Una mattina, mi son svegliato

Avete presente un film dell’orrore?
I migliori sono quelli che hanno il potere di catturarti dentro la storia.

E allora…  metti che sei per strada.

Ti stai facendo gli affari tuoi. Ma quel giorno è diverso.

Quel tizio qualunque, che cammina nella tua direzione, ti sembra ostile. Non gli vanno bene i tuoi vestiti, non gli va bene il tuo aspetto, non gli va bene il posto da dove vieni.
Te lo lasci alle spalle. Ma lui non smette di seguirti. Chiama i suoi amici,  parla di te.

Decidono tutti insieme di fare qualcosa. Decidono che è colpa tua se le cose, da un po’ di tempo, da quelle parti, non vanno bene.

A chi dare la colpa, altrimenti?  Hai rubato il lavoro. Forse hai rubato a qualcuno di loro le cose che hai addosso. Anche se hai lavorato duro per conquistarle, appartengono comunque a tutti loro per diritto di nascita.

E poi…nessuno ti conosce. Potresti essere un assassino. Chi può saperlo? Come fare a difendersi? Meglio colpire per primi.

Difesa preventiva. La votano tutti, riuniti in una gigantesca assemblea di condominio.
Lo decide la signora del negozio di fiori, l’idraulico, il giornalaio. Lo decide la zia. Lo decide la bambina del quarto piano. Lo decide il giudice, lo decide il dottore. Sono tutti con una pietra in mano, scheggiata e aguzza, pronti a far scorrere il sangue di tutto ciò che è piccolo, debole, diverso per difendere i loro piccoli angoli di egoismo e piacere quotidiano.

Si mettono a camminare tutti insieme per venirti incontro. Sembra il quadro del Quarto Stato. Solo che non vengono per cambiare il mondo, ma per cambiarti i connotati.

Iniziano a lanciarti delle pietre, ti fanno sanguinare e crollare. Ti seppelliscono. Sembrano gli ebrei che deponevano sassi sulla lapide di Schindler nel celebre film, solo che al posto di anziani sopravvissuti pieni di gratitudine ci sono degli zombie ignoranti che biascicano “E’ tutta colpa sua, è tutta colpa sua…”. Seppelliscono te e sembra quasi che la Storia, la Ragione vengano sepolte insieme a te, sasso dopo sasso, tre metri sopra l’Inferno.

Il giorno dopo però sei ancora in strada. Il film ricomincia da dove era partito.
E’ ancora il 4 Marzo. La neve non si è ancora sciolta.

In strada c’è un signore che ti sembra familiare.

Ha in mano una pistola.
Meglio così, pensi. Coi tempi che corrono meglio difendersi, no?

Cammina verso di te.

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Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

Vita Eternia

Il primo eroe che ho avuto nella mia vita è stato He-Man.
Lui era un uomo che

AVEVA IL POTERE!

hemanpotenzio

Va bene ma…il potere per fare cosa?

Se vai a riguardarti il cartone su Netflix, He-man non faceva chissa’ cosa.
Si limitava a sventare qualche semplice piano dei cattivoni, senza nemmeno picchiarli.
Al massimo, li scagliava dentro qualche pozzanghera di fango, mentre Skeletor scappava in preda alle crisi isteriche.

Poi si accomodava a fine episodio e si metteva a spiegarti la vita.
Non drogarti, rispetta gli amici, mangia più frutta…elementare buon senso.

Però dicevano “Masters”...padroni dell’universo… io ho il potere…

L’unico potere concesso a He-man era lasciare le cose esattamente come le trovava.
Bisogna invece dare atto di una cosa ai cattivi: mettevano in discussione il migliore dei mondi possibili. Non era tutto  risate di papà Re e mamma Regina e festini a corte, ma anche:  montagne del serpenti, pianto, stridor di denti.

Un giorno, guardando oltre quella camicetta rosa e l’andatura da demente che usava per camuffarsi, aiutando gli altri ad allontanarlo dall’immagine di cio’ che gli faceva paura essere, Adam sollevò verso il cielo la sua spada magica e disse

PER LA FORZA DI GRAYSKULL!

 Trovandosi per la prima volta, una volta dissipate le energie della trasformazione, davanti a una verita’ impossibile da negare. Non l’eroe, non l’Altro, ma un giovane condottiero, il comandante designato di un’armata di valorosi soldati, maghi e tecnocrati dai mille ingegni. Una persona che aveva già tutto ciò che gli serviva. Una famiglia, degli amici, un popolo. Un piccolo mondo da difendere e la capacità per farlo.

