Refresh le cache

In quei giorni il  Presidente Emerito fece montare alcuni generatori di stabilità  nello studio ufficale.

Le gradazioni  erano comunicate a distanza all’addetto alla manutenzione, utilizzando però un vetusto fax. La contorta procedura generava incomprensioni e problemi quasi all’ordine del giorno.

Lo staff del Presidente era stretto nella morsa di perturbazioni, oscillazioni, mortificazioni. 

Ogni giorno chiamavano invano la manutenzione, ma dall’interfono usciva solo un sibilo metallico.

A metà settimana ricevettero un foglio fax:

Gentile ufficio,

La stabilità  ideale dei luoghi pubblici è stata fissata dal Federal Bureau. Si prega di inviare ulteriori istanze o lamentele al foro competente o, in alternativa, rassegnare le dimissioni.

A dar lume alla stanzetta in cui alloggiava lo staff c’era una fila di tre finestre.

Rozze edificazioni offuscavano l’orizzonte, piantate in un terreno tossico a buon mercato, rubavano l’anima prima ancora di essere ultimate. Oltre i vetri, oltre i muretti e i capannoni abbandonati, si potevano immaginare canti di cotone.

Tutto intorno venivano piantate dalla penna dei cronisti  favole di favelas e maleducazione, con cui questi si illudevano di pasteggiare almeno fino al Martedì venturo.

C’erano dispersi nel grigio, invecchiati e ignoranti, identità e storie senza importanza, agglomerati nella miseria.

Gli strumenti digitali rilevavano empatia e altri astratti emotivi troppo lenti in fase di caricamento.

Si preferiva indietreggiare dal centro di un incidente, fino a diradare l’eco delle urla e l’odore del sangue, fino a ottenere un insieme consequenziale di rottami, che assumeva un senso più armonico man mano che lo si agglomerava alle macchie progressive del proprio zoom mentale.

I poeti, lasciati fuori a mendicare, stringevano l’aria in un comico moto d’orgoglio.

Alle loro spalle, lupi famelici emergevano dai piani rialzati dei palazzi e sfidavano la plausibilità della scena mangiandosi ogni comprensione, ogni spazio di reazione.

Occhi rossi, fiato mefitico, artigli e zanne che facevano male prima ancora che il dolore potesse essere compreso o interessante per qualcuno.

Lo staff si strinse nell’incerto, insondabile, incrociarsi degli occhi. Tutti contavano il peso che ogni giorno il Presidente Emerito dava ai loro respiri.

Una qualsiasi Prefettura di un qualsiasi angolo del globo avrebbe potuto certificare l’agibilità di quella stanza infernale mentre mangiava divorava e cacava vite umane, come se essa stessa fosse ormai l’unica cosa degna di esame  dell’emerita coscienza umana.

Il Cattivo della Storia

Uno pensa sempre che i meccanismi servano a migliorare la vita.

Ma quando senti uno che carica l’orologio, mica puoi sapere se si sta preparando per un appuntamento o per uccidere qualcuno, o entrambe le cose.

Consapevolezze

Io per esempio, come meccanismo non servo a un granché: non ammazzerò nessuno, non porrò in essere eventi drammatici.

So solo di essere un Cattivo, che c’è una storia da raccontare. Perché semplicemente, ci penso e non riesco a dormire.

L’arte di guardarsi allo specchio la mattina diventa sempre più costosa. La mia famiglia, i miei libri, i miei vecchi vestiti. I miei amici. I miei ricordi. Se va bene l’affare, posso mettere in fila quattro Lunedì di seguito.

Metti che uno, sotto le rovine della grande civiltà occidentale, non sa fare un cazzo. Qualche bicchiere di troppo e

  • Per girare la carne ci vuole esperienza.
  • Mi spiace, non possiamo formarti.
  • Gli istruttori dei corsi regionali che parlano in romanesco sono ostili e antipatici.
  • Ho solo prestato una penna al mio compagno di banco…no, vabbé. Lazio Merda.

Posa il cappello oggi, posa il cappotto domani, comincia a comparire il tuo nome sulla scrivania.   A un certo punto perfino le cose inutili ti rendono orgoglioso. Fare bene il proprio lavoro. Sapevo che non avrei dovuto affezionarmi a nessuno.  Dimenticare l’orgoglio, lasciar cantare il gallo tre volte perché non hai alternative. Ogni dannato giorno.

