella mia vita è stato He-Man.
Lui era un uomo che

AVEVA IL POTERE!

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Va bene ma…il potere per fare cosa?

Se vai a riguardarti il cartone su Netflix, He-man non faceva chissa’ cosa.
Si limitava a sventare qualche semplice piano dei cattivoni, senza nemmeno picchiarli.
Al massimo, li scagliava dentro qualche pozzanghera di fango, mentre Skeletor scappava in preda alle crisi isteriche.

Poi si accomodava a fine episodio e si metteva a spiegarti la vita.
Non drogarti, rispetta gli amici, mangia più frutta…elementare buon senso.

Però dicevano “Masters”...padroni dell’universo… io ho il potere…

L’unico potere concesso a He-man era lasciare le cose esattamente come le trovava.
Bisogna invece dare atto di una cosa ai cattivi: mettevano in discussione il migliore dei mondi possibili. Non era tutto  risate di papà Re e mamma Regina e festini a corte, ma anche:  montagne del serpenti, pianto, stridor di denti.

Un giorno, guardando oltre quella camicetta rosa e l’andatura da demente che usava per camuffarsi, aiutando gli altri ad allontanarlo dall’immagine di cio’ che gli faceva paura essere, Adam sollevò verso il cielo la sua spada magica e disse

PER LA FORZA DI GRAYSKULL!

 Trovandosi per la prima volta, una volta dissipate le energie della trasformazione, davanti a una verita’ impossibile da negare. Non l’eroe, non l’Altro, ma un giovane condottiero, il comandante designato di un’armata di valorosi soldati, maghi e tecnocrati dai mille ingegni. Una persona che aveva già tutto ciò che gli serviva. Una famiglia, degli amici, un popolo. Un piccolo mondo da difendere e la capacità per farlo.

Ma poi… la trasformazione. Mio padre aveva le braccia grosse e la pelle cotta al sole. Quando mi sgridava, quella voce mi disgregava come un tuono. Giocavo ai Dominatori dell’Universo, lo capisco solo ora, per dare una forma ordinata e comprensibile alle figure disegnate sul mio destino. Giocare per padroneggiare un piccolo universo, trasformarmi in mio padre… ma lui non capiva e pensava che lo odiassi quando interrompeva il gioco. Pensava che coltivassi il senso dell’orrido, del non conforme e tanto non sarai mai come ti vorrei. Se avessi giocato con me avresti capito, papa’. 

Skeletor invece?

Lui non aveva nulla.
E infatti, proprio per questo, voleva il potere.
Gli mancava l’altra metà della spada del potere, che serviva per formare la chiave e aprire il castello. Gli mancavano degli amici. Sì, aveva qualche servo, ma nessuno di essi gli serviva granché. A dirla tutta, gli mancava anche la faccia. Gli mancava il sorriso. Essendo privo di dotti lacrimali, gli mancava pure il pianto.

Per questo Skeletor voleva il mondo, voleva il regno, voleva

  IL POTERE.

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E che cazzo, aveva anche ragione, per certi versi. Forse se gli avessero dato qualcosa non si sarebbe ridotto così.
Se solo la sua faccia non fosse stata così vicina alla paura, alla morte, forse avremmo potuto capirlo di più, senza metterci a invocare tutto il potere dell’universo… solo per farlo andare via. Fino alla prossima puntata.

Del resto, più cresci, più ti avvicini alla paura… e altro.

Quando cresciamo e iniziamo a capire qualcosa, fuori da quelle quattro regole di buon senso nate per non farci sbattere contro il nostro stesso recinto,  impariamo qualcosa che non ci piace. E allora, tentiamo di cambiarlo.

Pensiamo subito che ciò significhi avere

IL POTERE

Qualcuno si limita semplicemente ad andare in palestra e farsi qualche lampada per essere bello e rispettato.
Non dico proprio ad Eternia, ma perlomeno nel cortile dietro casa.
Altri invece inseguono tutta la vita

 

IL POTERE

 

consumandosi pure la faccia nell’attesa, credendo che raggiungerlo significhi avere ciò che manca.

