RoseMary

Passeggiavamo io e lui, il pomeriggio era avvolto dall’afa. Il suo volto, carico di premure, risultato di mille provini, mi stringeva la mano soppesandola come una mela acerba. Il mio vestito giallo semplice, corto, delizioso. Non c’è niente di più facile che camminare. Quando pervenne la lettera d’addio, stavo parlando d’amore davanti a una cinepresa. Per fortuna, era solo una prova.

La cosa che mi fa veramente paura non sono quelle voci che respirano i muri. Anche quando toglievamo i vestiti, impazienti di giacere insieme per terra, le voci parlavano ancora. Ho accettato di farli entrare. Divoravano e parlavano, parlavano e divoravano. Sono diventata sempre più magra. Avrei dovuto sbocciare. Dicevano che sarei sbocciata. Adesso parlano solo di lui. Ignorano quando dico che mi fa male.

Stringo il coltello e striscio verso la dissolvenza del corridoio. Nel salotto tutti ridono. Nessuno farà del male al bambino. Stringo il coltello e passo oltre, la vostra condiscendenza, la cortesia, sapete dove potete ficcarvela. Mi sono illusa fin dall’inizio che fossi io a decidere? La cosa che mi fa veramente paura non è lo sguardo del diavolo, le congiure secolari, il potere temporale,  il potere  spirituale.

No.

La cosa che mi fa veramente paura è quando mi guardate come se fossi un vecchio sacco vuoto.

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Giorni di un futuro passato

ProfX

 

Gli X-men sono i miei supereroi preferiti.

La cosa che mi affascina di loro è il fatto che non si tratta di soldati, ma di una scuola. Prima di essere combattenti, le loro vite traggono significato dall’essere scienziati, insegnanti, attivisti. Una comunità che accoglie gli emarginati, condivide il sapere e coltiva amicizie o affetti.

 

Il cinico da bar  deride idee come questa, bollandole come mezzi per spillare soldi ad adolescenti vittimisti e piagnucolosi. Detto tra noi, in vino veritas, è proprio così.

 

A me invece piace pensare che la cultura popolare sia linfa vitale per  sognatori e  progettisti di mondi possibili.

Sarà perché ho frequentato troppo il sopracitato bar?

Comunque sia, degno di nota negli X-men è il loro rapporto col tempo. Le loro storie sono un via vai di profeti da futuri catastrofici e realtà alternative in cui tutto è andato storto.

Pensateci un attimo:  agli X-men si chiede di continuare a credere in un sogno che è già stato distrutto. Di mantenere vivo nel presente ciò che è già stato corrotto nelle speranze del futuro.

Ma loro continuano a credere. Nonostante le profezie oscure, continuano a riedificare la loro scuola, quando qualcuno la distrugge.

Le storie basate sui viaggi nel passato in realtà non quasi mai a che fare con la sopravvivenza delle nostre idee o dei nostri ideali… ma della sopravvivenza pura e semplice. Di quell’enigmatica forza di andare avanti , che ci spinge oltre le evidenze.

Proprio in questi giorni ho visto un bel film   ispirato a una delle mie storie preferite degli X-men, che tratta proprio di un viaggio dal futuro per cambiare il presente. E’ uscita nel 1981, prima di Terminator, prima di Marty mc Fly.

In questi giorni di zucchero raschiato dai fondi di caffè poco dolce, di urla fasciste nei comizi in piazza, in queste notti di mal di pancia che non andrà mai via…

… quando mi sento stanco, penso  a cosa significavano queste storie per me da bambino.
E cosa possono significare ora.

 


  • Se vuoi approfondire sulla storia che ha ispirato il film, vai qui.
  • Sito ufficiale del film.

