Collocamento mirato entità concettuali

Il 20 Gennaio 201x  il Signor Wells, ripieno delle sue facoltà mentali, entrò nella casa dei fantasmi. Da bambino ci giocava a sorte. Uno fuori, gli altri dentro. Poi dovevi entrare a cercarli, per non farti spaventare. La soglia era socchiusa, come tanti anni fa. Wells aveva un’età, una ragione, con la quale o senza la quale. Entrò senza stringere emozioni. Non è che mi ci sono ritrovato, pensò. Sono le scelte che facciamo a tracciare i contorni del mondo che ci circonda. E quando cammini nel buio dai solo forma al silenzio. Quando abbracci le ombre, indichi loro un posto dove stare. Accese la luce, ma il buio rimase. Sentì stringersi attorno a sé il più grande ricevimento che potesse immaginare. Vecchi amici, molti nemici. Non sapeva dove andare, per cui frugò in tasca. Trovò solo una piccola macchina del tempo. Abbassando la manovella, poteva avvicinarsi o allontanarsi dal giorno della propria morte. Anche lo scricchiolio dei suoi passi smise di fargli compagnia. Si staccò da terra. Le ombre accorsero a spegnere tutte le luci nella sua testa. Mentre si addensavano, avrebbe potuto giurare che fossero felici di aver trovato un impiego stabile.
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Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.

Cosa fanno quando sei lontano

Quando partirai, senza dire nulla nemmeno al destino, vedrai lontano. Vedrai la sera di Natale in cui Isabella si è avvicinata al Conte per la prima volta.

Nello sciabordio delle risate, vedrai una gara a chi arriva prima in fondo alla strada. Il gusto del vino  dorme ancora in bocca. Ti riconoscerai a stento nella voce di chi ha già iniziato a raccontarti.

Ti aggrapperai alle ultime sillabe di chi ha già smesso di farlo. Nella costruzione di nuove identità, la prima volta che hai pianto, la prima volta che hai sorriso, finiranno sepolte sotto le fondamenta.

Vedrai i palazzi della grande città, un giovane manovale ancora ignaro della fama che silenziosa l’accompagna.

Vedrai file archiviati sull’hard-disk.  Non si tratta di cassetti, spalancati di sorpresa.

Quando la nave si allontanerà, inizierai a zittire l’anima che rimugina.

Ti siederai attorno a un tavolo di sconosciuti, con gli occhi sbarrati, come l’ospite principale di una seduta spiritica, affermando con convinzione che la cultura basata sui ricordi si rigenera di continuo senza crescere mai davvero.

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Che serve solo a fondere cimeli e memorie dorate per realizzare vitelli d’oro da seguire senza sapere la direzione.

Invece tu la sai, vero? Guarda quanto lontano ti sta portando. Hai solo fame, come tutti gli altri. Solo per questo sei salpato, solo per questo stai invecchiando. Del resto rimangono soltanto atti di vandalismo, non certo eroiche ribellioni.

Tirerai fuori un coltellino, rovinando il legno del tavolo con una firma nevrotica e scema, una cicatrice destinata alla distrazione dei passanti. La vera arte rimarrà a scaldarsi davanti a un piatto di minestra condivisa, accarezzando chi si è seduto e ha già preso il tuo posto.

Il tuo unico tesoro, la tua merce di scambio, sarà solo la prova di aver vissuto, il cui onere sarà a tuo carico, senza nemmeno l’aiuto di testimoni. I colori e le forme di nazioni sconosciute ti riempiranno l’orizzonte. Ti sentirai uno specchio di carne, attraversato dalla luce ma incapace di riflettere. Sarai creduto risaputo, un giornale che riporta soltanto avvenimenti già noti.

Manuale per Virgulti

A un Gentleman, durante la  cerimonia di ingresso nell’Alta Società, può essere richiesto di saper risolvere problemi.

Si tratta solo di una convenzione sociale. Nessuno ha mai avuto vero interesse a risolvere i problemi, perché i guasti generano profitti.

Per affrontare problemi troppo pressanti e uscirsene in bellezza il Gentleman ha a disposizione un arsenale di nuovi termini della Neolingua, tecnica marziale verbale in grado di annientare ogni voglia di reazione sul nascere

.Come abbiamo già detto, ripetizione genera magia.

Un po’ come i legnetti degli scout, che se sfregati producono scintille, ma non è che poi diventi il Dio del Fuoco, giusto?