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Mi avvicinai molto a un tizio. Disegnava. Anche a me piaceva disegnare. Parlammo. Lui alla fine non ce la fece. Quando arrivarono i tempi duri, li affrontammo tutti insieme. Non è difficile farsi degli amici. Ecco perché bisognerebbe tenere gli occhi bassi e maledire la parola, quando ti guadagni il pane. Si aspettano che tu abbia rivali, non amici. Questo lo prendo, mi dissero. Questo no. Tu sì. L’altro no.

Poi arrivò un signore che mi disse: Ci saranno dei cambiamenti. Ci saranno dei tagli. Non parlare con gli altri o sei fuori anche tu. Tu sì. Perché galleggiare come uno stronzo è un’attività che tutto sommato ti riesce. Forse hai semplicemente pagato con quei soldi la tua dignità. E poi se n’è andato, non sono più riuscito a restituirgli quel caffé.

Un sorriso e un’amicizia che non è cresciuta. Neve sul cappotto e un breve saluto. Quella mattina ci disperdemmo tutti, nella neve. Del resto, quanto speravi che valesse, il tuo futuro? Il prezzo corrente sul mercato di un fondo di caffè.

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“Fatti delle domande”.

E’ la frase che si usa a Milano quando vuoi dire a qualcuno che è una merdaccia, ma vuoi che ci arrivi da solo. Odio questo genere di ipocrisie, tipico di chi manda un ambasciatore a suonare prima di portarti in casa la merda.

Io non mi faccio domande. So già quello che puoi dirmi. Le tue lezioncine morali imbarazzanti per un qualsiasi pubblico che non abbia dormito solo due ore per notte e non sia divorato dalle nevrosi. E’ tutta questione di galleggiamento.

E qui nelle fogne galleggiano tutti, mio caro Pennywise. Inutile fare il predatore, inutile fare il vincente, inutile sputare battute come un politico. Sei nelle fogne con tutti noi.

Quando accettai di nuovo, sapevo che avrei avuto ancora bisogno di quei soldi. E così via. Gettando i vestiti nel fuoco, ad uno a uno, fino a non riconoscersi, fino a sentirsi nudi, mentre le fiamme si spendono consumando vestiti di carta e berretti di mollica di pane.

Fino a che la notte non sembra serrare le fauci e a quel punto chiudi gli occhi, perché non serve ricordare i sogni, le idee in cui credevi e che professavi meglio della tua stessa identità, è inevitabile. Non sei più Io, sei Altro, e poi sei Ancora, Ancora… finché diventa automatico non riconoscersi più.

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E l’indomani incontrai quella persona. Quella che disegna, che tende la mano, che non sa cosa hai scelto e chi inevitabilmente le tue scelte andranno a pugnalare. E ti guarda mentre non dici niente, mentre saluti cortese e passi avanti.

Vigliacco e sporco e indegno come le parole usate dal primo degli assassini per dare un nome alle sue notti senza sonno. C’è un Cattivo quindi ci doveva essere un delitto. Nessuno aveva parlato di un suicidio.

Eppure se ci fosse un Dio gli giurerei che quei soldi ho cercato di meritarmeli. Testa bassa, un passo alla volta, un respiro. Benedici un’altra giornata nei campi, mio Signore. Ma più che un blues sembrerebbe una piagnucolosa cantilena.

Se ci fosse un Dio mi biasimerebbe per non aver avuto fiducia in Lui, nei passerotti che hanno sempre cibo e tutte le altre storielle. Invece le briciole ho dovuto cercarle insieme agli altri, prendere quel che c’era, perché nel frattempo qualcuno decideva per decreto legge che le briciole dovevano essere frantumate il più possibile.

Ciò avrebbe creato più briciole per tutti o, in alternativa, la morte, che comunque implica sempre briciole in più per qualcuno.

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 “Fare il caffè con la cremina è una grossa cazzata, va via tutto l’aroma”.

Nell’ultima seduta del Parlamento è stato decretato che, dopo aver frantumato le briciole per un certo numero di anni, si ottiene il diritto di frantumarle un altro po’ di più. Purtroppo di solito, a quel punto, arriva qualcuno con l’aspirapolvere.

Se ci venisse chiesto a cosa servono le leggi, ci toccherebbe rispondere. Per fortuna nessuno lo fa mai, ed è meglio così perché la legge non ammette ignoranza. Mentre gli ignoranti sono ammessi dalla legge, addirittura previsti, nell’ambito di un’intera legislatura.

Io non ce la faccio a incontrarli per caso tutti i giorni, a guardare i loro occhi, per quei quattro spiccioli al mese. Quegli spiccioli che pagano l’acqua, il pane, la luce, il biglietto per andare e tornare, l’affitto per dormire, i libri per sentire ed esistere. Perciò lo faccio lo stesso. E pago.