Come un bambino che urla dal giocattolaio perché vuole che il padre compri tutti i pupazzi dei Masters, perché crede che solo collezionandoli tutti potrà davvero iniziare a giocare sul serio.

Forse He-man,  nemmeno voleva partecipare a questa gara di avere e potere. Quando combatteva era sempre un po’ sardonico, quasi scocciato. Era felice solo quando poteva sparare le sue stronzate da pedagogo a fine episodio. Magari , ci pensi, voleva solo cambiar presto mestiere e coronare il suo sogno di diventare educatore, condividere le cose che sapeva specchiandosi nello sguardo allegro di un bambino invece che nelle vuote orbite fameliche di un nemico ottuso e poco impegnativo.

Crescendo ho iniziato a capire un po’ Skeletor. Non è che  io sia insoddisfatto da quello che ho. E’ che non riesco ad accettare la fame. Non riesco ad accettare che sia più difficile distribuire questo fantomatico potere che immaginarlo. Che esiste ed esisterà sempre qualcuno di cui siamo convenientemente ignari, che desidera e muore nel desiderio, disposto a strapparci tutto. Abbiamo accesso a una società del desiderio, un motore economico che si rigenera sempre sulla base del trono di un vincitore e intorno alla definizione di un premio.

L’unico costo di tutto ciò è vedere ogni tanto qualcuno che non ce la fa.

Il vero volto della sconfitta non ha la dignità  commovente dei personaggi del romanzo sociale. E’ spesso ridicolo e isterico, brutto al punto tale da essere nascosto. Non ricordo il punto in cui celarlo è diventato un compromesso accettabile, in cui l’empatia è sembrata un orpello un po’ patetico. Invidio la serenità di chi accetta le cose come sono e le racconta così come saranno.

He-man sta bene, io sto male. He-man è il bene, Skeletor il male, io non so dove stare.

Mi piacerebbe uno di quei consigli a fine episodio, in grado di rendere più nitida la strada del buon senso, per poi andare tutti a corte a festeggiare. In preda a questa dissonanza invece, vado nei meandri delle grotte fredde di Skeletor, sentendomi uno che si prende un po’ troppo a pugni in faccia da solo, e che del resto non può fare nient’altro che questo. Come Two Bad.

Twobaddy

Rimedi innaturali contro il gelo

il-mondo-dei-robot-yul-brynner-e1430731001433In quegli anni, le tecnologie estrattive in uso in tutto il Braccio di Orione erano arrivate a fondere gli operai e le creature sintetiche, al fine di ottenere processi produttivi organizzati e continuativi.

L’efficienza nell’accumulare reddito divenne superiore di diverse lunghezze alla capacità di distribuirlo. Secondo l’economista Rattenkönig i costi di produzione, il valore di mercato, i parametri di ricchezza si erano fusi in un contorto groviglio di paradossi inestricabili.

Le autorità preposte, vista la situazione, non trovarono di meglio che trasformare il concetto di produttività in un vero e proprio sistema dogmatico-religioso, in grado di fornire energia perpetua al vano affaccendarsi dei sottoposti. L’adesione spontanea a un sistema di turni e orari verificabili rendeva il controllo molto più facile.

Fulcro di questo nuovo ordine fu l’invenzione delle formiche biomeccaniche, impiegate nei giacimenti di risorse preziose. Attraverso una connessione neuronale con queste creature, si formavano gruppi in grado di scavare in profondità e segnare i percorsi emettendo feromoni a ogni passaggio. Ciò permetteva di mappare con efficacia i percorsi esauriti, evitando ostacoli e scegliendo le strade migliori.

Quando giunsi nel freddo Yukon, non riuscii a trovare un lavoro migliore di quello nella cava.  Venni assunto come teleguidatore e mi insegnarono a manovrare le formiche biomeccaniche. Passavamo dodici ore al giorno sincronizzati alle colonie scavatrici, che ormai si muovevano come estensioni della nostra stessa fame.

