Il cliente ha sempre ragione

Angroh

Buonasera, mr. Kiang.

Non passo spesso dal suo negozio, di questi tempi. E, prima che inizi ad aprire quella sua dannata bocca e a dar fiato alle sue solite stronzate, voglio spiegarle perché.

Lei è sempre stato molto sincero con me, in una maniera che ho sempre trovato disgustosa e quasi violenta. E’ solo per questo motivo che voglio essere sincero anch’io, con lei…anche se le bugie, capisce bene, sarebbero infinitamente più comode.

La prima cosa è che ho paura delle mura bianche di questo suo negozio. Il colore bianco di per sè non mi fa paura. Mi fa paura l’eventualità che lei possa decidere di ridipingerle. Dio solo sa che razza di colori sceglierebbe. Non oso nemmeno immaginare i quadri che appenderebbe.
No. Eh, no. So cosa vorrebbe dirmi. Sono cazzi miei. Ah! STRONZATE! Lei, mr. Kiang, non ha mai fatto una cosa, una sola fottutissima cosa per il negozio, che fosse davvero per sé. A cominciare dagli scaffali, finendo con le finestre. Perfino il bagno di servizio. Tutto trasuda di questa merdosa, soffocante TENSIONE rivolta ad abbracciare l’esterno. La chiamano voglia di esprimersi… ma io come mi difendo? Chi mi difende da tutta questa espressività? Chiudo le finestre, mi tappo le orecchie, ma voi creatini trovate sempre il modo di passare.

Si potrebbe dire che lei è il tipo di persona che preferisce disperdere le energie piuttosto che contemplare i risultati. E’ così, non è vero?

Si tiene occupato. Mi viene da ridere. Si-tiene-occupato. E allora apriamo! Ogni giorno! La saracinesca! Benvenuti, gentili clienti. Gna gna gna gna…

Mi faccia vedere l’incasso. Su, forza, non sono un finanziere. Siamo tra amici. Quanto ha guadagnato oggi? Quanto ha guadagnato, diciamo, negli ultimi anni? Ha guadagnato qualcosa, signor Kieng, negli ultimi fottutissimi ANNI? EH?

Scusi. Mi scusi. Davvero. Sono imperdonabile.

Ho la gola secca. Sto urlando troppo e non riesco a insultarla col tono di voce che vorrei tenere. Mi ero preparato stamattina, in bagno. M’era venuto benissimo. Invece adesso… sarà l’emozione. Mi può dare un bicchiere d’acqua?

Ahhh, grazie. Ci voleva. Adesso, finalmente, glielo posso dire.

Lei è un grandissimo coglione, signor Kiang. Un coglione. Che bello, poterglielo dire. Che senso di liberazione. Non trova anche lei? Cioè… voglio dire… al di là dell’insulto in sè, la cosa più terribile di essere un coglione non è quando nessuno te lo dice? Non è più rasserenante la consapevolezza nel sapere di ESSERE un coglione, una volta per tutte, piuttosto che contorcersi nel dubbio?

Ma bisogna che ci sia qualcuno che te lo dica, vero? E lei ha avuto così paura in questi anni di sentirlo, che ha fatto di TUTTO per captare la benevolenza altrui. Nell’ansia di rimandare l’inevitabile momento in cui gliel’avrei detto io, ha fatto carte false per non lasciare agli altri un attimo di fiato per poterla analizzare  come meritava.

Servizievole, buffo, leale, sincero, amabile, umile, leale, innamorato, romantico, poeta, profeta, asceta, maratoneta, Vegeta, Pulcinella e Padre Pio. Cosa non è stato, lei, in questi anni? Quante facce ha indossato?

Lei a me non interessa, signor Kiang. Il tempo che perdo qui è colpa del tizio che sta scrivendo questo cumulo di sciocchezze. Potessi scegliere, a quest’ora sarei a casa mia, a versarmi un bicchiere di grappa, alla faccia sua, del suo negozio e delle minchiate che vende e di cui nemmeno parlo per non farle pubblicità.

E crede forse, allo stesso modo, di interessare agli altri?

Aha ha aha ah aaha aha aha aha aha ha aha aha … oddio, scusi… aha aha ha aha aaha ah ah…AH! AHI!

Scusi, mi ha fatto ridere così tanto che mi ha fatto pure male. Mi è sembrato per un attimo di vederla mentre tentava di dirmi: “No, non è così, io non pretendo di interessare a nessuno….” Meno male che l’ho fermata, altrimenti sarei morto di crepacuore per il gran ridere.

Tutti vogliamo interessare agli altri, signor Kiang. Tutti. Sin dal momento in cui usciamo da quella fottuta pancia iniziamo a rompere i coglioni all’ostetrica, alla mamma, al pediatra, al babbo e perfino al lattaio urlando, piangendo: “Io! Guardami! Io!”