Ma poi… la trasformazione. Mio padre aveva le braccia grosse e la pelle cotta al sole. Quando mi sgridava, quella voce mi disgregava come un tuono. Giocavo ai Dominatori dell’Universo, lo capisco solo ora, per dare una forma ordinata e comprensibile alle figure disegnate sul mio destino. Giocare per padroneggiare un piccolo universo, trasformarmi in mio padre… ma lui non capiva e pensava che lo odiassi quando interrompeva il gioco. Pensava che coltivassi il senso dell’orrido, del non conforme e tanto non sarai mai come ti vorrei. Se avessi giocato con me avresti capito, papa’. 

Skeletor invece?

Lui non aveva nulla.
E infatti, proprio per questo, voleva il potere.
Gli mancava l’altra metà della spada del potere, che serviva per formare la chiave e aprire il castello. Gli mancavano degli amici. Sì, aveva qualche servo, ma nessuno di essi gli serviva granché. A dirla tutta, gli mancava anche la faccia. Gli mancava il sorriso. Essendo privo di dotti lacrimali, gli mancava pure il pianto.

Per questo Skeletor voleva il mondo, voleva il regno, voleva

  IL POTERE.

Skeletorro

E che cazzo, aveva anche ragione, per certi versi. Forse se gli avessero dato qualcosa non si sarebbe ridotto così.
Se solo la sua faccia non fosse stata così vicina alla paura, alla morte, forse avremmo potuto capirlo di più, senza metterci a invocare tutto il potere dell’universo… solo per farlo andare via. Fino alla prossima puntata.

Del resto, più cresci, più ti avvicini alla paura… e altro.

Quando cresciamo e iniziamo a capire qualcosa, fuori da quelle quattro regole di buon senso nate per non farci sbattere contro il nostro stesso recinto,  impariamo qualcosa che non ci piace. E allora, tentiamo di cambiarlo.

Pensiamo subito che ciò significhi avere

IL POTERE

Qualcuno si limita semplicemente ad andare in palestra e farsi qualche lampada per essere bello e rispettato.
Non dico proprio ad Eternia, ma perlomeno nel cortile dietro casa.
Altri invece inseguono tutta la vita

 

IL POTERE

 

consumandosi pure la faccia nell’attesa, credendo che raggiungerlo significhi avere ciò che manca.

Come un bambino che urla dal giocattolaio perché vuole che il padre compri tutti i pupazzi dei Masters, perché crede che solo collezionandoli tutti potrà davvero iniziare a giocare sul serio.

Forse He-man,  nemmeno voleva partecipare a questa gara di avere e potere. Quando combatteva era sempre un po’ sardonico, quasi scocciato. Era felice solo quando poteva sparare le sue stronzate da pedagogo a fine episodio. Magari , ci pensi, voleva solo cambiar presto mestiere e coronare il suo sogno di diventare educatore, condividere le cose che sapeva specchiandosi nello sguardo allegro di un bambino invece che nelle vuote orbite fameliche di un nemico ottuso e poco impegnativo.

Crescendo ho iniziato a capire un po’ Skeletor. Non è che  io sia insoddisfatto da quello che ho. E’ che non riesco ad accettare la fame. Non riesco ad accettare che sia più difficile distribuire questo fantomatico potere che immaginarlo. Che esiste ed esisterà sempre qualcuno di cui siamo convenientemente ignari, che desidera e muore nel desiderio, disposto a strapparci tutto. Abbiamo accesso a una società del desiderio, un motore economico che si rigenera sempre sulla base del trono di un vincitore e intorno alla definizione di un premio.

L’unico costo di tutto ciò è vedere ogni tanto qualcuno che non ce la fa.

Il vero volto della sconfitta non ha la dignità  commovente dei personaggi del romanzo sociale. E’ spesso ridicolo e isterico, brutto al punto tale da essere nascosto. Non ricordo il punto in cui celarlo è diventato un compromesso accettabile, in cui l’empatia è sembrata un orpello un po’ patetico. Invidio la serenità di chi accetta le cose come sono e le racconta così come saranno.

He-man sta bene, io sto male. He-man è il bene, Skeletor il male, io non so dove stare.

Mi piacerebbe uno di quei consigli a fine episodio, in grado di rendere più nitida la strada del buon senso, per poi andare tutti a corte a festeggiare. In preda a questa dissonanza invece, vado nei meandri delle grotte fredde di Skeletor, sentendomi uno che si prende un po’ troppo a pugni in faccia da solo, e che del resto non può fare nient’altro che questo. Come Two Bad.

Twobaddy

Refresh le cache

In quei giorni il  Presidente Emerito fece montare alcuni generatori di stabilità  nello studio ufficale.

