Giorni di un futuro passato

ProfX

 

Gli X-men sono i miei supereroi preferiti.

La cosa che mi affascina di loro è il fatto che non si tratta di soldati, ma di una scuola. Prima di essere combattenti, le loro vite traggono significato dall’essere scienziati, insegnanti, attivisti. Una comunità che accoglie gli emarginati, condivide il sapere e coltiva amicizie o affetti.

 

Il cinico da bar  deride idee come questa, bollandole come mezzi per spillare soldi ad adolescenti vittimisti e piagnucolosi. Detto tra noi, in vino veritas, è proprio così.

 

A me invece piace pensare che la cultura popolare sia linfa vitale per  sognatori e  progettisti di mondi possibili.

Sarà perché ho frequentato troppo il sopracitato bar?

Comunque sia, degno di nota negli X-men è il loro rapporto col tempo. Le loro storie sono un via vai di profeti da futuri catastrofici e realtà alternative in cui tutto è andato storto.

Pensateci un attimo:  agli X-men si chiede di continuare a credere in un sogno che è già stato distrutto. Di mantenere vivo nel presente ciò che è già stato corrotto nelle speranze del futuro.

Ma loro continuano a credere. Nonostante le profezie oscure, continuano a riedificare la loro scuola, quando qualcuno la distrugge.

Le storie basate sui viaggi nel passato in realtà non quasi mai a che fare con la sopravvivenza delle nostre idee o dei nostri ideali… ma della sopravvivenza pura e semplice. Di quell’enigmatica forza di andare avanti , che ci spinge oltre le evidenze.

Proprio in questi giorni ho visto un bel film   ispirato a una delle mie storie preferite degli X-men, che tratta proprio di un viaggio dal futuro per cambiare il presente. E’ uscita nel 1981, prima di Terminator, prima di Marty mc Fly.

In questi giorni di zucchero raschiato dai fondi di caffè poco dolce, di urla fasciste nei comizi in piazza, in queste notti di mal di pancia che non andrà mai via…

… quando mi sento stanco, penso  a cosa significavano queste storie per me da bambino.
E cosa possono significare ora.

 


  • Se vuoi approfondire sulla storia che ha ispirato il film, vai qui.
  • Sito ufficiale del film.

Genio.



"Ma… i bambini?"
"E basta, Brakko! Sempre con stì bambini!  Nemmeno fossero i tuoi!
Siamo in zona di guerra! Cerca di divertirti senza farti tante domande, come fanno tutti! "


Rat-man collection 70.
Uno dei migliori albi di Leo Ortolani di questi ultimi anni.
Uno sguardo feroce, come solo i più grandi comici possono esserlo, sugli orrori della guerra, e soprattutto sulla nostra percezione della guerra.
Nella peggiore delle ipotesi, questo albo vi farà ridere a denti stretti.
Nella migliore, vi farà incazzare.
Una sola preghiera: non confondete quanto vedrete in questa storia con il "cinismo".
Il cinismo è tutt’altra cosa. Il coraggio di deridere apertamente l’assurdità del dolore, del sangue versato, e della morte di innocenti, è espressione di pura umanità. Perché tutte queste cose sono assurde, è bene ricordarlo.
E la risata non è anomalia disumana. E’ l’unica reazione razionale, sana, equilibrata e possibile.

Rileggendo il Ritorno del Cavaliere Oscuro

C’è quella scena, muta, dell’omicidio dei genitori di Bruce.

Una sola inquadratura per mostrare tutto un universo che crolla, con la mano del padre che prima tiene in disparte il figlio dal pericolo, poi lo stringe in un ultimo impeto di vitalità, e infine cade, come un’argine che si spezza, lasciando Bruce indifeso di fronte all’orrore.

Solo contro il buio:


Il trauma ha chiuso in Bruce ogni possibilità di evoluzione e cambiamento.