Prendiamo per esempio il termine meritocrazia. Significa potere al merito. Ma solo a quello. Quindi chi vince, guadagna, è in vantaggio su qualcosa può ottenere kratìa senza passare dal demos.

A questo punto però bisogna chiedere: chi deciderà come distribuire le ricompense? Che sistema hai per giudicare il valore?

Se immaginiamo un mondo corrotto la ricompensa può benissimo andare a chi esegue solo ordini.

In un mondo ancor più corrotto, posso ricompensare chi va a togliere il sudore della fronte ai meritevoli, se fa risparmiare sul giusto compenso.
Questo tipo di magie poi è abbastanza apprezzato perché crea vantaggi per chi le utilizza senza cambiare l’ambiente circostante.

E’ solo un breve viaggio nell’idiozia, alla fine del quale paghi il biglietto a qualcuno che ha iniziato a mangiarti pezzo per pezzo, tanto tempo fa.

Nel frattempo però hai preso il gelato, ti sei divertito.

Tutto qui. Neolingua. Una serie di parole magiche senza significato.

Se le ripeti  avrai tanti nuovi amichetti al Ballo di Società.

Se è davvero questo che ti preoccupa.

Stare al mondo

Nelle puntate precedenti,  i Magi s’erano perduti nei territori dell’immagazzinazione.

Si tratta di uno spazio abbastanza grande per circoscrivere infantili aspirazioni di potenza, le quali però hanno ancora abbastanza luccicanza da attirare l’attenzione di una gazza, facilmente  attirata dalle frivolezze e sempre intenta ad archiviarle.

Adesso però consideriamo la congrua buonuscita, detta anche uscita di sicurezza, riservata alla memoria.

Per mezzo di essa abbiamo potuto assoldare un manipolo di giovani artisti della Biennale, specializzandi nell’abbellimento e nella mistificazione progressiva di archiviazioni vissute, svuotate da referenti.

Nel frattempo, crescita e stabilità, simili al bianco e nero che formano il Tao, sempre intente a rincorrersi senza mescolarsi mai, iniziano ad assomigliare in modo ora incredibilmente vicino, ora commovente, alle nostre vite presenti.

Saper vivere e non saper vivere vengono descritti nelle canzoni pop come due atteggiamenti, evocati da precisi e scrupolosi dress code.

I versi dei cantanti scandiscono le tendenze, ma a detta dei loro biografi in realtà sarebbe più esatto dire che condiscono le esistenze. parte dal movimento ma non si sa se arriva.

Esiste un contesto indipendente dalle nostre azioni e dai nostri pensieri. Quando ci muoviamo, lo facciamo o perché questo contesto ci spinge, o perché siamo noi a cambiarlo muovendoci per primi.

Esistono delle idee che stanno a priori di ogni contesto. Ad esempio l’idea di libertà, l’idea di bene comune sono indipendenti dai contesti, esistono nella nostra mente anche a prescindere dalle esperienze.

Ma se io mi dedico per giorni, mesi, anni alla raffinazione di un’idea, senza pensare al contesto, sto creando  nient’altro che una liturgia. A volte è bello chiudersi in cerimonie private e  celebrare liturgie sempre più raffinate e perfette.

Ma fuori c’è un mondo che  sa, sempre più indifferente alle informazioni che processa. Un mondo che opera, in sequenze veloci e brutali, capaci di inibire le mie capacità di reazione.

Il Cattivo della Storia

Uno pensa sempre che i meccanismi servano a migliorare la vita.

Ma quando senti uno che carica l’orologio, mica puoi sapere se si sta preparando per un appuntamento o per uccidere qualcuno, o entrambe le cose.

Consapevolezze

Io per esempio, come meccanismo non servo a un granché: non ammazzerò nessuno, non porrò in essere eventi drammatici.

So solo di essere un Cattivo, che c’è una storia da raccontare. Perché semplicemente, ci penso e non riesco a dormire.

L’arte di guardarsi allo specchio la mattina diventa sempre più costosa. La mia famiglia, i miei libri, i miei vecchi vestiti. I miei amici. I miei ricordi. Se va bene l’affare, posso mettere in fila quattro Lunedì di seguito.

Metti che uno, sotto le rovine della grande civiltà occidentale, non sa fare un cazzo. Qualche bicchiere di troppo e

  • Per girare la carne ci vuole esperienza.
  • Mi spiace, non possiamo formarti.
  • Gli istruttori dei corsi regionali che parlano in romanesco sono ostili e antipatici.
  • Ho solo prestato una penna al mio compagno di banco…no, vabbé. Lazio Merda.