La distanza tra i nostri pensieri e le azioni che compivamo era un intrico di corridoi e vicoli ciechi di plastica e metallo, perché dal sottosuolo si cavava poco e niente. Era come se la terra avesse trovato il modo di  imprigionarci in un formicaio su cui era stato versato metallo fuso. Il valore dei pezzi raccolti scendeva vertiginosamente, assieme alle nostre aspettative.

Io perdevo circa un’ora di sonno a notte. Iniziai a credere che il tempo rubato non fosse mai esistito,  se non come teorizzazione socio-economica.

Senza nemmeno rendermene conto, mi ritrovai a recitare immagini sempre più sgradevoli e aliene di me stesso. Rimasi ad osservarmi da un altro dove, mentre  mollavo un pugno allo stomaco di qualche altro idiota affamato come me, nello squallido scenario di un saloon puzzolente.

Non so cosa mi avesse detto o fatto, ma era come una sceneggiatura perfetta. I miei colleghi avevano aspettato per mesi che reagissi a qualcosa.

Giorno dopo giorno, mi tormentavano con piccole crudeltà fastidiose ma impossibili da denunciare senza apparire polemico e guastatore di armonia: un ritardo nelle comunicazioni giornaliere, blocchi improvvisi nelle gallerie solo per il mio gruppo.

Per loro, l’esistenza andava affermata con la forza, battendosi il petto come scimmie urlatrici, fino a zittire le voci e far prevalere la propria.

L’educazione che avevo ricevuto, le cose in cui credevo, mettevano in crisi i loro modelli.

Corrompermi era azione di difesa del loro piccolo mondo. E finalmente erano riusciti a farmi scoppiare. Avevano vinto, ero come loro.

L’idiota strisciava per terra e tutti erano in cerchio, chiudendomi il passaggio, eccitati dal sangue, convinti che dovessi esibire davanti a tutti la prova di essere uomo.

Ridevano di gusto, la morsa del gelo sui loro volti si scioglieva.

Corsi fuori e gridai sparando in aria, rivolto alle cime ipocrite delle montagne innevate. Siete contenti adesso, figli di puttana. Mi graffiai le guance con le dita gelide, offrendo al tramonto il mio sangue caldo.

RoseMary

Passeggiavamo io e lui, il pomeriggio era avvolto dall’afa. Il suo volto, carico di premure, risultato di mille provini, mi stringeva la mano soppesandola come una mela acerba. Il mio vestito giallo semplice, corto, delizioso. Non c’è niente di più facile che camminare. Quando pervenne la lettera d’addio, stavo parlando d’amore davanti a una cinepresa. Per fortuna, era solo una prova.

La cosa che mi fa veramente paura non sono quelle voci che respirano i muri. Anche quando toglievamo i vestiti, impazienti di giacere insieme per terra, le voci parlavano ancora. Ho accettato di farli entrare. Divoravano e parlavano, parlavano e divoravano. Sono diventata sempre più magra. Avrei dovuto sbocciare. Dicevano che sarei sbocciata. Adesso parlano solo di lui. Ignorano quando dico che mi fa male.

Stringo il coltello e striscio verso la dissolvenza del corridoio. Nel salotto tutti ridono. Nessuno farà del male al bambino. Stringo il coltello e passo oltre, la vostra condiscendenza, la cortesia, sapete dove potete ficcarvela. Mi sono illusa fin dall’inizio che fossi io a decidere? La cosa che mi fa veramente paura non è lo sguardo del diavolo, le congiure secolari, il potere temporale,  il potere  spirituale.

No.

La cosa che mi fa veramente paura è quando mi guardate come se fossi un vecchio sacco vuoto.

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Dreams of the nursery found a baby, suddenly a knock.

Due sogni a breve distanza, non so se collegati o meno. Sono in giro in macchina nel mio luogo natìo, è una buona giornata. Ci fermiamo in un negozio, ma all’uscita troviamo un neonato abbandonato. In attesa del da farsi, lo teniamo noi, ma abbiamo un po’ di ansia per quando verranno a reclamarlo, perché ci piace molto.