E questo mi rende complice. Respirare mi rende complice. Prima o poi vincerà qualcuno. Qualcuno che non ha bisogno di niente e che non è disposto a pagare.

Magus

“E’ dunque così che si invecchia?”

Ho i capelli bianchi. Le ragazze attraversano la strada e ridono e pensano a Domenica e io sono pesante e goffo e ogni sera mi addormento con in bocca l’ennesimo tradimento che dovrò consumare contro quel bambino.

Contro quell’adolescente. Contro quel giovane adulto. Contro tutte le persone che sono stato e che adesso mi sembrano così lontane e distanti.

Perché ti dico tutte queste cose? Scusa, mi sono sbagliato. Pensavo che fossi il Buono della Storia e che fossi venuto a fare qualunque cosa facciano i Buoni ai cattivi.

Allora… se non sei lui ti prego, dimmi che hai una Storia più bella da raccontare.

Il più bello del reame

L’altro giorno la direttrice ci ha raccontato di aver rotto uno specchio, chiedendosi se ci fosse un procedimento inverso per annullare la sfortuna.

Se andiamo a cercare l’origine di tutte le superstizioni e le credenze magiche, scopriamo che c’è sempre un singolo evento reale: una cosa costosa o importante che si rompe, un incontro, un ritrovamento…

La magia è un procedimento ossessivo che tenta di replicare all’infinito l’effetto che qualcosa ha avuto sulla nostra vita.

La somiglianza tra scienza e magia sta nel fatto che entrambe partono dall’osservazione del mondo reale per provare a ricostruire i rapporti di causa ed effetto.

Ma al centro delle arti esoteriche c’è il punto di vista di un singolo essere umano: quel che succede a me è l’unico fatto rilevante.  Se il mio specchio rotto distorce il mio riflesso, allora tutto quanto il mondo verrà distorto.

Posso fare incantesimi dentro i cerchi magici, perché solo pisciando all’interno di quella stretta circonferenza posso immaginarmi  padrone.

La scienza ci educa a distaccarci dal nostro punto di vista e a cercare una rete di connessioni più grandi.

Ma un discorso del genere è totalmente inutile, quando i pasti che mangiamo derivano da una serie di convinzioni superstiziose adattate a formule di pretesa esattezza matematica. Il mito della perseveranza, del singolo super-uomo che crea ricchezza partendo dall’arroganza.

Quando si è convinti di accumulare  per sé, senza pensare agli schemi che legano i rapporti economici, senza allinearsi alle innovazioni tecniche o procedurali, si è costretti a vivere nell’eterna ripetizione di una storia magica, buona solo a far divertire per qualche ora chi si riposa da incombenze ben ancorate alla realtà.

Per questo e altri motivi,  non ho saputo rispondere al dubbio della direttrice.

Heroes

Se mi guardano dico non è niente! Non è niente!

E poi rimetto dentro le budella, in tutta fretta.
Lo sguardo di terrore di chi mi osserva mi fa più paura di qualsiasi condizione di pericolo.

A un certo punto mi ero ritrovato a inseguire il mio stesso fiato.
Se avessi potuto, mi sarei ordinato di non fare lo stupido.

E poi avrei fatto come quel bambino dal cipiglio risoluto, tenuto per mano dalla mamma.
In una mattina immersa nel sole buono, fingeva di non aver paura per la vaccinazione.

Fu un grande momento.
Era entrato passando da un corridoio pieno di amici in lacrime.
Sembravano maschere di fontane rosse.
Stese il braccio come a dire facciamo finta in fretta.
Il dottore iniziò a complimentarsi ma il bambino si afffrettò a interromperlo, con voce pedante.

"Dottore, guardi che io ho paura come gli altri.
Ho solo sei anni, ma so che nonostante le sue rassicurazioni la puntura mi farà un male cane.
 Pero non posso lasciare che il mondo crolli.
Mi capisce?  Io sono un soldato, e i soldati sono scemi.
I miei commilitoni sono già caduti, non  rimane  nessuno a difendere la realtà.
Stanno piangendo e poi riceveranno una caramella come premio.
La reazione più logica che ci possa essere: il dolore fa piangere, il coraggio è follia per ritardati.
E io cosa ci guadagnerò? Da questa giornata avrò imparato soltanto a mentire, costruendo barriere.
Niente caramelle, solo i suoi affrettati complimenti, una pacca sulla spalla dei miei genitori.
Poi tutti dimenticheranno.
A me resterà soltanto un ricordo in cui sembrava così facile essere eroi.
Un frammento ingiallito di cui essere orgogliosi  solamente nella solitudine.
Perché imbarazzerebbe troppo ritrovarsi costretti a tirarlo fuori per gli ospiti.