Le gradazioni  erano comunicate a distanza all’addetto alla manutenzione, utilizzando però un vetusto fax. La contorta procedura generava incomprensioni e problemi quasi all’ordine del giorno.

Lo staff del Presidente era stretto nella morsa di perturbazioni, oscillazioni, mortificazioni. 

Ogni giorno chiamavano invano la manutenzione, ma dall’interfono usciva solo un sibilo metallico.

A metà settimana ricevettero un foglio fax:

Gentile ufficio,

La stabilità  ideale dei luoghi pubblici è stata fissata dal Federal Bureau. Si prega di inviare ulteriori istanze o lamentele al foro competente o, in alternativa, rassegnare le dimissioni.

A dar lume alla stanzetta in cui alloggiava lo staff c’era una fila di tre finestre.

Rozze edificazioni offuscavano l’orizzonte, piantate in un terreno tossico a buon mercato, rubavano l’anima prima ancora di essere ultimate. Oltre i vetri, oltre i muretti e i capannoni abbandonati, si potevano immaginare canti di cotone.

Tutto intorno venivano piantate dalla penna dei cronisti  favole di favelas e maleducazione, con cui questi si illudevano di pasteggiare almeno fino al Martedì venturo.

C’erano dispersi nel grigio, invecchiati e ignoranti, identità e storie senza importanza, agglomerati nella miseria.

Gli strumenti digitali rilevavano empatia e altri astratti emotivi troppo lenti in fase di caricamento.

Si preferiva indietreggiare dal centro di un incidente, fino a diradare l’eco delle urla e l’odore del sangue, fino a ottenere un insieme consequenziale di rottami, che assumeva un senso più armonico man mano che lo si agglomerava alle macchie progressive del proprio zoom mentale.

I poeti, lasciati fuori a mendicare, stringevano l’aria in un comico moto d’orgoglio.

Alle loro spalle, lupi famelici emergevano dai piani rialzati dei palazzi e sfidavano la plausibilità della scena mangiandosi ogni comprensione, ogni spazio di reazione.

Occhi rossi, fiato mefitico, artigli e zanne che facevano male prima ancora che il dolore potesse essere compreso o interessante per qualcuno.

Lo staff si strinse nell’incerto, insondabile, incrociarsi degli occhi. Tutti contavano il peso che ogni giorno il Presidente Emerito dava ai loro respiri.

Una qualsiasi Prefettura di un qualsiasi angolo del globo avrebbe potuto certificare l’agibilità di quella stanza infernale mentre mangiava divorava e cacava vite umane, come se essa stessa fosse ormai l’unica cosa degna di esame  dell’emerita coscienza umana.

Il Cattivo della Storia

Uno pensa sempre che i meccanismi servano a migliorare la vita.

Ma quando senti uno che carica l’orologio, mica puoi sapere se si sta preparando per un appuntamento o per uccidere qualcuno, o entrambe le cose.

Consapevolezze

Io per esempio, come meccanismo non servo a un granché: non ammazzerò nessuno, non porrò in essere eventi drammatici.

So solo di essere un Cattivo, che c’è una storia da raccontare. Perché semplicemente, ci penso e non riesco a dormire.

L’arte di guardarsi allo specchio la mattina diventa sempre più costosa. La mia famiglia, i miei libri, i miei vecchi vestiti. I miei amici. I miei ricordi. Se va bene l’affare, posso mettere in fila quattro Lunedì di seguito.

Metti che uno, sotto le rovine della grande civiltà occidentale, non sa fare un cazzo. Qualche bicchiere di troppo e

  • Per girare la carne ci vuole esperienza.
  • Mi spiace, non possiamo formarti.
  • Gli istruttori dei corsi regionali che parlano in romanesco sono ostili e antipatici.
  • Ho solo prestato una penna al mio compagno di banco…no, vabbé. Lazio Merda.

Posa il cappello oggi, posa il cappotto domani, comincia a comparire il tuo nome sulla scrivania.   A un certo punto perfino le cose inutili ti rendono orgoglioso. Fare bene il proprio lavoro. Sapevo che non avrei dovuto affezionarmi a nessuno.  Dimenticare l’orgoglio, lasciar cantare il gallo tre volte perché non hai alternative. Ogni dannato giorno.

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Mi avvicinai molto a un tizio. Disegnava. Anche a me piaceva disegnare. Parlammo. Lui alla fine non ce la fece. Quando arrivarono i tempi duri, li affrontammo tutti insieme. Non è difficile farsi degli amici. Ecco perché bisognerebbe tenere gli occhi bassi e maledire la parola, quando ti guadagni il pane. Si aspettano che tu abbia rivali, non amici. Questo lo prendo, mi dissero. Questo no. Tu sì. L’altro no.