Posa il cappello oggi, posa il cappotto domani, comincia a comparire il tuo nome sulla scrivania.   A un certo punto perfino le cose inutili ti rendono orgoglioso. Fare bene il proprio lavoro. Sapevo che non avrei dovuto affezionarmi a nessuno.  Dimenticare l’orgoglio, lasciar cantare il gallo tre volte perché non hai alternative. Ogni dannato giorno.

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Mi avvicinai molto a un tizio. Disegnava. Anche a me piaceva disegnare. Parlammo. Lui alla fine non ce la fece. Quando arrivarono i tempi duri, li affrontammo tutti insieme. Non è difficile farsi degli amici. Ecco perché bisognerebbe tenere gli occhi bassi e maledire la parola, quando ti guadagni il pane. Si aspettano che tu abbia rivali, non amici. Questo lo prendo, mi dissero. Questo no. Tu sì. L’altro no.

Poi arrivò un signore che mi disse: Ci saranno dei cambiamenti. Ci saranno dei tagli. Non parlare con gli altri o sei fuori anche tu. Tu sì. Perché galleggiare come uno stronzo è un’attività che tutto sommato ti riesce. Forse hai semplicemente pagato con quei soldi la tua dignità. E poi se n’è andato, non sono più riuscito a restituirgli quel caffé.

Un sorriso e un’amicizia che non è cresciuta. Neve sul cappotto e un breve saluto. Quella mattina ci disperdemmo tutti, nella neve. Del resto, quanto speravi che valesse, il tuo futuro? Il prezzo corrente sul mercato di un fondo di caffè.

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“Fatti delle domande”.

E’ la frase che si usa a Milano quando vuoi dire a qualcuno che è una merdaccia, ma vuoi che ci arrivi da solo. Odio questo genere di ipocrisie, tipico di chi manda un ambasciatore a suonare prima di portarti in casa la merda.

Io non mi faccio domande. So già quello che puoi dirmi. Le tue lezioncine morali imbarazzanti per un qualsiasi pubblico che non abbia dormito solo due ore per notte e non sia divorato dalle nevrosi. E’ tutta questione di galleggiamento.

E qui nelle fogne galleggiano tutti, mio caro Pennywise. Inutile fare il predatore, inutile fare il vincente, inutile sputare battute come un politico. Sei nelle fogne con tutti noi.

Quando accettai di nuovo, sapevo che avrei avuto ancora bisogno di quei soldi. E così via. Gettando i vestiti nel fuoco, ad uno a uno, fino a non riconoscersi, fino a sentirsi nudi, mentre le fiamme si spendono consumando vestiti di carta e berretti di mollica di pane.

Fino a che la notte non sembra serrare le fauci e a quel punto chiudi gli occhi, perché non serve ricordare i sogni, le idee in cui credevi e che professavi meglio della tua stessa identità, è inevitabile. Non sei più Io, sei Altro, e poi sei Ancora, Ancora… finché diventa automatico non riconoscersi più.

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E l’indomani incontrai quella persona. Quella che disegna, che tende la mano, che non sa cosa hai scelto e chi inevitabilmente le tue scelte andranno a pugnalare. E ti guarda mentre non dici niente, mentre saluti cortese e passi avanti.

Vigliacco e sporco e indegno come le parole usate dal primo degli assassini per dare un nome alle sue notti senza sonno. C’è un Cattivo quindi ci doveva essere un delitto. Nessuno aveva parlato di un suicidio.

Eppure se ci fosse un Dio gli giurerei che quei soldi ho cercato di meritarmeli. Testa bassa, un passo alla volta, un respiro. Benedici un’altra giornata nei campi, mio Signore. Ma più che un blues sembrerebbe una piagnucolosa cantilena.

Se ci fosse un Dio mi biasimerebbe per non aver avuto fiducia in Lui, nei passerotti che hanno sempre cibo e tutte le altre storielle. Invece le briciole ho dovuto cercarle insieme agli altri, prendere quel che c’era, perché nel frattempo qualcuno decideva per decreto legge che le briciole dovevano essere frantumate il più possibile.

Ciò avrebbe creato più briciole per tutti o, in alternativa, la morte, che comunque implica sempre briciole in più per qualcuno.

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 “Fare il caffè con la cremina è una grossa cazzata, va via tutto l’aroma”.