Per cui, faccia questa fottuta iniezione e non mi dia discorso, devo stringere i denti senza morsicarmi la lingua.
Non è stato lei a parlare? Allora con chi sto discutendo?
Niente, è solo la mania di sentire le voci, che certuni chiamano esperienza.

L'altro giorno ero sotto la pioggia, col cappuccio abbassato.
Mi ritrovai davanti a una vecchia conoscenza.
Per salutarla, mi venne automatico un gesto stupido.
Abbassai il cappuccio che grondava pioggia in segno di rispetto, come se fosse un cappello.

Ero stato goffo e ridicolo come al solito.
Ma, a sorpresa, la mia vecchia conoscenza si bloccò e mi guardò, senza ridere.
I suoi occhi sembrarono sprofondare nei ricordi.

"Ti ha davvero insegnato a essere educato".

Mi ha insegnato a essere scemo.
Questo però non significa che non mi manchi.
E che mi faccia piacere, anche nella situazione più improbabile, essere associato a lui.
Non è odio, si tratta solo del mio personale modo di intendere l'equilibrio.
Ma basta un niente a ricordarti che porti le tracce del tempo, in modi che non avresti neppure immaginato.
Cadi nei ricordi, quando dovresti marciare, quando nessuno è disposto ad aspettarti.

Non mi piace stare solo, ma posso resistere alla solitudine fino a quando ce ne sarà bisogno, costruendo una casa calda e accogliente anche con gusci di noccioline, se necessario. 
Parlando coi quadri, con i ricordi, con Dio e la Madonna o Mithra e Krishna,  col serpente cosmico che mi sale dallo stomaco e pompa chissà cosa dentro al cuore, dopo averlo morsicato.

Mentre visualizzo nella testa una ruota della fortuna, inciampo in un fosso.
Mi rialzo perché fa male, non perché sono forte. 
Sorrido con lo sguardo sporco di fango. 
Chi mi ha ridotto così?
Rido e ti dico: è colpa mia. 

Tu mi rispondi che il ricco presidente ha reso precario il futuro spendendolo per comprare prostitute e champagne.
Che sono figlio del mio contesto, delle carenze educative del sistema. 

Io ti rivelo che quel giorno, quando c'era da sgobbare e farsi valere, ero confuso e camminavo nell'aria fredda, dopo aver detto una piramide di bugie. Se ci ripenso, non posso dirti altro che doveva andare così.

E poi mi tengo stretto quel ricordo ingiallito di venticinque anni fa, in quella mattina in cui ero l'unico baluardo del mondo contro la punta di una siringa da vaccinazione, e sembrava tanto facile essere eroi.

Odio quelli che tornano più di una volta a parlare dello stesso errore.
Identificato il problema, mi assumo le responsabilità e pago quello che ho da pagare.
Se non possiedi la macchina del tempo,  nel frattempo farai meglio a tacere.

Oltretutto il cinema insegna che riparare gli errori con le macchine del tempo crea vite parallele.
Io possiedo solo questa,  che è già una rottura di coglioni di suo.

Sopra la scrivania del mio ufficio c'è un cartello d'avviso con un gigantesco errore di grammatica.
L'ha scritto il mio superiore.
Guadagna più di me e non sa nemmeno scrivere in italiano.

Ma io sorrido, e penso: è colpa mia.

Dreams of the nursery miscellaneous

Leggo per caso uno scambio di missive tra una ragazza e un tipo che le dice che è molto cambiata. Costui cita una mia frase come supporto del suo discorso, e questo mi inquieta, perché non lo conosco affatto.
——

Sto tornando a casa, prima dell'alba. Passo da un posto ripulito dalle erbacce e penso che presto vorranno farci crescere qualcosa. Entrambe le vie che portano verso casa sono presidiate da gatti. Non mi fanno paura, ma non mi va di prendere nessuna delle due strade.

—–
Il giudice  si trova a dover essere giudicato a sua volta, da una giuria di malfattori incappucciati. Tra di essi ci sono alcuni uomini politici. Uno di costoro estrae una pistola di legno, perché in quel posto  sono convinti che usando pistole di legno è difficile essere perseguiti penalmente. La punta verso il giudice e gli ordina di arrendersi. Il giudice risponde di no. Preso da nervosismo, il tizio spara. Il sangue del giudice gli schizza addosso. Allora si dispera e ulula che cosa ho fatto, aiutatemi. Tutti fanno a gara per sorreggerlo, sembra la scenata di un dramma napoletano. Tutta la scena si svolge all'interno della gabbia di uno zoo. All'evento presenziano vari spettatori, i quali però sono anche complici di quelli che stanno dentro le gabbie. I poliziotti arrivano, e portano via il corpo senza vita del giudice, piangendo disperati.