Poi arrivò un signore che mi disse: Ci saranno dei cambiamenti. Ci saranno dei tagli. Non parlare con gli altri o sei fuori anche tu. Tu sì. Perché galleggiare come uno stronzo è un’attività che tutto sommato ti riesce. Forse hai semplicemente pagato con quei soldi la tua dignità. E poi se n’è andato, non sono più riuscito a restituirgli quel caffé.

Un sorriso e un’amicizia che non è cresciuta. Neve sul cappotto e un breve saluto. Quella mattina ci disperdemmo tutti, nella neve. Del resto, quanto speravi che valesse, il tuo futuro? Il prezzo corrente sul mercato di un fondo di caffè.

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“Fatti delle domande”.

E’ la frase che si usa a Milano quando vuoi dire a qualcuno che è una merdaccia, ma vuoi che ci arrivi da solo. Odio questo genere di ipocrisie, tipico di chi manda un ambasciatore a suonare prima di portarti in casa la merda.

Io non mi faccio domande. So già quello che puoi dirmi. Le tue lezioncine morali imbarazzanti per un qualsiasi pubblico che non abbia dormito solo due ore per notte e non sia divorato dalle nevrosi. E’ tutta questione di galleggiamento.

E qui nelle fogne galleggiano tutti, mio caro Pennywise. Inutile fare il predatore, inutile fare il vincente, inutile sputare battute come un politico. Sei nelle fogne con tutti noi.

Quando accettai di nuovo, sapevo che avrei avuto ancora bisogno di quei soldi. E così via. Gettando i vestiti nel fuoco, ad uno a uno, fino a non riconoscersi, fino a sentirsi nudi, mentre le fiamme si spendono consumando vestiti di carta e berretti di mollica di pane.

Fino a che la notte non sembra serrare le fauci e a quel punto chiudi gli occhi, perché non serve ricordare i sogni, le idee in cui credevi e che professavi meglio della tua stessa identità, è inevitabile. Non sei più Io, sei Altro, e poi sei Ancora, Ancora… finché diventa automatico non riconoscersi più.

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E l’indomani incontrai quella persona. Quella che disegna, che tende la mano, che non sa cosa hai scelto e chi inevitabilmente le tue scelte andranno a pugnalare. E ti guarda mentre non dici niente, mentre saluti cortese e passi avanti.

Vigliacco e sporco e indegno come le parole usate dal primo degli assassini per dare un nome alle sue notti senza sonno. C’è un Cattivo quindi ci doveva essere un delitto. Nessuno aveva parlato di un suicidio.

Eppure se ci fosse un Dio gli giurerei che quei soldi ho cercato di meritarmeli. Testa bassa, un passo alla volta, un respiro. Benedici un’altra giornata nei campi, mio Signore. Ma più che un blues sembrerebbe una piagnucolosa cantilena.

Se ci fosse un Dio mi biasimerebbe per non aver avuto fiducia in Lui, nei passerotti che hanno sempre cibo e tutte le altre storielle. Invece le briciole ho dovuto cercarle insieme agli altri, prendere quel che c’era, perché nel frattempo qualcuno decideva per decreto legge che le briciole dovevano essere frantumate il più possibile.

Ciò avrebbe creato più briciole per tutti o, in alternativa, la morte, che comunque implica sempre briciole in più per qualcuno.

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 “Fare il caffè con la cremina è una grossa cazzata, va via tutto l’aroma”.

Nell’ultima seduta del Parlamento è stato decretato che, dopo aver frantumato le briciole per un certo numero di anni, si ottiene il diritto di frantumarle un altro po’ di più. Purtroppo di solito, a quel punto, arriva qualcuno con l’aspirapolvere.

Se ci venisse chiesto a cosa servono le leggi, ci toccherebbe rispondere. Per fortuna nessuno lo fa mai, ed è meglio così perché la legge non ammette ignoranza. Mentre gli ignoranti sono ammessi dalla legge, addirittura previsti, nell’ambito di un’intera legislatura.

Io non ce la faccio a incontrarli per caso tutti i giorni, a guardare i loro occhi, per quei quattro spiccioli al mese. Quegli spiccioli che pagano l’acqua, il pane, la luce, il biglietto per andare e tornare, l’affitto per dormire, i libri per sentire ed esistere. Perciò lo faccio lo stesso. E pago.

E questo mi rende complice. Respirare mi rende complice. Prima o poi vincerà qualcuno. Qualcuno che non ha bisogno di niente e che non è disposto a pagare.