La casa sulle Nuvole

Michele e Lorenzo sono fratelli, cresciuti senza "le carezze che bloccano al muro" e fanno venir voglia di "volare via". Il padre,  irrequieto e anticonformista viaggiatore, scomparso da anni, vende la casa in cui vivono e li costringe a intraprendere un viaggio in Marocco per andare a cercarlo.
Il modo di fare cinema in Italia, pur con le inevitabili critiche che derivano da un approccio ormai considerato scontato e ripetitivo, non riesce a sottrarsi dal bisogno di comprendere la propria realtà, il proprio presente.  L’incrocio di questi temi con quelli dell’impianto narrativo da "road movie" riesce a dare corpo, colori, forme inquiete alle emozioni, ai dubbi, alle contorte ragioni del cuore. Attraverso le strade polverose, le distese del conturbante deserto, il cielo azzurro due generazioni si fronteggiano, si fanno domande, tentano di comprendersi.  Due fratelli, l’uno oppresso dalla dolorosa responsabilità, l’altro ignaro, affascinato, attratto dal mito di una figura paterna tratteggiata con colori sfumati ma ardenti ed eroici. Nella loro dicotomia c’è tutta l’incertezza dei giovani uomini di oggi. Un padre che diventa simbolo orgoglioso di una generazione che ha scelto, a dispetto delle conseguenze più estreme, di inseguire le proprie passioni. Nonostante questa difficoltà nell’incontrarsi e nell’intrecciarsi, inseguire le proprie emozioni, forse con una maggiore consapevolezza dei propri bisogni, nel più classico schema del "viaggio attraverso il cambiamento", porta comunque a sorprese che nessuna delle parti si aspettava, o credeva possibili. Sebbene l’impianto narrativo e l’idea possano sembrare già sfruttati, c’è molta partecipazione e curiosità nello sguardo del giovane regista, capace di dare colore e corpo alle emozioni in modo coraggioso, perché adattare le tensioni psicologiche a un ambiente esotico, sconosciuto, difficile da rendere in tutte le sue sfumature culturali e sociali mette a dura prova la padronanza del mezzo espressivo, dell’occhio del regista.
Direi che da questo punto di vista la prova è ampiamente superata.

Il pranzo di Ferragosto

Il regista Di Gregorio ci racconta della placida e tranquilla convivenza tra una nobildonna decaduta e tenera, e un figlio di cui sappiamo poco, indizi che ci rimandano  l’immagine di una persona paziente, affettuosa con la madre,  ma forse un  pizzico opportunista, legata al "guscio" tranquillizzante che questa situazione gli consente, a metà tra affetto  sincero e comoda protezione contro il mondo.

L’antica casa romana dove vive con la mamma ex benestante, e ancora signorile nei modi e nella vivacità culturale, è funestata dai debiti.
In tempi di crisi economica, i problemi degli anziani che non arrivano a fine mese (che spesso si amplificano nel dover fungere da unico reddito per nipoti e figli non indipendenti) si contrappongono a quelli più egoistici delle classi agiate, che in un periodo di tagli scelgono di sacrificare i soldi destinati alle pensioni e alle badanti per godersi comunque le vacanze.

L’amministratore chiede dunque al giovane di ospitare per Ferragosto l’anziana madre, in cambio di un’alleggerimento di tasse e bollette. Da qui le cose sfuggono di mano: la convivenza  infatti non sarà facile, specie quando gli ospiti e i problemi iniziano a moltiplicarsi…

E’ di scena il mondo degli anziani, inquadrati in ogni ruga, in ogni movimento capriccioso, nella commovente vitalità che anima corpi non più autosufficienti, apertamente in contrasto con una generazione giovane forse solo anagraficamente, ma davvero troppo cinica, rassegnata e stanca. Teneri, certamente, ma di sicuro non prevedibili, e capaci di riservare sorprese non sempre gestibili.

Il tutto viene raccontato con ironia, ma senza rinunciare al gusto per la composizione e l’equilibrio. Il regista sceglie di seguire i movimenti e la recitazione dei personaggi, senza  appesantire la storia con esuberanze varie, puntando più al realismo di dialoghi, alla ricostruzione dell’atmosfera quotidiana, che alla ricerca ossessiva di situazioni comiche o paradossali.

I dialoghi e le situazioni vengono apprezzati ancor più dal fatto che le vecchine non sono attrici professioniste, e quindi tutto quel che esce fuori avviene in modo quasi spontaneo.
Il risultato è un meraviglioso equilibrio tra neorealismo e commedia.

Unico aspetto negativo: la trama complessiva risulta esigua e abbastanza prevedibile, e forse alcuni aspetti del rapporto tra i protagonisti  andavano approfonditi di più.