—-
Varie scene isolate, con protagonisti alcuni assurdi personaggi, che in seguito,  a sogno finito, decido di battezzare i rabbiosi. Costoro hanno le fattezze di gente che conosco (anche se so benissimo che non lo sono davvero), e camminano tranquillamente per strada. Quando però mi avvicino iniziano ad abbaiarmi contro, digrignando i denti, senza smettere mai.

 Mia sorella mi mostra una torta che hanno preparato. Mi dicono che potrei portarne una fetta alla nonna.
Vado nella sua stanza, c'è lei che dorme con mia sorella che la sorveglia.  E' un po' preoccupata per la sua salute, e dice, storpiando le parole, che ha paura di essere amelica. Io le dico che è la migliore nonna del mondo. Le dò un bacio e lei piange commossa.

Il racconto dell’orrore

Passavo tutti i giorni dal Royal College Bar, ma per me era sempre chiuso. In genere trovavo i baristi intenti a giocare a carte su un tavolino, oppure le saracinesche mezze abbassate, e la ragazza slava che lavava tazze e bicchieri.

Guardai i fogli dentro la mia tasca e ci trovai un racconto autobiografico.

Certe volte, chissà perché, sbagliavo pure strada. Guardavo per un po' la gente in partenza alla stazione.  Tornavo indietro, e il bar era di nuovo chiuso. Le ragazze passeggiavano coi loro vestiti succinti. Le trovavo odiose.  Soffocai un moto di rabbia, che il peso della ragione mi costrinse a ricacciare come eccessiva. Ma il loro profumo dolciastro mi pizzicava le narici in modo sgradevole, quando passavo oltre, e questo influiva su qualsiasi buon proposito. Lungo il tragitto, notai un conoscente. Mi salutò e io risposi, senza però fermarmi, accelerando il passo, deviando verso una stradina laterale. Non mi accorsi che avevano messo delle transenne. Per cui mi fermai, feci un sorriso goffo verso il mio conoscente, e cambiai strada, sentendomi come una di quelle marionette viventi delle comiche anni Trenta, prelevata a forza dal contesto umoristico che ne smorzava la tragicità. Sulle panchine del lungomare un signore farfugliava al vento i suoi pensieri.

Mi sedetti su un'altra panchina. Guardai l'aiuola. Tra i cespugli c'era una lapide. L'iscrizione, imboscata tra i fiori, raccontava: "Qui giace Howard Phillips Lovecraft, nato esattamente dov'era morto, eccetera eccetera. IO SONO PROVIDENCE". 

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto autobiografico si era trasformato in un'allucinazione.

Ma  malgrado quanto si possa pensare la scrittura di un folle  è sempre molto salda. La pazzia non sarebbe tale, senza  una certezza cieca e granitica a supportarla. In questo caso invece le parole erano incerte e tremolanti, il che era normale, vista l'intromissione di quello strano particolare in una visione d'insieme tutto sommato consueta. Strabuzzai gli occhi, cercando di mettere a fuoco ciò che stava succedendo.

Un signore in frac, con cilindro e bastone da passeggio, camminava verso di me. Un perfetto dandy della Belle Epoque. "Domando scusa" mi chiese "In che anno siamo?". Scrollai le spalle, facendo finta di non saperlo. Mi metteva paura l'idea di rispondergli. Non volevo rivolgergli la parola, perché avrebbe significato ammettere che esisteva. All'improvviso, un gruppetto di cinque o sei figure dall'aspetto umanoide, coi tratti del viso indecifrabili,  gli arrivò alle spalle quasi senza emettere suono, e lo acciuffarono. "Ma cosa fate? Aiuto!" Mi guardò, implorandomi di fare qualcosa. Gli cadde il cilindro, i capelli impomatati si scompigliarono, iniziò a sudare. "Non si agiti, è tutto sotto controllo" mi disse una delle figure "Pensi agli affari suoi. Questa persona non appartiene alla sua epoca, la stiamo riportando indietro". Finalmente un discorso sensato. Annuii, convinto e rasserenato.

 Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto allucinato-paranoico stava scivolando nella fantascienza.