La voragine lasciata dagli affetti è stata riempita dall’ossessione per il potere e il controllo.
Batman non si fida di nessuno, e quindi deve controllare tutti. Deve rimanere sempre un passo avanti ai suoi avversari, per poterli mettere in gioco. Ciò esalta la sua mente e le sue risorse, assolutamente umane ma micidiali contro chiunque.

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Il Mistero di Dio, di Grant Morrison e John J. Muth

Dio è morto.
Ma nessuno è come sembra, in questa storia.
Per iniziare, il Dio in questione è soltanto l’attore di una rappresentazione sacra, tipica degli inglesi, chiamata Mistery Play.

Il tutto avviene in una cittadina di maschere che non sono quello che sembrano, gemellata con Twin Peaks.

Ovviamente, il primo ad essere incarcerato per l’omicidio è l’attore che interpretava Satana.

Mentre il detective lo interroga, ha una specie di allucinazione in cui il tizio diventa davvero il diavolo.
Questo diavolo cerca di dissuadere il protagonista, ossessionato dalla ricerca della "verità", preso dall’ossessione di ricomporre i "pezzi" della vicenda.

Se consideriamo tutta la storia come una specie di allegoria, il protagonista scoperto e crocifisso dalla folla prima di poterci svelare l’assassino si integra alla perfezione col discorso fatto più indietro nel libro, in cui si dice che forse Dio vuole farsi uccidere dall’uomo, che prova ormai orrore per il proprio passato, per la vita che ha creato, allevato, elevato.

Con l’unico scopo di farsi uccidere.

Una volta ricomposto il puzzle, avrai abbastanza fegato di uccidere il tuo Dio, per vedere cosa succederà dopo?

O ti perderai nel tentativo di dar senso a tanti piccoli pezzi, che visti nell’insieme rappresentano soltanto una montagna di merda?

Zibaldone al marsala 2

Storia d’amore matura, passionale e ambigua, e al tempo stesso favola fantasy popolata di toni di grigio. Non sono certo un estimatore del genere ( anzi, lo dico apertamente, quando sento parlare di nomi come Elendor, o Gondor, mi viene l’orticaria… ma chiamateli Patrizio, Nicola, e ambientate il tutto a Castelvetrano, o Cesenatico, per Odino! Tra l’altro chi cacchio ve li suggerisce stì nomi? Li create tirando a sorte o ve li sussurra in sogno lo spirito di un qualche nerd morto giocando a Dungeons and Dragons? NDFioco ) però amo le storie in cui i personaggi, più che perseguire un’idea incerta di idealismo e giustizia, badano a fare i conti con le proprie passioni. Lo stile di Laura Schirru è maturo, scorrevole, si legge tutto d’un fiato. Le parti stilisticamente più pregevoli secondo me appartengono alla seconda fase della storia e alle fasi di flashback. Qua e là è possibile ritrovare, tra i dialoghi dei personaggi, una vena di sarcasmo che non dispiace. L’affresco del mondo fantasy delle Cronache di Davidia è inoltre ben costruito, e vede contrapposte due fazioni in lotta per l’investitura, l’una a carattere religioso, l’altra monarchico-assolutista.
Presa nel bel mezzo dello scontro tra queste opposte forze, troviamo una fanciulla che attraversa lungo le trecento-e-passa pagine del romanzo un convincente percorso di esplorazione di sé stessa, della sua sessualità, e della sua autodeterminazione, da giovinetta a donna con una famiglia. Ci sono poi ottime ( e, ahimé, troppo poche per il mio animo da belva sanguinaria ) scene di azione, in cui i personaggi fanno ricorso alla propria freddezza e intelligenza  in modo coinvolgente.