Imprint-sulle tracce dell’assassino

"Posso sopportare qualunque crudeltà mi venga inflitta
Quello che non tollero è la gentilezza"

Un viaggiatore americano vaga per il Giappone alla ricerca di una donna di cui era innamorato, e che gli si era promessa in matrimonio, e approda in un’inquietante isola in cui le donne vengono vendute come strumento di piacere.
Questo film, originariamente concepito per la serie "Masters of Horror", e ritenuto troppo estremo dai committenti americani per essere trasmesso, rappresenta il Takashi Miike che preferisco: duro e spietato, senza scendere a compromessi né narrativi, né soprattutto visivi.
Anche per chi ha sopportato le sequenze splatter e le torture di Audition o di Ichi The Killer, sono qui presenti momenti di vera e propria crudeltà visiva, con dettagli al limite dello snuff movie.
Si tratta comunque di un prezzo accettabile da pagare, poiché la storia di base è affascinante, svelata a poco a poco attraverso un racconto da cui estrarre di volta in volta contraddizioni e bugie, fino a ricostruire l’esatto decorso degli eventi. Un’odissea di povertà, dolore, e decadenza dei rapporti umani.
E’ impossibile porci come giudici equidistanti di ciò che vediamo accadere in questa storia: possiamo solo guardare, impotenti, mentre le nascite si susseguono alle morti, e i cadaveri, il marciume, le conseguenze del decadimento tornano sempre a galla, trasportati dalle correnti fluviali fino al nostro sguardo.

Crescere Collocare 7

Aprii la porta. Dentro c’era né più né meno di quello che avevo immaginato.
Una cosa brutta, che si reggeva in piedi a fatica. Ogni respiro era un piccolo miracolo, per quanto perverso.
Gli occhi si inumidirono: pensai a tutte le cose che poteva imparare.
Pensai al modo di usare gli oggetti di quella stanza in combinazioni più armoniche, che facilitassero nuovi tipi di movimento, non più in avanti, o indietro, ma in ogni direzione.
In ogni possibilità.

Ma io ero solo un bambino. Cosa avrei potuto fare?

Sistemai in fretta quello che c’era da sistemare. Mi sbarazzai delle tracce, e lasciai la porta aperta.
Adesso era una stanza come tutte le altre, non c’era bisogno di nascondere nulla.
Non mi restava che riprendere il mio posto, e aspettare la ricompensa promessa.
Presto mi avrebbero lasciato andar via da lì,  una volta per sempre.

Chissà se quella ragazzina dagli occhi piccoli era rimasta fuori ad aspettarmi.

The Wrestler

" Sono un vecchio pezzo di carne sbattuta, e sono solo".
Aronofsky sceglie una telecamera simil Dogma 95, che segue implacabile il protagonista  nel suo claustrofobico documentario di sangue, sudore e lacrime, in un’America fredda e avara, nella quale pascolano perdenti.
Una realtà al tempo stesso  commovente e disgustosa.
Mickey Rourke è completamente al servizio del suo personaggio. Soffre, si fa male, si trasfigura.

La Tomei è disillusa, ma con dolci barlumi di romanticismo, e fornisce un’ottimo contrappunto alla prova di Rourke. Una donna, bella, spietata, fragile, contraddittoria, che è assieme motore inconsapevole e spettatrice impotente degli eventi.
La giovane Evan Rachel Wood, "l’altra donna" del film, disegna il suo personaggio con tratti durissimi. Attraverso la sua maturità precoce mostra un mondo svelato a metà, e ancora più sofferto.

Il modo in cui la storia è condotta, dall’inizio alla fine, contribuisce a darmi un’idea di circolarità, quasi come se potessi riavvolgere il film e tornare allo stesso punto iniziale, per poi ripetere quelle esperienze e farle sfociare in un determinato punto.
Ecco, credo che al di là dei discorsi sul mondo del wrestling, Aronofsky sia riuscito a rappresentare in modo perfetto la degradazione circolare, l’eterno ritorno del perdente, intrappolato per tutta una serie di motivi, sia esterni che personali, in una spirale di sacrificio e sofferenza, il quale diventa vita accettabile soltanto se condivisa con il pubblico. Si puo’ allargare il discorso wrestling e considerarla una parabola più allargata, quella dell’Artista visto nella sua essenza più distruttiva. Un sacrificio perpetuo, inconcludente e inconcluso, eppure vivo,consapevole e passionale.

