Una mattina, mi son svegliato

Avete presente un film dell’orrore?
I migliori sono quelli che hanno il potere di catturarti dentro la storia.

E allora…  metti che sei per strada.

Ti stai facendo gli affari tuoi. Ma quel giorno è diverso.

Quel tizio qualunque, che cammina nella tua direzione, ti sembra ostile. Non gli vanno bene i tuoi vestiti, non gli va bene il tuo aspetto, non gli va bene il posto da dove vieni.
Te lo lasci alle spalle. Ma lui non smette di seguirti. Chiama i suoi amici,  parla di te.

Decidono tutti insieme di fare qualcosa. Decidono che è colpa tua se le cose, da un po’ di tempo, da quelle parti, non vanno bene.

A chi dare la colpa, altrimenti?  Hai rubato il lavoro. Forse hai rubato a qualcuno di loro le cose che hai addosso. Anche se hai lavorato duro per conquistarle, appartengono comunque a tutti loro per diritto di nascita.

E poi…nessuno ti conosce. Potresti essere un assassino. Chi può saperlo? Come fare a difendersi? Meglio colpire per primi.

Difesa preventiva. La votano tutti, riuniti in una gigantesca assemblea di condominio.
Lo decide la signora del negozio di fiori, l’idraulico, il giornalaio. Lo decide la zia. Lo decide la bambina del quarto piano. Lo decide il giudice, lo decide il dottore. Sono tutti con una pietra in mano, scheggiata e aguzza, pronti a far scorrere il sangue di tutto ciò che è piccolo, debole, diverso per difendere i loro piccoli angoli di egoismo e piacere quotidiano.

Si mettono a camminare tutti insieme per venirti incontro. Sembra il quadro del Quarto Stato. Solo che non vengono per cambiare il mondo, ma per cambiarti i connotati.

Iniziano a lanciarti delle pietre, ti fanno sanguinare e crollare. Ti seppelliscono. Sembrano gli ebrei che deponevano sassi sulla lapide di Schindler nel celebre film, solo che al posto di anziani sopravvissuti pieni di gratitudine ci sono degli zombie ignoranti che biascicano “E’ tutta colpa sua, è tutta colpa sua…”. Seppelliscono te e sembra quasi che la Storia, la Ragione vengano sepolte insieme a te, sasso dopo sasso, tre metri sopra l’Inferno.

Il giorno dopo però sei ancora in strada. Il film ricomincia da dove era partito.
E’ ancora il 4 Marzo. La neve non si è ancora sciolta.

In strada c’è un signore che ti sembra familiare.

Ha in mano una pistola.
Meglio così, pensi. Coi tempi che corrono meglio difendersi, no?

Cammina verso di te.

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Vita Eternia

Il primo eroe che ho avuto nella mia vita è stato He-Man.
Lui era un uomo che

AVEVA IL POTERE!

hemanpotenzio

Va bene ma…il potere per fare cosa?

Se vai a riguardarti il cartone su Netflix, He-man non faceva chissa’ cosa.
Si limitava a sventare qualche semplice piano dei cattivoni, senza nemmeno picchiarli.
Al massimo, li scagliava dentro qualche pozzanghera di fango, mentre Skeletor scappava in preda alle crisi isteriche.

Poi si accomodava a fine episodio e si metteva a spiegarti la vita.
Non drogarti, rispetta gli amici, mangia più frutta…elementare buon senso.

Però dicevano “Masters”...padroni dell’universo… io ho il potere…

L’unico potere concesso a He-man era lasciare le cose esattamente come le trovava.
Bisogna invece dare atto di una cosa ai cattivi: mettevano in discussione il migliore dei mondi possibili. Non era tutto  risate di papà Re e mamma Regina e festini a corte, ma anche:  montagne del serpenti, pianto, stridor di denti.

Un giorno, guardando oltre quella camicetta rosa e l’andatura da demente che usava per camuffarsi, aiutando gli altri ad allontanarlo dall’immagine di cio’ che gli faceva paura essere, Adam sollevò verso il cielo la sua spada magica e disse

PER LA FORZA DI GRAYSKULL!

 Trovandosi per la prima volta, una volta dissipate le energie della trasformazione, davanti a una verita’ impossibile da negare. Non l’eroe, non l’Altro, ma un giovane condottiero, il comandante designato di un’armata di valorosi soldati, maghi e tecnocrati dai mille ingegni. Una persona che aveva già tutto ciò che gli serviva. Una famiglia, degli amici, un popolo. Un piccolo mondo da difendere e la capacità per farlo.