Con tutte le probabilità, stavo semplicemente assistendo a un disturbo nel continuum spaziotemporale, che portava a sovrapporsi diverse realtà parallele. Bastava smettere di pensare ai dettagli, una volta per tutte. Ormai era troppo tardi per controllare se il Royal College Bar fosse aperto, per cui decisi che avrei imboccato la strada di casa. Camminai con passo ancora più svelto e deciso.
Ma qualcuno mi chiamò di nuovo.

Era Salvatore, il mio vecchio compagno d'asilo, seduto in macchina, che voleva darmi un passaggio. Una gioia immensa mi riempì il cuore. Mi tornarono alla mente tutti gli scherzi e le risate di quegli anni spensierati. Allargai le braccia con espressione festosa.

Quando mi avvicinai, non mi piacque quello che vidi. Salvatore aveva una faccia serena. Troppo serena. Stentavo a riconoscere i suoi occhi da ragazzo ribelle in quella specie di paresi facciale che indossava come sorriso. Cosa stava succedendo? L'imbarazzo mi salii su per la gola, come un rigurgito di vomito. Le solite chiacchere di circostanza iniziarono a riempire l'aria. Cosa fai, cosa mi dici. Lui non faceva nulla di speciale. Aveva iniziato un percorso, mi disse proprio così. Un percorso con un gruppo di altri ragazzi. Si univano, non so bene per quale motivo. Per pregare, per riflettere. Non so bene su cosa."Ma vuoi diventare prete? Voglio dire… stai prendendo i voti?" Salvatore sorrise: "No, certo che no. Sto solo facendo un percorso". Mio Dio, pensai. Mio Dio. "Sono molto contento per te, Salvatore. E' una cosa che mi sorprende… ma poi perché mi dovrebbe sorprendere? E' bello. Voglio dire, in questa società, sai com'è. Avere dei valori. Fermarsi a… a… riflettere". "Già".

Salvatore sorrideva debolmente. La sua stempiatura, i suoi vestiti, il fatto che si fosse fermato con la macchina nel bel mezzo della strada, senza curarsi delle altre vetture che suonavano il clacson e gli dicevano di spostarsi. Tutte quelle cose si mescolavano dentro la mia testa. E riconobbi quella sensazione: il panico. Il disgusto. Il terrore. La voglia di scappare.

Odiavo me stesso, mentre mi accomiatavo da Salvatore, rifiutando la sua offerta di un passaggio. Mi mordevo le labbra, mentre mi invitava a passare " da lui e dai suoi amici, ogni volta che lo avessi voluto". Per confrontarci, per riflettere. Ma certo. Mi mordevo le labbra mentre dicevo che sì, prima o poi avrei fatto anch'io un salto. E intanto non gli davo né un recapito, né il mio numero di cellulare. Mi congedavo bruscamente, come il più vile degli uomini.

Continuai a camminare con un magone e una voglia di piangere assolutamente senza senso. Avrei potuto provare a raccontare a qualcuno le cose che sentivo, ma anche se le avessi messe in fila nel modo più ordinato possibile il mio interlocutore non sarebbe riuscito a rilevare nulla di disturbante o preoccupante. Non avrebbero capito le cose che sentivo. Non riuscivo a capirle nemmeno io. Eppure c'erano.

Quanto avevo desiderato reincontrare quella persona, in questi anni. A volte fantasticavo su come sarebbe stato bello ritrovarsi, riscoprire la gioia di quegli anni. Pensavo al mio amico, al mio caro e vecchio amico, quel filo invisibile che legava le nostre esperienze. La certezza che non avrei fatto mai del male a quel ricordo. L'avrei preservato, accarezzato nei momenti di tristezza. E invece…

Cosa potevo fare? Cosa potevo dire, di fronte al tempo che si mangiava via i dettagli? Il tempo che scopriva le tombe, e rivelava il marciume del cambiamento, sotto il velo dell'illusione. Mi sentivo come se avessi preso il fucile, iniziando a sparare, colpendo una per una tutte le persone che mi erano care.

Mi ero trasformato nel tipo di eroe che ho sempre odiato più di ogni altro: colui che vede i mostri, laddove esiste soltanto l'inevitabile flusso della realtà e del cambiamento.


Non c'è più nulla di riconoscibile e rasserenante nei vecchi dettagli. Non c'è più una Itaca da cui tornare.
E non era giusto. Io non ero giusto. Il tempo è una guerra. Per preservare la mia coscienza, per aggrapparmi all'idea che ho di me stesso, ero costretto a voltarmi. A spazzare via tutto il resto. Naufragato su una distesa di scogli appuntiti, osservavo la distanza incolmabile tra quel mondo e i miei dolci ricordi.  Gira lo sguardo, arrenditi. Come mille altre persone grigie e meschine hanno già fatto, in centinaia di altre vite, in quella strada, necessaria quanto mortale, che si chiama sopravvivenza.