E’ un peccato veniale, quindi.  Lei però l’ha trasformato in arte. Nella sua distorta interpretazione del mondo tutti, sotto sotto, la trovano interessante. Ma non è vero.  E’ un parto folle della sua mente deviata. Sa che succede, quando la pensa così?

A volte, per qualche breve istante, il mondo sembra darle ragione. Un riflesso sembra attraversare il suo cuore, un manifesto in metropolitana sembra sorriderle. Quando siamo per strada e ci passa davanti uno con la faccia da pirla, puoi scommetterci anche il culo: è convinto che il mondo gli sorrida. A mondo non gliene fotte un cazzo di lei, ripeta con me, piano piano. Non gliene fotte un cazzo. Ed è giusto, l’unica cosa giusta che c’è in questa palla di fango. Siamo in tanti, pensi se la nostra testa fosse occupata a pensarci l’un l’altro invece di fare cose, curare malattie, scrivere canzoni decenti che possano anestetizzare le menti dai danni prodotti dall’ascolto in loop delle canzoni di Il Pagante.

Il senso di sazietà, le sostanze euforizzanti, l’aria, la percentuale di droghe disciolta nell’acqua potabile di questa città… non so come funziona, ma c’è qualcosa  che l’aiuta a farsi queste enormi costruzioni mentali che le fanno edificare più in fretta l’idea che il mondo intero la trovi interessante… rispetto al tempo che dedica a COSTRUIRE DAVVERO qualcosa che possa catturare l’interesse. Qualcosa che dia un senso al suo vano affaccendarsi nell’apertura di questa discarica di inutilità che chiama punto vendita.

Comunque si è fatto tardi. Devo tornare nella mia vita. La saluto, signor Kiang. Solo un’ultima cosa. Adesso, quando girerò i tacchi, lei rimarrà solo, qui dentro.

Come tutti quanti noi.

E allora, signor Kiang, faccia quello che facciamo tutti.  Prima se ne renderà conto, prima comincerà a vivere davvero e a portare la sua vita da qualche parte. Magari, invece di portare il suo futuro a fare la pipì, si prenderà un cane  e ve ne andrete insieme, di primo mattino, a pisciare dove capita*.  Addio. Non lo dimentichi mai.

Lei è solo.

Ci conviva.

 

 


* Per colpa di chi, chi, chi, chi.


 

 

 

Annunci

Light year

Non sei cambiato.
E tu? Sembri ancora una ragazzina.
Oh, sei uguale a sei anni fa!

Le cose nell’universo rispondono agli stimoli dell’entropia e questo rappresenta la parola fine al voler viaggiare nel tempo passato. Il nostro pianeta cambia sempre orbita, dovresti riuscire a coordinarti non solo con l’anno giusto, ma anche con la posizione giusta che aveva la Terra. L’unico viaggio nel passato permesso dalla scienza è quello che compie la luce.  Infatti, quando guardiamo una stella, in realtà stiamo ammirando soltanto una luce riflessa  proveniente da almeno otto anni prima. Per cui, quando mi dite che una persona sembra quella di otto anni fa, in realtà state dicendo che è lontana da voi.Traggo quindi la conclusione che è meglio essere  vecchi e stravecchi, invecchiare tutti insieme, decadere tra le rughe e le crepe,  piuttosto che ritrovarsi a sembrare più giovani agli occhi di chichessia.

Perché significherebbe trovarsi  lontani anni luce dalla sua festa.

Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

Collocamento mirato entità concettuali

Il 20 Gennaio 201x  il Signor Wells, ripieno delle sue facoltà mentali, entrò nella casa dei fantasmi. Da bambino ci giocava a sorte. Uno fuori, gli altri dentro. Poi dovevi entrare a cercarli, per non farti spaventare. La soglia era socchiusa, come tanti anni fa. Wells aveva un’età, una ragione, con la quale o senza la quale. Entrò senza stringere emozioni. Non è che mi ci sono ritrovato, pensò. Sono le scelte che facciamo a tracciare i contorni del mondo che ci circonda. E quando cammini nel buio dai solo forma al silenzio. Quando abbracci le ombre, indichi loro un posto dove stare. Accese la luce, ma il buio rimase. Sentì stringersi attorno a sé il più grande ricevimento che potesse immaginare. Vecchi amici, molti nemici. Non sapeva dove andare, per cui frugò in tasca. Trovò solo una piccola macchina del tempo. Abbassando la manovella, poteva avvicinarsi o allontanarsi dal giorno della propria morte. Anche lo scricchiolio dei suoi passi smise di fargli compagnia. Si staccò da terra. Le ombre accorsero a spegnere tutte le luci nella sua testa. Mentre si addensavano, avrebbe potuto giurare che fossero felici di aver trovato un impiego stabile.
.