Ci vorrebbe un titolo (per questo racconto)

La madre viveva all’inizio del bosco, in una baracca sospesa tra i ritagli del tempo.
Così come era sospeso, tra le maglie del tempo altrui, il suo mestiere di puttana.
Passava le sue giornate aspettando i clienti.
Oppure la morte, indifferente.

Quando suo figlio fu abbastanza grande per muovere i primi passi nel bosco, ci fu subito la paura.
Tornava sempre da lei in lacrime, graffiato e sporco.
E poi raccontava storie di lupi, demoni, fantasmi e altre stronzate.
Nessuno è mai riuscito a stabilire che tipo di poteri avessero queste creature, nei secoli passati.
In compenso, tutti conoscono le cose che fanno paura oggi.
Ma nessuna di esse, che Dio ci perdoni, può essere nominata.

Stanca di incubi, piagnistei e folletti, la madre decise di affidare il ragazzo  alle cure di una megera.
Una lontana nostra parente, gli spiegò.
Ma in realtà la vecchia era soltanto uno dei tanti creditori che la assillavano durante il giorno.
Aveva così tanti debiti che spesso era costretta a concedersi gratis.

La megera, poco interessata alle grazie femminili, aveva scelto un’altro tipo di pagamento.
Non c’è molto da stupirsi, se  pensate al silenzio divorante della natura, che alcuni chiamano pace.

Il ragazzo fu portato lì al mattino.
La vecchia aprì la porta maledicendo la serratura arruginita.
Non guardò nemmeno il ragazzo, gli intimò soltanto di rimanere zitto, in un angolo.
La madre andò via senza voltarsi.

La vecchia ricevette per tutta la mattina signori ben vestiti.
Teneva gli occhi aguzzi, e una smorfia colma di ironico disprezzo.
Tirava fuori pile di carte, e mucchi di fotografie.
I signori strabuzzavano gli occhi come bestie in trappola.
La fronte iniziava a luccicare di sudore.
La vecchia rimaneva in silenzio, tutta nera e brutta, non le si vedevano nemmeno gli occhi.
E alla fine gli uomini eleganti si decidevano a pagarlo, quel silenzio.
E lo pagavano salato.

Quando rimasero soli, il bambino era ormai convinto che la vecchia l’avrebbe cucinato per pranzo.
Aveva biascicato le poche preghierine che conosceva ed era rimasto a tremare, sperando che tutto potesse finire presto, e che non facesse troppo male.

Invece gli venne dato un piatto di minestra fumante. Aveva un colore orrendo, ma un ottimo sapore.

La megera divenne "La nonna".
La madre tornò a essere "La troia".
Il figlio venne chiamato Klaus, e da allora in poi non gli mancò un piatto di minestra, a pranzo e cena.

Però doveva guadagnarseli.
Ad esempio di notte, quando la gente dorme, o sospira.
Klaus stava zitto, si nascondeva.
Poi aggrediva quelli che si avventuravano nella nebbia, invece di stare al calduccio dei loro letti.
A volte prendeva la borsa, altre volte la vita, o entrambe.

A questo mondo si è costretti a guadagnare il pane facendo spesso cose strane.
Divenne così bravo che a un certo punto la nonna lo presentò ad alcuni amici.
Pian piano divenne esperto  nel fare cose che gli altri non volevano fare.

Era veloce, ma pietoso. E soprattutto pulito.
Quelli che fanno certe cose solitamente indugiano troppo in pratiche macabre.
Quando si tratta di cose noiose, tristi e sporche come ammazzare la gente, divertirsi un po’ è considerato da certi depravati un bonus aggiuntivo.
Klaus  non era sadico, ma piuttosto metodico e ordinato.
Voleva sbrigarsi in fretta e tornare a casa, per godersi un buon libro e una cenetta tranquilla.

A volte c’erano piaceri imprevisti.
Qualche donna, illudendosi di essere risparmiata, gli si concedeva.
Era tutto inutile, ma Klaus le lasciava fare.
Anche in quel caso si sbrigava in fretta.
Tanto poi andava sempre a finire allo stesso modo, per tutte.

Klaus voleva bene alla vecchia.
Sapeva tutti i segreti della gente di città, ma per fortuna di quelli non parlava mai.
Adorava invece insegnargli i trucchi della cucina contadina, le migliori erbe commestibili e i posti dove andare a cercarle.

Si sentì triste quando morì.
Venne trovata morta in un burrone.
Si disse che era andata a raccogliere certe erbe, e che sporgendosi troppo, era caduta nel vuoto.