Nell’ultima seduta del Parlamento è stato decretato che, dopo aver frantumato le briciole per un certo numero di anni, si ottiene il diritto di frantumarle un altro po’ di più. Purtroppo di solito, a quel punto, arriva qualcuno con l’aspirapolvere.

Se ci venisse chiesto a cosa servono le leggi, ci toccherebbe rispondere. Per fortuna nessuno lo fa mai, ed è meglio così perché la legge non ammette ignoranza. Mentre gli ignoranti sono ammessi dalla legge, addirittura previsti, nell’ambito di un’intera legislatura.

Io non ce la faccio a incontrarli per caso tutti i giorni, a guardare i loro occhi, per quei quattro spiccioli al mese. Quegli spiccioli che pagano l’acqua, il pane, la luce, il biglietto per andare e tornare, l’affitto per dormire, i libri per sentire ed esistere. Perciò lo faccio lo stesso. E pago.

E questo mi rende complice. Respirare mi rende complice. Prima o poi vincerà qualcuno. Qualcuno che non ha bisogno di niente e che non è disposto a pagare.

Magus

“E’ dunque così che si invecchia?”

Ho i capelli bianchi. Le ragazze attraversano la strada e ridono e pensano a Domenica e io sono pesante e goffo e ogni sera mi addormento con in bocca l’ennesimo tradimento che dovrò consumare contro quel bambino.

Contro quell’adolescente. Contro quel giovane adulto. Contro tutte le persone che sono stato e che adesso mi sembrano così lontane e distanti.

Perché ti dico tutte queste cose? Scusa, mi sono sbagliato. Pensavo che fossi il Buono della Storia e che fossi venuto a fare qualunque cosa facciano i Buoni ai cattivi.

Allora… se non sei lui ti prego, dimmi che hai una Storia più bella da raccontare.

Il più bello del reame

L’altro giorno la direttrice ci ha raccontato di aver rotto uno specchio, chiedendosi se ci fosse un procedimento inverso per annullare la sfortuna.

Se andiamo a cercare l’origine di tutte le superstizioni e le credenze magiche, scopriamo che c’è sempre un singolo evento reale: una cosa costosa o importante che si rompe, un incontro, un ritrovamento…

La magia è un procedimento ossessivo che tenta di replicare all’infinito l’effetto che qualcosa ha avuto sulla nostra vita.

La somiglianza tra scienza e magia sta nel fatto che entrambe partono dall’osservazione del mondo reale per provare a ricostruire i rapporti di causa ed effetto.

Ma al centro delle arti esoteriche c’è il punto di vista di un singolo essere umano: quel che succede a me è l’unico fatto rilevante.  Se il mio specchio rotto distorce il mio riflesso, allora tutto quanto il mondo verrà distorto.

Posso fare incantesimi dentro i cerchi magici, perché solo pisciando all’interno di quella stretta circonferenza posso immaginarmi  padrone.

La scienza ci educa a distaccarci dal nostro punto di vista e a cercare una rete di connessioni più grandi.

Ma un discorso del genere è totalmente inutile, quando i pasti che mangiamo derivano da una serie di convinzioni superstiziose adattate a formule di pretesa esattezza matematica. Il mito della perseveranza, del singolo super-uomo che crea ricchezza partendo dall’arroganza.

Quando si è convinti di accumulare  per sé, senza pensare agli schemi che legano i rapporti economici, senza allinearsi alle innovazioni tecniche o procedurali, si è costretti a vivere nell’eterna ripetizione di una storia magica, buona solo a far divertire per qualche ora chi si riposa da incombenze ben ancorate alla realtà.

Per questo e altri motivi,  non ho saputo rispondere al dubbio della direttrice.

Giorni di un futuro passato

ProfX

 

Gli X-men sono i miei supereroi preferiti.

La cosa che mi affascina di loro è il fatto che non si tratta di soldati, ma di una scuola. Prima di essere combattenti, le loro vite traggono significato dall’essere scienziati, insegnanti, attivisti. Una comunità che accoglie gli emarginati, condivide il sapere e coltiva amicizie o affetti.

 

Il cinico da bar  deride idee come questa, bollandole come mezzi per spillare soldi ad adolescenti vittimisti e piagnucolosi. Detto tra noi, in vino veritas, è proprio così.

 

A me invece piace pensare che la cultura popolare sia linfa vitale per  sognatori e  progettisti di mondi possibili.