Magus

“E’ dunque così che si invecchia?”

Ho i capelli bianchi. Le ragazze attraversano la strada e ridono e pensano a Domenica e io sono pesante e goffo e ogni sera mi addormento con in bocca l’ennesimo tradimento che dovrò consumare contro quel bambino.

Contro quell’adolescente. Contro quel giovane adulto. Contro tutte le persone che sono stato e che adesso mi sembrano così lontane e distanti.

Perché ti dico tutte queste cose? Scusa, mi sono sbagliato. Pensavo che fossi il Buono della Storia e che fossi venuto a fare qualunque cosa facciano i Buoni ai cattivi.

Allora… se non sei lui ti prego, dimmi che hai una Storia più bella da raccontare.

Il più bello del reame

L’altro giorno la direttrice ci ha raccontato di aver rotto uno specchio, chiedendosi se ci fosse un procedimento inverso per annullare la sfortuna.

Se andiamo a cercare l’origine di tutte le superstizioni e le credenze magiche, scopriamo che c’è sempre un singolo evento reale: una cosa costosa o importante che si rompe, un incontro, un ritrovamento…

La magia è un procedimento ossessivo che tenta di replicare all’infinito l’effetto che qualcosa ha avuto sulla nostra vita.

La somiglianza tra scienza e magia sta nel fatto che entrambe partono dall’osservazione del mondo reale per provare a ricostruire i rapporti di causa ed effetto.

Ma al centro delle arti esoteriche c’è il punto di vista di un singolo essere umano: quel che succede a me è l’unico fatto rilevante.  Se il mio specchio rotto distorce il mio riflesso, allora tutto quanto il mondo verrà distorto.

Posso fare incantesimi dentro i cerchi magici, perché solo pisciando all’interno di quella stretta circonferenza posso immaginarmi  padrone.

La scienza ci educa a distaccarci dal nostro punto di vista e a cercare una rete di connessioni più grandi.

Ma un discorso del genere è totalmente inutile, quando i pasti che mangiamo derivano da una serie di convinzioni superstiziose adattate a formule di pretesa esattezza matematica. Il mito della perseveranza, del singolo super-uomo che crea ricchezza partendo dall’arroganza.

Quando si è convinti di accumulare  per sé, senza pensare agli schemi che legano i rapporti economici, senza allinearsi alle innovazioni tecniche o procedurali, si è costretti a vivere nell’eterna ripetizione di una storia magica, buona solo a far divertire per qualche ora chi si riposa da incombenze ben ancorate alla realtà.

Per questo e altri motivi,  non ho saputo rispondere al dubbio della direttrice.

Heroes

Se mi guardano dico non è niente! Non è niente!

E poi rimetto dentro le budella, in tutta fretta.
Lo sguardo di terrore di chi mi osserva mi fa più paura di qualsiasi condizione di pericolo.

A un certo punto mi ero ritrovato a inseguire il mio stesso fiato.
Se avessi potuto, mi sarei ordinato di non fare lo stupido.

E poi avrei fatto come quel bambino dal cipiglio risoluto, tenuto per mano dalla mamma.
In una mattina immersa nel sole buono, fingeva di non aver paura per la vaccinazione.

Fu un grande momento.
Era entrato passando da un corridoio pieno di amici in lacrime.
Sembravano maschere di fontane rosse.
Stese il braccio come a dire facciamo finta in fretta.
Il dottore iniziò a complimentarsi ma il bambino si afffrettò a interromperlo, con voce pedante.

"Dottore, guardi che io ho paura come gli altri.
Ho solo sei anni, ma so che nonostante le sue rassicurazioni la puntura mi farà un male cane.
 Pero non posso lasciare che il mondo crolli.
Mi capisce?  Io sono un soldato, e i soldati sono scemi.
I miei commilitoni sono già caduti, non  rimane  nessuno a difendere la realtà.
Stanno piangendo e poi riceveranno una caramella come premio.
La reazione più logica che ci possa essere: il dolore fa piangere, il coraggio è follia per ritardati.
E io cosa ci guadagnerò? Da questa giornata avrò imparato soltanto a mentire, costruendo barriere.
Niente caramelle, solo i suoi affrettati complimenti, una pacca sulla spalla dei miei genitori.
Poi tutti dimenticheranno.
A me resterà soltanto un ricordo in cui sembrava così facile essere eroi.
Un frammento ingiallito di cui essere orgogliosi  solamente nella solitudine.
Perché imbarazzerebbe troppo ritrovarsi costretti a tirarlo fuori per gli ospiti.