Dopo aver elencato le parti pregevoli del romanzo, che comunque nell’insieme ti conduce  fino alla fine con discreto divertimento, ci sono alcune cose che mi hanno contrariato.
Innanzitutto la prima delle due parti principali in cui è divisa la storia, ovvero " Uccel di Gabbia " è quella che, per usare una metafora vicina al titolo, non appena "apri" la " gabbia" delle pagine e inizi a leggere, resta un po’ spaurita, incerta, come appunto un uccellino rimasto troppo tempo in gabbia e incapace di decidersi a prendere il volo. Dopo infatti una partenza col botto, piena di realismo e cattiveria, che contrappone fin da subito i due personaggi principali, con estrema chiarezza, la Schirru, nell’esigenza, dettatale dalla trama, di costruire passo passo un particolare rapporto di amore-schiavitù-attrazione, indugia nella ripetizione estenuante di determinate scene di sottomissione, che ci costringono a sorbire certe riflessioni-lamentele della protagonista, sempre identiche e ripetitive.
Non sono certo un bigotto conservatore, parlo proprio di una certa noia e difficoltà nel proseguire la lettura che si è verificata nel leggere per più pagine sostanzialmente lo stesso identico tipo di scena riproposta con pochissime varianti. Se si fosse calcato la mano sulla perversione, magari variando con le torture umilianti, o al contrario si fosse concentrato questo importante aspetto della trama ad un’unico, emblematico episodio di sofferenza, forse il tutto sarebbe stato più fruibile.
Inoltre, il parco di comprimari che agiscono assieme alle due figure principali, sempre in questa prima parte, risulta abbastanza inutile e ininfluente. O carne da macello per il tiranno dal pugno di ferro ( o lungimirante e illuminato monarca, a seconda delle variazioni di grigio^^) della storia oppure  un po’  inutili e opprimenti, come Karthea, la sorella di Zagart.
Tutto il contrario invece nella seconda parte, " Uccel di Bosco", in cui finalmente gli eventi incalzano, i riflettori inquadrano più personaggi, e questi ultimi  ( come l’indispensabile Vargas, che vivacizza non poco l’intreccio )non si limitano a un ruolo di secondo piano, interagendo meglio coi protagonisti. Il personaggio più indovinato della saga è sicuramente Zagart, il quale è un po’ troppo il prototipo del " bastardo affascinante" che piace alle donne ma in ogni caso viene dipinto con tante sfaccettature,  calato in certi contesti meno bellici e più " familiari" da risultare comunque nel complesso abbastanza riuscito.


Con estremo ritardo faccio la mia parte nel consacrare  e lodare il film di Iron Man come uno dei più riusciti esperimenti di trasposizione di un eroe dei fumetti Marvel. Fin dall’inizio del film l’ottima ricostruzione dell’origine del personaggio ( che negli anni sessanta, costruttore di armi, finiva prigioniero in Corea e riusciva a fuggire con uno scafandro super-distruttivo costruito da sé stesso medesimo ) viene attualizzata in Afghanistan.
Robert Downey Jr è un Tony Stark strepitoso, secondo me debitore di una delle più belle versioni del personaggio, quella ironica-cinica descritta in The Ultimates da Mark Millar.
Oltre a ciò, l’altro elemento vincente del film è rappresentato dai realistici e azzeccati effetti speciali.
Rimango comunque perplesso nel lodare come esempio di eroe ben tradotto dal cinema un miliardario ex costruttore di armi in crisi di coscienza, il quale pur avendo a disposizione una fonte di energia illimitata ( quella che alimenta la sua armatura)la usa per giocare a fare l’eroe invece che applicarla sul serio per far del bene, alimentando ospedali, arti meccanici o altri tipi di protesi per infermi. 


Speed Racer dei Wachowsky ha subito secondo me un destino un po’ troppo ingrato, passando subito in sordina e venendo etichettato come sonoro insuccesso. Passi la critica sulla frivolezza della trama ( anche se si tratta pur sempre di un film per bambini ispirato a un vecchio anime degli anni sessanta, non capisco a cosa servano trame contorte in certi contesti ), ma le accuse di incomprensibilità delle sequenze, girate con una computer grafica cartoonistica e psichedelica, piena di immagini sovrapposte e soluzioni estetiche che cercavano di mimare il dinamismo degli anime più veloci e spericolati, mi sembrano eccessive. In realtà il modo in cui Speed Racer affronta la narrazione delle vicende, riuscendo a combinare spettacolo con esigenze di raccontare, è originale, ma non certo impossibile da seguire. Se si affronta col giusto spirito, anche sottilmente videoludico-interattivo, diventa un film capace di coinvolgere ad alta velocità, riscoprendosi a fare il tifo per l’eroe fino a un secondo prima di rendersi conto che è riuscito a tagliare il traguardo.