Sarà perché ho frequentato troppo il sopracitato bar?

Comunque sia, degno di nota negli X-men è il loro rapporto col tempo. Le loro storie sono un via vai di profeti da futuri catastrofici e realtà alternative in cui tutto è andato storto.

Pensateci un attimo:  agli X-men si chiede di continuare a credere in un sogno che è già stato distrutto. Di mantenere vivo nel presente ciò che è già stato corrotto nelle speranze del futuro.

Ma loro continuano a credere. Nonostante le profezie oscure, continuano a riedificare la loro scuola, quando qualcuno la distrugge.

Le storie basate sui viaggi nel passato in realtà non quasi mai a che fare con la sopravvivenza delle nostre idee o dei nostri ideali… ma della sopravvivenza pura e semplice. Di quell’enigmatica forza di andare avanti , che ci spinge oltre le evidenze.

Proprio in questi giorni ho visto un bel film   ispirato a una delle mie storie preferite degli X-men, che tratta proprio di un viaggio dal futuro per cambiare il presente. E’ uscita nel 1981, prima di Terminator, prima di Marty mc Fly.

In questi giorni di zucchero raschiato dai fondi di caffè poco dolce, di urla fasciste nei comizi in piazza, in queste notti di mal di pancia che non andrà mai via…

… quando mi sento stanco, penso  a cosa significavano queste storie per me da bambino.
E cosa possono significare ora.

 


  • Se vuoi approfondire sulla storia che ha ispirato il film, vai qui.
  • Sito ufficiale del film.

Spocchia delle mie brame

Per anni ho indossato solo vestiti dello stesso colore, così non avrei dovuto preoccuparmi di quale mi potesse stare meno peggio.
Ho lasciato crescere barba e capelli, perché era più pratico. Ho usato per diversi inverni un’unica palandrana. Quando mi osservavo per caso in una vetrina, mi rimandava la stessa immagine dell’inverno precedente e di quell’altro ancora.
Sorridevo rassicurato e passavo oltre.
Tempo fa mi capitò di entrare nel bagno di una casa altrui. Sulla mensola c’erano prodotti per la cura del corpo, del viso, della barba. Provai un astio pungente, per qualche istante.
Stasera, mentre mi radevo, mi è tornata alla mente quella sensazione e mi sono bloccato.
Ok, m’è venuto da pensare, è chiaro che ti sta bene vivere così e fai come ti pare, ma da quand’è che ti stanno addirittura sul cazzo quelli che hanno l’unica colpa di essere diversi da te?
Ho passato al setaccio alcuni miei comportamenti, sforzandomi di guardarli nella giusta prospettiva.
Non ho mai avuto cura di me stesso, ma non sono una persona modesta.
Anzi, tutto il contrario.
Non abbasso la testa, non parlo poco.
Ogni mio gesto e parola tradiscono una certa arroganza e mancanza di rispetto per gli spazi altrui.
Invece…
Chi cerca di vestirsi bene vuole solo piacere agli altri.
Tutti quei dettagli, la scelta accurata di abiti e accessori, i profumi… tutte le cose che avevo sempre disprezzato. E’ solo naturale bisogno di essere amati.
E’ solo per questo motivo che mi disturba chi ha cura del proprio aspetto. Da qualche parte nel mio animo, viene catalogato come un comportamento dettato dalla debolezza.
La debolezza mi faceva paura.
Per contrasto, i miei vestiti comunicavano invece un disprezzo totale verso i miei interlocutori, come se costituissero la lercia e logora investitura del mio diritto di ignorare il prossimo.

Davanti allo specchio, dopo tanti anni, è apparsa nel riflesso un’immagine diversa.

Heroes

Se mi guardano dico non è niente! Non è niente!

E poi rimetto dentro le budella, in tutta fretta.
Lo sguardo di terrore di chi mi osserva mi fa più paura di qualsiasi condizione di pericolo.

A un certo punto mi ero ritrovato a inseguire il mio stesso fiato.
Se avessi potuto, mi sarei ordinato di non fare lo stupido.

E poi avrei fatto come quel bambino dal cipiglio risoluto, tenuto per mano dalla mamma.
In una mattina immersa nel sole buono, fingeva di non aver paura per la vaccinazione.

Fu un grande momento.
Era entrato passando da un corridoio pieno di amici in lacrime.
Sembravano maschere di fontane rosse.
Stese il braccio come a dire facciamo finta in fretta.
Il dottore iniziò a complimentarsi ma il bambino si afffrettò a interromperlo, con voce pedante.