Per cui, faccia questa fottuta iniezione e non mi dia discorso, devo stringere i denti senza morsicarmi la lingua.
Non è stato lei a parlare? Allora con chi sto discutendo?
Niente, è solo la mania di sentire le voci, che certuni chiamano esperienza.

L'altro giorno ero sotto la pioggia, col cappuccio abbassato.
Mi ritrovai davanti a una vecchia conoscenza.
Per salutarla, mi venne automatico un gesto stupido.
Abbassai il cappuccio che grondava pioggia in segno di rispetto, come se fosse un cappello.

Ero stato goffo e ridicolo come al solito.
Ma, a sorpresa, la mia vecchia conoscenza si bloccò e mi guardò, senza ridere.
I suoi occhi sembrarono sprofondare nei ricordi.

"Ti ha davvero insegnato a essere educato".

Mi ha insegnato a essere scemo.
Questo però non significa che non mi manchi.
E che mi faccia piacere, anche nella situazione più improbabile, essere associato a lui.
Non è odio, si tratta solo del mio personale modo di intendere l'equilibrio.
Ma basta un niente a ricordarti che porti le tracce del tempo, in modi che non avresti neppure immaginato.
Cadi nei ricordi, quando dovresti marciare, quando nessuno è disposto ad aspettarti.

Non mi piace stare solo, ma posso resistere alla solitudine fino a quando ce ne sarà bisogno, costruendo una casa calda e accogliente anche con gusci di noccioline, se necessario. 
Parlando coi quadri, con i ricordi, con Dio e la Madonna o Mithra e Krishna,  col serpente cosmico che mi sale dallo stomaco e pompa chissà cosa dentro al cuore, dopo averlo morsicato.

Mentre visualizzo nella testa una ruota della fortuna, inciampo in un fosso.
Mi rialzo perché fa male, non perché sono forte. 
Sorrido con lo sguardo sporco di fango. 
Chi mi ha ridotto così?
Rido e ti dico: è colpa mia. 

Tu mi rispondi che il ricco presidente ha reso precario il futuro spendendolo per comprare prostitute e champagne.
Che sono figlio del mio contesto, delle carenze educative del sistema. 

Io ti rivelo che quel giorno, quando c'era da sgobbare e farsi valere, ero confuso e camminavo nell'aria fredda, dopo aver detto una piramide di bugie. Se ci ripenso, non posso dirti altro che doveva andare così.

E poi mi tengo stretto quel ricordo ingiallito di venticinque anni fa, in quella mattina in cui ero l'unico baluardo del mondo contro la punta di una siringa da vaccinazione, e sembrava tanto facile essere eroi.

Odio quelli che tornano più di una volta a parlare dello stesso errore.
Identificato il problema, mi assumo le responsabilità e pago quello che ho da pagare.
Se non possiedi la macchina del tempo,  nel frattempo farai meglio a tacere.

Oltretutto il cinema insegna che riparare gli errori con le macchine del tempo crea vite parallele.
Io possiedo solo questa,  che è già una rottura di coglioni di suo.

Sopra la scrivania del mio ufficio c'è un cartello d'avviso con un gigantesco errore di grammatica.
L'ha scritto il mio superiore.
Guadagna più di me e non sa nemmeno scrivere in italiano.

Ma io sorrido, e penso: è colpa mia.

Dreams of the nursery miscellaneous

Leggo per caso uno scambio di missive tra una ragazza e un tipo che le dice che è molto cambiata. Costui cita una mia frase come supporto del suo discorso, e questo mi inquieta, perché non lo conosco affatto.
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Sto tornando a casa, prima dell'alba. Passo da un posto ripulito dalle erbacce e penso che presto vorranno farci crescere qualcosa. Entrambe le vie che portano verso casa sono presidiate da gatti. Non mi fanno paura, ma non mi va di prendere nessuna delle due strade.

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Il giudice  si trova a dover essere giudicato a sua volta, da una giuria di malfattori incappucciati. Tra di essi ci sono alcuni uomini politici. Uno di costoro estrae una pistola di legno, perché in quel posto  sono convinti che usando pistole di legno è difficile essere perseguiti penalmente. La punta verso il giudice e gli ordina di arrendersi. Il giudice risponde di no. Preso da nervosismo, il tizio spara. Il sangue del giudice gli schizza addosso. Allora si dispera e ulula che cosa ho fatto, aiutatemi. Tutti fanno a gara per sorreggerlo, sembra la scenata di un dramma napoletano. Tutta la scena si svolge all'interno della gabbia di uno zoo. All'evento presenziano vari spettatori, i quali però sono anche complici di quelli che stanno dentro le gabbie. I poliziotti arrivano, e portano via il corpo senza vita del giudice, piangendo disperati.