Cronopios e Famas

A volte c’è bisogno di spendere qualche parola in più su una realtà che crediamo di conoscere fino in fondo.
Sono pochi coloro i quali conoscono bene il giusto metodo per piangere, o il giusto modo di cantare ( " per cantare bisogna che ci si dimentichi " ).
Poi a volte manca il coraggio di crearsi un proprio mondo, partendo proprio dai particolari. Guardiamo quello che c’è, senza farlo davvero nostro. Per altri invece, gente per cui regalare un orologio significa regalare un piccolo inferno fiorito, o per cui le formiche sono regine del creato, esistono vite e pericoli ben più concreti di quelli affrontati dalla distratta e superficiale umanità. Zie che sono in costante pericolo di cadere all’indietro, gare di pianto ad una veglia funebre, gente che entra nei bar e chiede zucchero in continuazione, fino a seppellirsi in un monte bianco, libri venduti in Scozia che hanno solo una pagina bianca, che se letta alle tre del pomeriggio conduce alla morte.
Un mondo pericoloso, certo, ma molto più bello da vivere.
E, per una volta, non si tratta di fantasia. Qui non siamo dalle parti dei romanzi fantasy, con signori degli anelli e dame corrucciate. Il mondo descritto ( riflesso) in queste pagine è il nostro. Quello che ci viene rammentato è il modo corretto di osservarlo, un modo che tanti, troppi di noi sembrano essere fieri di avere dimenticato.
Poi ci sono gli abitanti di questo mondo,  Cronopios e famas. La " e" che li separa non deve trarre in inganno. Non si tratta di due razze distinte, ma di due diversi ruoli, complementari l’uno dell’altro, come quelli che ci capiterebbe di interpretare in un balletto. A volte capita di essere condotti, oppure di condurre noi, ad esempio. In maniera analoga,  nella vita di tutti i giorni,  talvolta ci capita di rivedere certe nostre personali nevrosi nel comportamento dei previdenti Cronopios, oppure di riconoscerci nei caotici Famas. Oppure passare nel mondo dell’uno o dell’altro, nello stesso spazio di un istante. Le Speranze, che stanno in mezzo alle due categorie, sono un semplice catalizzatore.
Tutto ciò mi ricorda una cosa. Una volta da piccolo, su un foglio, cercai di definire il concetto di " razionalità del caos", ovvero l’intenzione di essere caotici, programmata nei minimi particolari, e contrapposta all’assoluta casualità dei comportamenti razionali.  Sapevo di essere giunto a una conclusione importante, ma a un certo punto non riuscivo più a portarla avanti.
Direi che  Julio Cortazar c’è riuscito molto meglio di me.

 La misura della distanza ci viene presentata sin dalla prima pagina di questo volume, le cui vignette ricompongono lo sguardo del viaggiatore dentro l’aereo. Dapprima si posa sulla pacifica quiete che suggeriscono le nuvole, e poi la contrappone al formicolare delle mille attività degli altri passeggeri, che tentano di ricostruire i legami con la loro vita terrestre mangiando, giocando, ascoltando musica, leggendo. Il nostro viaggiatore invece tenta di godersi la pausa, l’assenza di pensiero. La ricerca del vuoto.