Finalmente, giunsi alla porta di casa. La mia sagoma si faceva inghiottire dall'oscurità, dietro la porta.

Il mio passato non è più affar mio.

Guardai i fogli dentro la mia tasca: il racconto di fantascienza si era trasformato in un racconto dell'orrore.

Da un’attenta lettura dell’oroscopo

Nel weekend, si consiglia di non esagerare col succo di pomodoro: Giove, in trigono con Urano, porterà alla resurrezione del conte Dacula. Per il resto: hai la Luna favorevole, ma a meno che tu non sia un licantropo non significa un cazzo, come tutto il resto. Ma questo non ti giustifica. In quest'ultimo periodo, Mercurio in opposizione ti ha spinto ad essere sempre più critico nei confronti del gratta e vinci e del videopoker. Continua così.
Saturno ti esorta a essere più lungimirante, lo fa più o meno dal 1992, ma tu continui ad ignorarlo. Smettila di ridere, "lungimirante" non è una parola dal suono così buffo per giustificare la tua mancanza di rispetto. Saturno è il sesto pianeta del sistema solare, non è sempre questione di fortuna e di amicizie. A differenza di te, ha lavorato davvero sodo per essere dov'è ora. Anche se è troppo piccolo perché tu possa percepirlo ad occhio nudo, ti consiglierei di ascoltarlo. Perché?  Beh, ogni risposta, come sempre, soffia nel vento. E quindi non si capisce un cazzo.
Per finire, i soliti consigli: copriti bene d'inverno, copriti poco d'estate, ma senza esagerare in entrambi i casi, onde favorire un benefico pungolamento del tempo atmosferico sulle tue reazioni fisiche e mentali. Perché è sempre bene aver presente dove stai, piuttosto che sapere chi sei.

Figure paterne ritagliate dai giornali o da vecchi fumetti, inserite in un collage di colori squilibrati.
Non mi convince mai.
Forse è proprio a questo che dovrei ispirarmi.
Forse aggiungere nuovi colori, ancora più eccessivi, potrebbe placare l'irritazione che ho sempre sentito, quando la maestra ti dava in mano forbici e colla, e poi pretendeva che seguissi un percorso prestabilito.
Non mi convince neanche questo.
Cioè, magari è divertente, ma niente di ciò che diverte dura fino al mattino successivo.
Potrei farvi dozzine di esempi, ma vi voglio troppo bene per rompervi così tanto i coglioni.
Mi piacerebbe  tuttavia che esistesse un paradiso di idee in cui ritrovare. Riconfermare.
Chiedere, insomma.
Già, dimenticavo! Chiedere. Non è per questo che siamo nati?
Perché dovrei odiarmi, se quello che faccio  perpetua la necessità del dubbio?

Il problema è che una figura ritagliata sarà sempre e soltanto un pezzo di carta.
Mi spiego meglio: nel sogno, mi aggiravo per le strade della città, stranamente ordinata. O forse improvvisamente stavo rimpicciolendo, ed era diventata  troppo grande  perché riuscissi a osservarne le miserie. Brillava, nelle languide luci della sera. Nell'aria, promesse di patatine fritte, una cosa che non so perché mi ha sempre messo di buon'umore. Tornavo in quella vecchia casa. Li cercavo, ma non c'erano. Tornavo alla mia abitazione, discutevo con mia madre che era stato un errore lasciarli trasferire da un'altra parte. Per cui, mi ripromettevo di andarli a trovare. Mentre rovistavo da qualche parte, cercando indirizzi o recapiti telefonici, mi ponevo domande su come stavano e su cosa stessero facendo. Mentre pensavo così, iniziavo lentamente a destarmi dal sonno.
Soltanto quando ho aperto completamente gli occhi ho realizzato che erano morti.
La cosa che mi sorprende, visto che in altri sogni ero perfettamente al corrente di questa cosa, è la sicurezza con cui la mia testa mi faceva pensare a loro come lontani, ma vivi.
La teoria degli universi paralleli può essere un punto fermo teorico per costruire altre ipotesi, ma non vedo a cosa possa servire per le coscienze che abitano in questo mondo avere la percezione di un'altro universo, che differisce solo per un particolare. Un particolare che solo nel giudizio altrui verrebbe considerato "piccolo". E' come essere sintonizzati verso frequenze radiofoniche totalmente inutili a questa esperienza.