Klaus non ne fu sorpreso. Sapeva che prima o poi avrebbe fatto la stessa fine. E sapeva anche che la vecchia non usciva mai di casa.
Però gli piaceva pensare, quand’era triste, che non era stata ammazzata.
Che in realtà era soltanto uscita a cercare erbe saporite, per lo spezzatino di carne che gli piaceva tanto.

Klaus ereditò la casa della megera, ma continuò a fare il suo lavoro.
Gli uomini eleganti venivano sempre, ma ormai avevano un sorriso chiaro e amichevole.
Sapevano che era troppo stupido per custodire segreti.
Ma era comunque il miglior assassino sulla piazza, e continuarono a richiedere i suoi servigi.
Era sempre ligio al dovere. Non faceva commenti.
Anche quando gli venne detto che la donna all’inizio del bosco, tra i ritagli del tempo, era diventata un problema.
Anche quando gli venne spiegato che quella donna, quella lurida troia, voleva ricattare uno dei suoi migliori clienti, un facoltoso imprenditore che stava per lanciarsi in politica.

Si fece dare soltanto le indicazioni per raggiungere la baracca.
Anche se le conosceva benissimo.
Anche se lì era nato.

Quando tutto fu finito, dopo aver appiccato il fuoco alla baracca, si incamminò nel bosco e si sentì felice.
Era come ripercorrere le piccole paure dell’infanzia.
Ormai erano così ridimensionate da lasciare soltanto un brivido piacevole e nostalgico.
Era contento di aver avuto la possibilità di pensare lui stesso a sua madre.
Un altro, chissà cosa avrebbe combinato.
Era entrato facilmente, e poi l’aveva addormentata.
Grazie al fuoco, nessun’altro l’avrebbe più toccata.

In fondo  voleva bene alla sua mamma.


Klaus era mite,  adorava ascoltare, amava la cucina tradizionale, e aveva un lavoro sicuro.

Gli piaceva vivere nel bosco, nella sua casetta.
Quando la notte non riusciva a dormire, seguiva il sentiero illuminato dalla luce argentea della Luna, e si immergeva nel silenzio delle betulle.
Senza domande, senza pensieri.

Ogni tanto si voltava, cercando con lo sguardo la città.
Quel mondo di luci artificiali che conosceva soltanto attraverso gli abiti di marca dei suoi committenti, o quelli macchiati delle sue vittime.
Quel dedalo di indirizzi che conducevano ad appartamenti squallidi, o vicoli poco frequentati.


L’immagine della città era un miraggio mangiato dall’orizzonte.
Sembrava una struttura solida.
Ma ogni tanto era  tradita da rumori assordanti.
Sembrava che l’acciaio volesse gridare, per svelarne la natura instabile e traballante.

Poi tornava a  contemplare le ombre del bosco che si sovrapponevano in modi bizzarri.
Sembrava che ci fosse sempre qualcosa, in attesa, nascosto nel silenzio assassino.
Questa percezione avrebbe dovuto spaventarlo.
Invece lo rassicurava.

Quando l’esito ti appare scontato, non devi preoccuparti di ricamare per bene i frammenti della tua storia.
Ti sistemi nel tuo mucchietto di terra, ci caghi sopra per marcare il territorio.
Poi torni a cagarci dentro, una o due volte al giorno, se ti va bene.
Non hai bisogno di affaticarti, di cercare domande, di indagare dietro il senso delle cose.

Semplicemente, rimani lì.
Come gli alberi.
In attesa della pisciata di qualche viandante.
O del colpo d’ascia capace di abbatterti una volta per tutte.

Il miraggio della città tremava come la luce di una candela.
Bastava un soffio per spegnerlo e rimanere prigionieri nel buio.

Lui lo sapeva bene.
Sapeva quanto fosse illusorio il potere degli uomini eleganti.
Aveva cambiato tanti padroni.
I metodi erano sempre gli stessi, e poi toccava a lui pulire.
Nel frattempo però troppe mani mungevano dalla stessa mucca.
E presto si sarebbero resi conto che non c’era più un cazzo da spremere.

Ma per allora, sperava, sarebbero stati troppo occupati ad ammazzarsi, farsi a pezzi, e  mangiarsi a vicenda, per chiamare lui.
E a quel punto sarebbe finalmente andato in pensione.

Tutto prima o poi sarebbe stato divorato dalle ombre.
Ma Klaus cosa poteva farci?
Lui faceva soltanto il suo lavoro.