Il viaggiatore distante
racconta la piccola storia di un artista italiano che, in attesa di diventare padre, si trasferisce con la moglie negli Stati Uniti. Minuzioso nella descrizione ( anzi, celebrazione ) dei particolari,
desideroso di condividere stupore, meraviglia e talvolta anche senso di estraneità, a partire dai particolari stessi, dalla differanza dei singoli oggetti in un paese che credeva di conoscere.
Siamo nella New York post-11 Settembre, in un inverno troppo freddo, gelido come la paura ancora ben viva negli occhi dei passanti. Sarà dunque la ricerca calda di contatto e condivisione dell’uomo-artista, inscindibile dalla propria umanità e da quella che lo circonda, ad essere insieme salvezza da tante piccole angosce e motore della storia. Partendo dai sogni confusi di un padre, diviso tra voglia di toccare il figlio non ancora nato, presente solo come immagine, idea, e necessità di allontanarsene, si prosegue, alla ricerca di respiro, a passeggio per una New York densa di storie congelate, da riportare alla vita. E’ qui che un venditore di pretzel riflette nello sguardo un giostraio dell’infanzia a Cagliari, o che i ricordi riguardanti un vecchio abitante del quartiere, dalla tragica fine non ancora rimossa, prendono forma di fantasma affascinante, eppure inquietante.
Otto Gabos, che scrive e disegna la storia, ha un tratto solo a prima vista essenziale, ma in realtà dotato di tanti piccoli tratteggi capaci di giocare con toni e atmosfere come una tavolozza. Le infinite sfumature del bianco, dell’azzurro e del grigio diventano un vero e proprio linguaggio. La cura e l’atmosfera analitica e intimista messa in questo primo tomo fa venire voglia di proseguire il viaggio. Distanti, anche noi, eppure vicini, ogni volta che ci soffermiamo a osservare la familiarità di un dettaglio, o, viceversa, a condividere lo spaesamento derivato dalla sua totale estraneità.

" Cosa desidera che suoniamo, O Re Bacchus?
-Fammi pensare. Per il piacere delle mie orecchie, stasera desidero ascoltare: il Pigiama di Flanella di Mio nonno .
" Il Pigiama di Flanella di Mio nonno/Un giorno mi sono sposato/sul treno mia moglie ha urlato/ che cosa cavolo ti stai mettendo? "

Quello che vi state perdendo NON leggendo Bacchus*:
-Supereroi, superzuffe e magniloquenza
-SuperPupe
– Sesso e collages
Dave Sim che si azzuffa con una stupida femmina
Neil Gaiman e il suo stupefacente nuovo romanzo in lavorazione, dall’enigmatico titolo " Il"
Alan Moore e il suo mirabolante scantinato degli orrori: i demoni schiumatori, il santissimo circolo degli alcolisti anonimi, Chtulhu e i suoi trecento Stronzi Sbavanti.
-Tutta la verità sul misterioso autore di fumetti bestseller noto agli amici come
" Scary Trousers" . Tutto questo e molto di più nel settimo volume dell’edizione italiana. Compratelo, Stronzi!

" Non è incredibilmente pomposo giustificare a parole qualcosa come il fumetto, che intrinsecamente va oltre lo spettro delle parole? "

" Ho la sensazione che questa musica mi ripulisca da tutte le schifezze della vita fino a questo punto. E’ come ascoltare acqua ghiacciata  " .

Daniel Clowes


Homunculus


Un misterioso ragazzo senza tetto ( il cui passato scopriremo col proseguire dei numeri ) gironzola per la città dentro la sua automobile, l’unica cosa che possiede e con la quale ha stabilito una sorta di bizzarro rapporto di simbiosi simile a un feto con il grembo materno. Un bel giorno gli viene sottratta l’auto, ed è quindi costretto ad accettare la proposta di un giovane studente di medicina , che vuole utilizzarlo come cavia in un’operazione chirurgica di trapanazione del cranio ( esperienza " estrema" che tra l’altro viene praticata davvero nel mondo reale, da gente che non esito a definire " pazza" ).