The Mist

Il Frank Darabont de "Il miglio Verde" e de "Le Ali della Libertà" ha un ottimo curriculum come adattatore di opere tratte dai romanzi di Stephen King, e non fa che confermare le sue doti in questo film. E’ interessante soprattutto la concretezza e i problemi reali con cui si scontrano tutte le opposte filosofie messe in campo dai personaggi del film (tratto da un racconto del Re di Bangor che purtroppo non ho ancora letto).

Il personaggio della fanatica religiosa (ottimamente recitato da un’attrice attenta anche alle sfumature, come il fatto di sciogliersi i capelli nel momento in cui si acquisisce maggior carisma e affermazione personale) mette in campo ulteriori riflessioni, perché la sua visione è l’unica che riesce a imporsi sulle altre, mediante il meccanismo che gioca sul rifiuto, sulla paura della diversità, e sui sensi di colpa.
Alla fine sarà lei a "spezzare" la libertà di scelta delle opposte fazioni, tentando di imporre il suo volere sulle altre. Anche questo purtroppo è abbastanza verosimile.

Gli sviluppi narrativi di questo film, venati di cinico pessimismo e amarezza, contribuiscono a renderlo un ottimo horror catastrofista.
Ci sono echi narrativi lovecraftiani, che si mescolano al senso di terrore dato dagli sconvolgimenti ambientali e allo stress dei luoghi chiusi.
L’espediente della nebbia sfrutta al meglio il potenziale horror delle creature sovrannaturali,  in un gioco di tensione in cui viene mostrato il meno possibile, e permette di superare i problemi di budget di una realizzazione tecnica non eccelsa.

Flag of your fathers e Letters from Iwo Jima

Il filo che scorre unendo  i due film è soprattutto economico: entrambe le forze in guerra stanno praticamente prosciugando le risorse dei rispettivi paesi.

Molti storici indicano infatti l’isola di Iwo Jima come il punto di svolta della guerra: di fronte all’alternativa di una logorante guerra contro i tenaci giapponesi, secondo alcuni gli Usa accelerarono i progetti sulla bomba atomica, fino alla decisione finale di lanciare testate su Hiroshima e Nagasaki.

Il divario tra i piani alti e i soldati mandati a fare il loro dovere è grande: abbandonati dal paese, e sorretti soltanto dai propri ideali e dai rapporti umani che si creano all’interno delle opposte milizie, i vari protagonisti della storia, da due differenti prospettive, incontreranno il loro destino.

In Flags of your fathers il regista Clint Eastwood introduce innanzitutto i membri del battaglione che il destino trasformerà in protagonisti della storia. L’atmosfera goliardica, ma al tempo stesso venata di amare inquietudini, è un bel pugno nello stomaco iniziale. La ricostruzione dello sbarco e della battaglia ricorda molto lo stile frenetico, esplosivo, polveroso e confusionario di Salvate il Soldato Ryan.

La parte successiva del film, la più interessante, decostruisce con precisione e cinismo tutta la mitologia epica della seconda guerra mondiale.

Puntando soprattutto sul discorso economico, Eastwood mostra la fabbricazione di un gruppetto di sparuti eroi mediatici, usati ed abbandonati dal loro stesso paese, con lo scopo di stimolare il patriottismo americano e fornire così denaro per le armi e le munizioni.

 Il mito dell’eroe, non solo americano, viene spogliato da ogni connotazione positiva: nulla di quanto queste persone fanno riesce a mutare il paese, se non nell’apparenza più frivola.

Basti pensare che uno degli eroi è pellerossa, e viene emarginato né più né meno come prima), e perfino i loro atti vengono spogliati da ogni fascino: un misto di casualità e incoscienza, condito da "azioni indicibili", che gli stessi protagonisti, nei ricordi, liquidano come non degni di appartenere all’essere umano.

Eppure l’essere umano, per capire l’incomprensibilità della guerra, avrà sempre bisogno di masticare queste figure eroiche costruite a tavolino, per poi sputarle via come chewing gum usato.

Letters from Iwo Jima invece si occupa della prospettiva avversaria.

Tra i due, è il mio preferito, e non per la classica nippofilia che affligge gli appassionati di fumetto (anche perché il film inquadra per necessità narrative soltanto l’aspetto più fanatico e cruento dell’esercito imperiale), ma per i momenti poetici e introspettivi dedicati alla variegata umanità all’interno della fazione orientale.