Che stupidaggine, le lacrime.

L’era dell’acquario

La piazza era come un acquario di fantasmi colorati che nuotavano nell'aria. La cittadinanza presenziava all'evento, tutti erano entusiasti e allargavano i sorrisi in modo disgustoso. Un microfono si avvicinò a chiedere cosa ne pensassi. Mi era venuta in mente un'altra immagine per descrivere il futuro: un percorso disegnato con rose bianche. Sbocciavano dal catrame,  all'improvviso, una dietro l'altra. Quando ne spuntava una nuova, i petali di quella che stava dietro si coloravano di rosso, sempre più scuro. Nel punto in cui il percorso terminava, l'ultima rosa bianca  disperdeva i petali della corolla,  sempre più lontano dal centro, che poi esplodeva nella luce,  trasformandosi nello sguardo di colui che aveva immaginato il percorso.  Senza memoria di quello che era accaduto prima.  Sentii l'esigenza di comunicare questa idea, quasi come a indicare qualcosa che esisteva davvero. "Guarda", volevo dire. E invece le mie parole uscirono con un suono diverso. Raccontai al microfono che avevo sognato una stoffa macchiata, e che la cosa mi aveva provocato troppo dolore, per cui avevo svoltato  verso la casa di un signore che perdeva la propria consapevolezza nel tentativo di immaginare un nome e un differente archetipo per ognuno dei giorni che componevano la settimana. Dico "svoltato" perché per me il sogno è un contenitore a forma di automobile. Per una pura questione di manovrabilità. Una bambina leccava il gelato, nascosta dietro l'uomo dei palloncini. I suoi occhi tondi diventavano sempre più grandi, direttamente proporzionali ai sorrisi dilatati dei passati. Mi parve una specie di rimprovero. Esortai me stesso a smettere di dondolarmi nel dormiveglia. Strinsi l'aria nel mio pugno, ma mi sembrò piccolo, come la sua mano. Evocai dall'acquario la sensazione delle sue dita, e ricordai finalmente quel che avevo dimenticato. Il passato e il futuro galleggiavano davanti a me, mi salutavano vestiti con i colori di un quadro di Manet. Poi scesero a desinare sull'erba, sedendosi nel parco. Nella città, tutto cominciò ad avere una collocazione. Io invece mi sentivo l'origami di un foglio di carta che aveva dimenticato le proprie funzioni, totalmente sottomesso alla violenza dell'immaginazione di un ragazzo che voleva apparire romantico agli occhi della sua bella. Le sue idee erano funzionali al ciclo riproduttivo, e questo mi evocava odori immaginari che pizzicavano le narici quasi come se fossero lì davanti.
Lasciai perdere qualsiasi pretesa di orientamento, e continuai ad aggrapparmi all'idea dell'acquario.
Fu allora che finalmente ti vidi. Ti corsi incontro, anzi, sbocciai in una miriade di rose, una dietro l'altra, che mangiavano la distanza tra noi due, colorandosi di rosso.
Finché dimenticai ogni porzione della strada percorsa.

Ci fu un abbraccio.

Notturno

Un abbraccio domina la Luna.  Lo chiami notte, ma sono le stelle a toccarti. Disegnate, come figure incastonate nella leggenda. Oppure cercate, nel groviglio alla rinfusa di cose che non esistono, per le quali forse, in qualche universo sconosciuto, esiste una catalogazione. Una memoria. I sogni sono  il divenire che si adatta alla forma del contenitore. I miei pensieri colmano la sete di un'intero universo. La notte, lunga quanto un abbraccio, si spoglia delle immagini di dolore bluastro. Nella mano che hai odiato c'è soltanto una sofferenza che non sei riuscito a capire. Il manto oscuro che copre il passato non si nega neppure al peggiore degli assassini. Il sonno scende sulla pianura.  Pace e nuvole.
Mi aggiro dentro la figura di un pastore smarrito, nel paesaggio notturno. Lascio che gli alberi e le piante si muovano in pascolo, tutto intorno. Accanto a me, Lei. Una piccola mano stringe una felicità che sembra impossibile da trattenere, in quelle dita minute. Aggiungo la somma delle mie due mani.  Vorrei parlare, ma i denti mi si stringono. Le narici si dilatano, respirando tutte le parole che si illude di non riuscire a modellare. Vorrei indicarle una per una, come la meraviglia del cielo stellato. La mia felicità decide di parlare attraverso il silenzio. Bacio. Risate.
Si tuffa con me nel prato.
Nuotiamo nell'erba, sollevando piccole onde,
Felici come pesci di una razza dimenticata.