"Dottore, guardi che io ho paura come gli altri.
Ho solo sei anni, ma so che nonostante le sue rassicurazioni la puntura mi farà un male cane.
 Pero non posso lasciare che il mondo crolli.
Mi capisce?  Io sono un soldato, e i soldati sono scemi.
I miei commilitoni sono già caduti, non  rimane  nessuno a difendere la realtà.
Stanno piangendo e poi riceveranno una caramella come premio.
La reazione più logica che ci possa essere: il dolore fa piangere, il coraggio è follia per ritardati.
E io cosa ci guadagnerò? Da questa giornata avrò imparato soltanto a mentire, costruendo barriere.
Niente caramelle, solo i suoi affrettati complimenti, una pacca sulla spalla dei miei genitori.
Poi tutti dimenticheranno.
A me resterà soltanto un ricordo in cui sembrava così facile essere eroi.
Un frammento ingiallito di cui essere orgogliosi  solamente nella solitudine.
Perché imbarazzerebbe troppo ritrovarsi costretti a tirarlo fuori per gli ospiti.

Per cui, faccia questa fottuta iniezione e non mi dia discorso, devo stringere i denti senza morsicarmi la lingua.
Non è stato lei a parlare? Allora con chi sto discutendo?
Niente, è solo la mania di sentire le voci, che certuni chiamano esperienza.

L'altro giorno ero sotto la pioggia, col cappuccio abbassato.
Mi ritrovai davanti a una vecchia conoscenza.
Per salutarla, mi venne automatico un gesto stupido.
Abbassai il cappuccio che grondava pioggia in segno di rispetto, come se fosse un cappello.

Ero stato goffo e ridicolo come al solito.
Ma, a sorpresa, la mia vecchia conoscenza si bloccò e mi guardò, senza ridere.
I suoi occhi sembrarono sprofondare nei ricordi.

"Ti ha davvero insegnato a essere educato".

Mi ha insegnato a essere scemo.
Questo però non significa che non mi manchi.
E che mi faccia piacere, anche nella situazione più improbabile, essere associato a lui.
Non è odio, si tratta solo del mio personale modo di intendere l'equilibrio.
Ma basta un niente a ricordarti che porti le tracce del tempo, in modi che non avresti neppure immaginato.
Cadi nei ricordi, quando dovresti marciare, quando nessuno è disposto ad aspettarti.

Non mi piace stare solo, ma posso resistere alla solitudine fino a quando ce ne sarà bisogno, costruendo una casa calda e accogliente anche con gusci di noccioline, se necessario. 
Parlando coi quadri, con i ricordi, con Dio e la Madonna o Mithra e Krishna,  col serpente cosmico che mi sale dallo stomaco e pompa chissà cosa dentro al cuore, dopo averlo morsicato.

Mentre visualizzo nella testa una ruota della fortuna, inciampo in un fosso.
Mi rialzo perché fa male, non perché sono forte. 
Sorrido con lo sguardo sporco di fango. 
Chi mi ha ridotto così?
Rido e ti dico: è colpa mia. 

Tu mi rispondi che il ricco presidente ha reso precario il futuro spendendolo per comprare prostitute e champagne.
Che sono figlio del mio contesto, delle carenze educative del sistema. 

Io ti rivelo che quel giorno, quando c'era da sgobbare e farsi valere, ero confuso e camminavo nell'aria fredda, dopo aver detto una piramide di bugie. Se ci ripenso, non posso dirti altro che doveva andare così.

E poi mi tengo stretto quel ricordo ingiallito di venticinque anni fa, in quella mattina in cui ero l'unico baluardo del mondo contro la punta di una siringa da vaccinazione, e sembrava tanto facile essere eroi.

Odio quelli che tornano più di una volta a parlare dello stesso errore.
Identificato il problema, mi assumo le responsabilità e pago quello che ho da pagare.
Se non possiedi la macchina del tempo,  nel frattempo farai meglio a tacere.

Oltretutto il cinema insegna che riparare gli errori con le macchine del tempo crea vite parallele.
Io possiedo solo questa,  che è già una rottura di coglioni di suo.

Sopra la scrivania del mio ufficio c'è un cartello d'avviso con un gigantesco errore di grammatica.
L'ha scritto il mio superiore.
Guadagna più di me e non sa nemmeno scrivere in italiano.

Ma io sorrido, e penso: è colpa mia.