Ma poi… la trasformazione. Mio padre aveva le braccia grosse e la pelle cotta al sole. Quando mi sgridava, quella voce mi disgregava come un tuono. Giocavo ai Dominatori dell’Universo, lo capisco solo ora, per dare una forma ordinata e comprensibile alle figure disegnate sul mio destino. Giocare per padroneggiare un piccolo universo, trasformarmi in mio padre… ma lui non capiva e pensava che lo odiassi quando interrompeva il gioco. Pensava che coltivassi il senso dell’orrido, del non conforme e tanto non sarai mai come ti vorrei. Se avessi giocato con me avresti capito, papa’. 

Skeletor invece?

Lui non aveva nulla.
E infatti, proprio per questo, voleva il potere.
Gli mancava l’altra metà della spada del potere, che serviva per formare la chiave e aprire il castello. Gli mancavano degli amici. Sì, aveva qualche servo, ma nessuno di essi gli serviva granché. A dirla tutta, gli mancava anche la faccia. Gli mancava il sorriso. Essendo privo di dotti lacrimali, gli mancava pure il pianto.

Per questo Skeletor voleva il mondo, voleva il regno, voleva

  IL POTERE.

Skeletorro

E che cazzo, aveva anche ragione, per certi versi. Forse se gli avessero dato qualcosa non si sarebbe ridotto così.
Se solo la sua faccia non fosse stata così vicina alla paura, alla morte, forse avremmo potuto capirlo di più, senza metterci a invocare tutto il potere dell’universo… solo per farlo andare via. Fino alla prossima puntata.

Del resto, più cresci, più ti avvicini alla paura… e altro.

Quando cresciamo e iniziamo a capire qualcosa, fuori da quelle quattro regole di buon senso nate per non farci sbattere contro il nostro stesso recinto,  impariamo qualcosa che non ci piace. E allora, tentiamo di cambiarlo.

Pensiamo subito che ciò significhi avere

IL POTERE

Qualcuno si limita semplicemente ad andare in palestra e farsi qualche lampada per essere bello e rispettato.
Non dico proprio ad Eternia, ma perlomeno nel cortile dietro casa.
Altri invece inseguono tutta la vita

 

IL POTERE

 

consumandosi pure la faccia nell’attesa, credendo che raggiungerlo significhi avere ciò che manca.

Come un bambino che urla dal giocattolaio perché vuole che il padre compri tutti i pupazzi dei Masters, perché crede che solo collezionandoli tutti potrà davvero iniziare a giocare sul serio.

Forse He-man,  nemmeno voleva partecipare a questa gara di avere e potere. Quando combatteva era sempre un po’ sardonico, quasi scocciato. Era felice solo quando poteva sparare le sue stronzate da pedagogo a fine episodio. Magari , ci pensi, voleva solo cambiar presto mestiere e coronare il suo sogno di diventare educatore, condividere le cose che sapeva specchiandosi nello sguardo allegro di un bambino invece che nelle vuote orbite fameliche di un nemico ottuso e poco impegnativo.

Crescendo ho iniziato a capire un po’ Skeletor. Non è che  io sia insoddisfatto da quello che ho. E’ che non riesco ad accettare la fame. Non riesco ad accettare che sia più difficile distribuire questo fantomatico potere che immaginarlo. Che esiste ed esisterà sempre qualcuno di cui siamo convenientemente ignari, che desidera e muore nel desiderio, disposto a strapparci tutto. Abbiamo accesso a una società del desiderio, un motore economico che si rigenera sempre sulla base del trono di un vincitore e intorno alla definizione di un premio.

L’unico costo di tutto ciò è vedere ogni tanto qualcuno che non ce la fa.

Il vero volto della sconfitta non ha la dignità  commovente dei personaggi del romanzo sociale. E’ spesso ridicolo e isterico, brutto al punto tale da essere nascosto. Non ricordo il punto in cui celarlo è diventato un compromesso accettabile, in cui l’empatia è sembrata un orpello un po’ patetico. Invidio la serenità di chi accetta le cose come sono e le racconta così come saranno.

He-man sta bene, io sto male. He-man è il bene, Skeletor il male, io non so dove stare.

Mi piacerebbe uno di quei consigli a fine episodio, in grado di rendere più nitida la strada del buon senso, per poi andare tutti a corte a festeggiare. In preda a questa dissonanza invece, vado nei meandri delle grotte fredde di Skeletor, sentendomi uno che si prende un po’ troppo a pugni in faccia da solo, e che del resto non può fare nient’altro che questo. Come Two Bad.

Twobaddy

Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.