 Dopo l’operazione, il ragazzo assume la capacità di " vedere" le persone come sono realmente, dentro la loro anima, libere da tutte le maschere e camuffamenti con cui si proteggono dalle pressioni della società. Ovviamente nella maggior parte dei casi il vero aspetto nascosto nella psiche delle persone che osserva è parecchio strano e inquietante, strani mostri dotati delle forme più bizzarre e ovviamente simboliche/allegoriche, che spesso nascondono traumi e incubi tenuti faticosamente segreti. Poi, se si parla di psiche umana, mai fermarsi all’apparenza. Un simbolo a volte è ingannatorio, perché serve da nascondiglio a strati su strati di significati diversi e sovrapposti.

Bizzarro e inquietante, è stato creato da Hideo Yamamoto, stesso autore del manga Koroshiya 1, conosciuto in Italia per aver fornito la trama al più famoso dei film di Takashi Miike, Ichi the Killer. Tratto di disegno tendente al realistico, con linee molto interessanti, che sembrano tagliate con la lametta.Il genere dei primi numeri è senza dubbio accostabile ai thriller di matrice psicologico/psicanalitica, ma la storia presto prenderà direzioni inaspettate e molto particolari, che sfoceranno anche in critiche molto pungenti agli schemi sociali che determinano successo e apparenza.


Piano no Mori

E’ un film animato prodotto da Madhouse. La storia è molto apprezzabile, pur con chiari intenti moralistici dell’autore, il quale vuole mostrarci il suo punto di vista su come l’arte, la genuina ispirazione si incontrino, e a volte si scontrino, con l’impegno, la dedizione, il mestiere.

Il target sembra quello del film per famiglie, destinato soprattutto ai bambini, con tematiche però talmente profonde ed efficaci da lasciare un solco anche negli adulti.
Tutto ciò che il classico film mainstream disneyano pretende e pubblicizza di essere, insomma, ma elevato a vette difficilmente raggiungibili attualmente dal colosso dell’animazione americano.

Shuhei è un piccolo e determinato pianista in erba, trasferito dalla madre in una scuola di provincia nella quale insegna un famoso pianista ritiratosi dalle scene, col chiaro intento di proporglielo come allievo. Qui conosce il piccolo e ribelle Kai, poverissimo e figlio di una giovane prostituta.
L’insegnante, il piccolo Shuhei e Kai intrecceranno i loro destini. Tra Kai e Shuhei sboccia l’amicizia a causa di un misterioso pianoforte abbandonato nel bel mezzo della foresta, trovato da Kai e considerato dal ragazzo una sua proprietà. Incredibilmente, pur non avendo alcuna nozione di pianoforte, Kai è l’unico che riesce a suonarlo, e a ricavarci una melodia straordinaria, capace di avvolgere il cuore. Ognuno dei personaggi del film trarrà dalla vicenda un personale insegnamento.
Il discorso su Kai, che deve vincere la sfida contro sé stesso, trovando la sua personale voce, è davvero struggente.Chiunque di noi penso si sia trovato almeno una volta nella vita a dover fare scelte di questo tipo. Parallelamente, non si può che considerare anche Shuhei un perfetto esempio di quanto il dovere, l’impegno, la voglia di non deludere chi ripone in noi le speranze ci condizionino l’esistenza, fino a riempirla un po’ troppo. Al di là di questi temi molto seri, Piano no Mori è anche un film divertentissimo, che contiene una o due sequenze comiche degne di farsi ricordare a lungo, che ovviamente non vi svelo.

Delicato, ben realizzato e consigliatissimo.


Into the Wild
Mi sono ritrovato a camminare verso casa col magone, e ogni angolo della strada che mi lasciavo alle spalle, ogni viso che incontravo, mi sembravano tutti ricordi, possibilità di una vita felice e serena, fermo da qualche parte e soddisfatto della mia collocazione.
Ricordi lasciati alle spalle. La felicità è un’illusione se non viene condivisa.

Superba la confezione visiva, primi piani intensi che tagliano il cuore, A me sono piaciute anche le musiche, ma sono troppo di parte, adoro Eddie Vedder. Tra l’altro, se consideri che nei momenti di solitudine estrema il tuo cervello fa comunque " rumore", e spesso evoca riflessioni e ricordi musicali, la colonna sonora non stona affatto,