 Il generale che disegna in solitudine racconti per l’infanzia, il piccolo commerciante costretto a lasciare la famiglia per servire l’impero… le "lettere" lasciate in eredità al Giappone moderno.

La malattia, la sporcizia, la violenza irrompono fin da subito nel film. Una parte degli scenari è ambientata in grotte soffocanti e polverose, scosse da esplosioni in superficie, che creano un’atmosfera intensa e claustrofobica.

La cultura patriottica della morte e sacrificio si contrappone ai desideri di sopravvivenza, e si potrebbe dire che più degli americani, è il contrasto all’interno dell’animo dei nipponici la più grande lotta che si trovano ad affrontare.

Il discorso economico diventa una specie di  sciocco serpente che si morde la coda, avvolgendo i due film: in realtà tutti gli eventi vengono messi in moto da problemi e mancanze di risorse concrete… e da cosa è causata questa mancanza? Dalla guerra stessa.

I due film, nel loro opposto e speculare affresco, diventano un dramma che sintetizza perfettamente l’idiozia e le contraddizioni che hanno portato a morire i poveracci di oggi e di ieri.

Le spiagge silenziose di Iwo Jima, lo sciabordio delle onde, sembrano suggerire allo spettatore moderno che chi ha avuto il privilegio di non assistere agli orrori del passato ha il dovere di scegliere quale eredità lo rappresenta: il vuoto e frantumato eroismo della "foto che fa vincere la guerra", oppure le lettere piene d’amore di chi sapeva già di essere condannato.

The Host

Consigliato a chi adora le atmosfere tipiche del survival horror da videogiochi (per ora al cinema ben rappresentate dai vari seguiti di Jurassic Park e da Cloverfield) e soprattutto agli amanti del cinema asiatico, che riesce a mescolare dozzine di stili narrativi diversi in un unico film.

The Host è un film di mostri, innanzitutto.
 Mostri che invadono la società capitalista e opulenta, evoluzione dei classici Godzilla e King Kong nell’era del cellulare con fotocamera e delle macchine digitali, riesce a giostrare l’inevitabile uso della computer grafica con estrema maestria.

 La "creatura" si crogiola nella sua fluida irrealtà, e riesce ad essere davvero spaventosa, perché gran parte della sua efficacia deriva dal rimbalzare continuo attraverso il realismo dell’ambiente pieno di persone che fuggono, rapidi e assordanti cambi di prospettiva, eccetera.

Ma è anche un horror splatter, con venature di critica sociale antimilitarista simil Romero, nonché una commedia imperniata su una famiglia demenziale, tratteggiata però nei suoi isterismi e stranezze con grande abilità, tanto da renderceli subito simpatici.

Al contempo,  sfocia spesso in toni da melodramma, bilanciando  le parti demenziali con una storia robusta e intensa di legami che via via si sviluppano in tragedia.

Inoltre la gente parla mediante dialoghi stralunati, ma terribilmente veri. Persone che si inseguono, scappano, si tradiscono, e magari nel frattempo lanciano una frecciatina contro il governo o si lamentano della loro situazione da disoccupati laureati.

I  protagonisti  subiscono  inoltre varie vicissitudini per colpa degli intralci dell’esercito, che si comporta irragionevolmente alla ricerca di una "malattia" che poi si rivela inesistente.

Tutta la parte sui disordini e i cortei di protestanti, e un certo tono sarcastico nei dialoghi in merito alla condizione economica e lavorativa dei personaggi non lasciano dubbi sui sottintesi  polemico-satirici del film.

E il bello è che tutte queste cose riescono perfettamente a integrarsi e intracciarsi l’una con l’altra, senza perdere equilibrio.

La trama è una sorta di Jurassic Park, che devia improvvisamente in un simil-King Kong con tracce del Guerra dei Mondi Spielberghiano, per poi approdare dalle parti del survival horror stile Cloverfield.

Tutto con molta ironia, a volte anche surreale, certo, ma non aspettatevi soltanto risate.

Si ride, ci si emoziona, e si piange anche molto, perché la storia viene analizzata nei suoi aspetti più realistici, anche quelli da pugno nello stomaco.

Il finale è epico, degno dei migliori film d’azione.