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Varie scene isolate, con protagonisti alcuni assurdi personaggi, che in seguito,  a sogno finito, decido di battezzare i rabbiosi. Costoro hanno le fattezze di gente che conosco (anche se so benissimo che non lo sono davvero), e camminano tranquillamente per strada. Quando però mi avvicino iniziano ad abbaiarmi contro, digrignando i denti, senza smettere mai.

 Mia sorella mi mostra una torta che hanno preparato. Mi dicono che potrei portarne una fetta alla nonna.
Vado nella sua stanza, c'è lei che dorme con mia sorella che la sorveglia.  E' un po' preoccupata per la sua salute, e dice, storpiando le parole, che ha paura di essere amelica. Io le dico che è la migliore nonna del mondo. Le dò un bacio e lei piange commossa.

Il racconto dell’orrore

Passavo tutti i giorni dal Royal College Bar, ma per me era sempre chiuso. In genere trovavo i baristi intenti a giocare a carte su un tavolino, oppure le saracinesche mezze abbassate, e la ragazza slava che lavava tazze e bicchieri.

Guardai i fogli dentro la mia tasca e ci trovai un racconto autobiografico.

Certe volte, chissà perché, sbagliavo pure strada. Guardavo per un po' la gente in partenza alla stazione.  Tornavo indietro, e il bar era di nuovo chiuso. Le ragazze passeggiavano coi loro vestiti succinti. Le trovavo odiose.  Soffocai un moto di rabbia, che il peso della ragione mi costrinse a ricacciare come eccessiva. Ma il loro profumo dolciastro mi pizzicava le narici in modo sgradevole, quando passavo oltre, e questo influiva su qualsiasi buon proposito. Lungo il tragitto, notai un conoscente. Mi salutò e io risposi, senza però fermarmi, accelerando il passo, deviando verso una stradina laterale. Non mi accorsi che avevano messo delle transenne. Per cui mi fermai, feci un sorriso goffo verso il mio conoscente, e cambiai strada, sentendomi come una di quelle marionette viventi delle comiche anni Trenta, prelevata a forza dal contesto umoristico che ne smorzava la tragicità. Sulle panchine del lungomare un signore farfugliava al vento i suoi pensieri.

Mi sedetti su un'altra panchina. Guardai l'aiuola. Tra i cespugli c'era una lapide. L'iscrizione, imboscata tra i fiori, raccontava: "Qui giace Howard Phillips Lovecraft, nato esattamente dov'era morto, eccetera eccetera. IO SONO PROVIDENCE". 

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto autobiografico si era trasformato in un'allucinazione.

Ma  malgrado quanto si possa pensare la scrittura di un folle  è sempre molto salda. La pazzia non sarebbe tale, senza  una certezza cieca e granitica a supportarla. In questo caso invece le parole erano incerte e tremolanti, il che era normale, vista l'intromissione di quello strano particolare in una visione d'insieme tutto sommato consueta. Strabuzzai gli occhi, cercando di mettere a fuoco ciò che stava succedendo.

Un signore in frac, con cilindro e bastone da passeggio, camminava verso di me. Un perfetto dandy della Belle Epoque. "Domando scusa" mi chiese "In che anno siamo?". Scrollai le spalle, facendo finta di non saperlo. Mi metteva paura l'idea di rispondergli. Non volevo rivolgergli la parola, perché avrebbe significato ammettere che esisteva. All'improvviso, un gruppetto di cinque o sei figure dall'aspetto umanoide, coi tratti del viso indecifrabili,  gli arrivò alle spalle quasi senza emettere suono, e lo acciuffarono. "Ma cosa fate? Aiuto!" Mi guardò, implorandomi di fare qualcosa. Gli cadde il cilindro, i capelli impomatati si scompigliarono, iniziò a sudare. "Non si agiti, è tutto sotto controllo" mi disse una delle figure "Pensi agli affari suoi. Questa persona non appartiene alla sua epoca, la stiamo riportando indietro". Finalmente un discorso sensato. Annuii, convinto e rasserenato.

 Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto allucinato-paranoico stava scivolando nella fantascienza.

Con tutte le probabilità, stavo semplicemente assistendo a un disturbo nel continuum spaziotemporale, che portava a sovrapporsi diverse realtà parallele. Bastava smettere di pensare ai dettagli, una volta per tutte. Ormai era troppo tardi per controllare se il Royal College Bar fosse aperto, per cui decisi che avrei imboccato la strada di casa. Camminai con passo ancora più svelto e deciso.
Ma qualcuno mi chiamò di nuovo.