Nel secondo sogno sono sempre da quelle parti, ma in casa coi parenti. Bussano alla porta  e mia madre va a vedere,  ma appena apre si spaventa, chiude tutto a chiave e corre a dirci che c’è un nemico, una minaccia. Siamo tutti spaventati, io prendo un bastone e cerchiamo di usare gli smartphone per chiedere aiuto. Ma non funzionano bene, non si riesce a scrivere niente, non c’è campo né connessione. Tento e ritento con dita tremolanti, mentre si sente bussare di continuo. Il senso di incertezza mista a immobilità tronca di netto il sogno e mi rigetta nel risveglio.

星のデジャ・ブー

robot

Da mille e mille anni ormai le catene dei re scorpioni cingevano il Braccio di Orione.

I nostri padri avevano imparato a strisciare come bambini sotto l’ombra di cheliceri voraci.

Pedipalpi luccicanti di bava  serravano ogni possibilità di azione e reazione, nella concezione temporale lineare.

I nostri cronopoeti erano ridicoli, impreparati,  bloccati nei corsi e ricorsi storici.

Furono mangiati, digeriti e poi mangiati di nuovo.

In ogni caso,  c’è sempre meno voglia di parlare di queste cose.

Detta come va detta,  io e la mia divisione marciamo come ubriachi.
Capo raccolta  Calamity spreca risorse e munizioni in attacchi pirotecnici al bestiame degli indigeni, che i re scorpioni ci pagano per razziare.

Quel bifolco sta distruggendo più di quanto si riesca a mettere da parte. L’inverno ci verrà saldato?

A volte penso alle mie mansioni. Il fatto di essere un buon tiratore mi riserva i compiti più noiosi. Stai nascosto, prendi la mira, spara.

A Calamity è riservato ogni onore, i canti, le cortesie, le audaci imprese. A me solo oneri e una tazza di scodella, a cercare l’onore tra i ladri. Forse dovrei disertare.

Un maestro un giorno mi parlò della concezione relativistica.

Si tratta di un piccolo tesoro di eventi non ancora germogliati, custoditi nella fascia di asteroidi.

L’unico modo per bloccare il predominio dei re scorpioni nella concezione lineare, sostiene il maestro,  consiste nello spostarsi attraverso la concezione relativistica.

Ora, se riuscissi a rubare una nave d’assalto…

Sono vascelli piccoli e veloci,  i cannoni a particelle che hanno in dotazione arrivano al calibro sette. Credo che sia sufficiente per polverizzare abbastanza asteroidi da aprirmi la strada.

Certo, prima ancora di aver finito di pensare tutte queste cose potrei essere morto. E poi masticato e digerito.

Oppure potrei essere sicuro di restare vivo, aggiornando ogni mattina la stessa maledetta statistica.

Soppeso nell’aria scelte invisibili e all’improvviso mi sento osservato.

Dal sonno, emerge  l’eco di un’ombra di luce pallida che taglia il buio.

E’ uno di quegli ologrammi che ogni tanto disturbano la trasmissione dei sogni.
Da fuori, mi sembrerebbe un fantasma. Qui nel buio invece è così simile a me.

Anche lui tiratore?  Anche lui scelto?

Scelti per cosa, poi, in definitiva?

Forse sto assistendo al primordio di una nuova gemma, germogliata oltre gli asteroidi?Il fantasma protende l’immagine di un dito mal sintonizzato verso il mio cuore, a mo’ di pistola.

Così capisco. E inizio a parlargli.

Io sono già stato qui. E’ tempo di raggiungerti, mio simile, fratello.

Perché sapete, io conosco meno di voi la natura di quel che ho davanti. So che i germogli non chiamano nessuno e che la morte invece ama scherzare con tutti.

Però conosco bene  quella pagina al mattino da aggiornare, che non diventa mai bianca.

E allora penso, la mia sacca è vuota, ma può bastare.

Alle prime luci dell’alba, verrà il tempo di sognare.