Si guardò le unghie incrostate di sangue.
A casa lo aspettava un piatto di minestra calda.

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Fiocotram rapito: gli aggiornamenti.


Ecco una drammatica foto diffusa dai rapitori.
Sembra che il  crudele e spietato processo di  condizionamento psicologico  per convertire Fiocotram ai colori stia procedendo per gradi. Infatti in questa immagine vediamo come si sia passati dal nero al bianco a righe, per abituare progressivamente alle tonalità più chiare. L’immagine è parecchio forte, per cui preghiamo i gentili utenti di non mostrarla ai bambini.
Gli occhi della vittima, la sua sofferenza, sono eloquenti.

( Una digressione: guardate bene quegli occhi.
Fatto?
Bene.
Teneteli bene impressi nella memoria, ogni volta che andate a comprare del pesce al mercato.
Se ha quegli occhi lì, NON compratelo. Capito? Bravi bambini
a cura del Corso di Economia Domestica, prossimamente su queste schermate )

Si evincono dall’immagine altri particolari, tra cui una strana macchia, di sicuro proveniente dalle dita della ragazzotta dell’internet point che si è gentilmente prestata a scannerizzare la foto, trattenendo malamente le risate. La povera ragazza era una di quelle tipe con  la faccia magra, taglio di capelli con frangetta stile  Motoko Kusanagi, e il collo molto lungo ( come vanno di moda adesso) ma, una volta ricevuta la foto, le sue guance si sono gonfiate come un pallone aereostatico. Per fortuna la sua professionalità sul lavoro le impediva di masticare snack o sorseggiare bevande, sennò sai che casino.

Inoltre, spicca la mancanza di orecchie.
E’ evidente che i rapitori le hanno amputate al povero Fiocotram, forse per usarle come macabra contropartita di un riscatto, non si sa.
Il Papa ha pregato ieri e oggi per la vita del blogger, ma l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che domani non lo farà ( probabilmente impegnato nella celebrazione del Sacro Ferragosto).
In queste ore di angoscia, rivolgiamo un pensiero ai familiari del rapito, attualmente impegnati nell’acquisto di una poltrona con vibromassaggio incorporato.

Esercizi di Stile

Fiocotram   cerca di riprodurre lo  stile letterario di  Isabella Santacroce.

 

" Guardo Charlotte.
Charlotte è un’amica di Sant’ Agata di Justine, che però abitava due frazioni più in là, a Sant’ Agata sopra Sant’ Agata. Indossa solo un cappello rosa e due francobolli della Sierra Leone.
Justine bacia Charlotte, Charlotte bacia me, che bacio lo specchio.
Rimango di merda per quei suoi trentaquattro anni pieni di mollette per capelli Calvin Klein lei dice che Cesenatico le prende bene, che ce l’ha troppo dentro, che storia. La ospitiamo nel nostro garage. Ospitiamo tutti e di tutto. Una Salamandra che dice di venire da Giove, un televenditore di quadri in una tv locale di Stepford, un Senegalese che balla il liscio nudo nei centri per anziani. Nel cesso, Justine si fa le storie col suo nuovo english teacher.
Ieri Charlotte ha mangiato il suo gatto.
Ho scritto sullo specchio del bagno frase.
" Charlotta ha mangiato il suo gatto."
Provavo piacere nel mangiarle la faccia.
La guardavo di sbieco.
Desideravo colostomizzarla.
Si grattava le pulci, sentiva le urla dentro la testa. Ansimava, guardandosi le tette. Le tolsi il reggicalze, il reggiseno, il corpetto, lo scolapasta, le forbici, il pantografo per ingrandire. Dolcemente, poi con veemenza, la feci mia, due volte, in fila per sei, col resto di due. Ululava Charlotte martellandosi i calli. La ricoprii con cura di cartapesta. Nuda. Il naso e le orecchie intasati di cotton fioc. Strisciavano sinuose le sue curve sopra le bianche pareti della lavatrice.
Sopra la lavagnetta della cucina, era stata cancellata la scritta " Pranzo: carote bollite, merenda: gallette di riso, cena: sedano con sale e aceto. Col gesso rosa avevo scritto: " Charlotte ha mangiato il suo gatto " .

In questa foto io e un’amica stiamo abbracciando teneramente Osvaldo, il nostro comune amico immaginario. Se non riuscite a vederlo, sappiate che Osvaldo si mostra soltanto ai puri di cuore.