Era Salvatore, il mio vecchio compagno d'asilo, seduto in macchina, che voleva darmi un passaggio. Una gioia immensa mi riempì il cuore. Mi tornarono alla mente tutti gli scherzi e le risate di quegli anni spensierati. Allargai le braccia con espressione festosa.

Quando mi avvicinai, non mi piacque quello che vidi. Salvatore aveva una faccia serena. Troppo serena. Stentavo a riconoscere i suoi occhi da ragazzo ribelle in quella specie di paresi facciale che indossava come sorriso. Cosa stava succedendo? L'imbarazzo mi salii su per la gola, come un rigurgito di vomito. Le solite chiacchere di circostanza iniziarono a riempire l'aria. Cosa fai, cosa mi dici. Lui non faceva nulla di speciale. Aveva iniziato un percorso, mi disse proprio così. Un percorso con un gruppo di altri ragazzi. Si univano, non so bene per quale motivo. Per pregare, per riflettere. Non so bene su cosa."Ma vuoi diventare prete? Voglio dire… stai prendendo i voti?" Salvatore sorrise: "No, certo che no. Sto solo facendo un percorso". Mio Dio, pensai. Mio Dio. "Sono molto contento per te, Salvatore. E' una cosa che mi sorprende… ma poi perché mi dovrebbe sorprendere? E' bello. Voglio dire, in questa società, sai com'è. Avere dei valori. Fermarsi a… a… riflettere". "Già".

Salvatore sorrideva debolmente. La sua stempiatura, i suoi vestiti, il fatto che si fosse fermato con la macchina nel bel mezzo della strada, senza curarsi delle altre vetture che suonavano il clacson e gli dicevano di spostarsi. Tutte quelle cose si mescolavano dentro la mia testa. E riconobbi quella sensazione: il panico. Il disgusto. Il terrore. La voglia di scappare.

Odiavo me stesso, mentre mi accomiatavo da Salvatore, rifiutando la sua offerta di un passaggio. Mi mordevo le labbra, mentre mi invitava a passare " da lui e dai suoi amici, ogni volta che lo avessi voluto". Per confrontarci, per riflettere. Ma certo. Mi mordevo le labbra mentre dicevo che sì, prima o poi avrei fatto anch'io un salto. E intanto non gli davo né un recapito, né il mio numero di cellulare. Mi congedavo bruscamente, come il più vile degli uomini.

Continuai a camminare con un magone e una voglia di piangere assolutamente senza senso. Avrei potuto provare a raccontare a qualcuno le cose che sentivo, ma anche se le avessi messe in fila nel modo più ordinato possibile il mio interlocutore non sarebbe riuscito a rilevare nulla di disturbante o preoccupante. Non avrebbero capito le cose che sentivo. Non riuscivo a capirle nemmeno io. Eppure c'erano.

Quanto avevo desiderato reincontrare quella persona, in questi anni. A volte fantasticavo su come sarebbe stato bello ritrovarsi, riscoprire la gioia di quegli anni. Pensavo al mio amico, al mio caro e vecchio amico, quel filo invisibile che legava le nostre esperienze. La certezza che non avrei fatto mai del male a quel ricordo. L'avrei preservato, accarezzato nei momenti di tristezza. E invece…

Cosa potevo fare? Cosa potevo dire, di fronte al tempo che si mangiava via i dettagli? Il tempo che scopriva le tombe, e rivelava il marciume del cambiamento, sotto il velo dell'illusione. Mi sentivo come se avessi preso il fucile, iniziando a sparare, colpendo una per una tutte le persone che mi erano care.

Mi ero trasformato nel tipo di eroe che ho sempre odiato più di ogni altro: colui che vede i mostri, laddove esiste soltanto l'inevitabile flusso della realtà e del cambiamento.


Non c'è più nulla di riconoscibile e rasserenante nei vecchi dettagli. Non c'è più una Itaca da cui tornare.
E non era giusto. Io non ero giusto. Il tempo è una guerra. Per preservare la mia coscienza, per aggrapparmi all'idea che ho di me stesso, ero costretto a voltarmi. A spazzare via tutto il resto. Naufragato su una distesa di scogli appuntiti, osservavo la distanza incolmabile tra quel mondo e i miei dolci ricordi.  Gira lo sguardo, arrenditi. Come mille altre persone grigie e meschine hanno già fatto, in centinaia di altre vite, in quella strada, necessaria quanto mortale, che si chiama sopravvivenza.

Finalmente, giunsi alla porta di casa. La mia sagoma si faceva inghiottire dall'oscurità, dietro la porta.

Il mio passato non è più affar mio.

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto di fantascienza si era trasformato in un racconto dell'orrore.