Sul piatto c’era una fetta di tonno arrosto, illuminata da due cucchiai d’olio, colorata del rosso sparso di un pomodoro, abbrustolito sulla graticola e poi spiaccicato tra frammenti d’aglio e odori verdi.
Mangiavo e guardavo gli altri commensali.
Mi parlavano di cose cupe, con tono  ora concitato, ora commiserevole.
Gustavo piano i pezzetti di tonno con un boccone di pane, tenevo bassi gli occhi a rimestare nel rosso pomodoro.
Decisi che le cose di cui mi stavano parlando erano in evidente contraddizione con la bontà di quanto stavo gustando. Decisi perciò di guardare meglio.
Seguendo il ritmo della masticazione, accettai la loro esistenza intermittente.
Accettai quei volti sfumati, coi colori evanescenti, che fuggivano impazziti sulla superficie della pelle e dei vestiti.
Si muovevano, non si mescolavano.
Accettai l’estensione delle cose di cui mi stavano parlando.
Vidi un disegno tentacolare, un insieme di canali di luce che scorrevano irrorando in diverse direzioni.
Avrei potuto parlare, ma le sillabe si sarebbero impigliate tra le ramificazioni di quello strano disegno, sospeso sopra la testa dei miei commensali, come una specie di fantasma.
Per cui decisi di lasciarlo lassù.
Guardai sotto i miei piedi.
Anch’io avevo cominciato a sciogliermi piano piano, in rigagnoli di luce viola, lo stesso colore della camicia che avevo comprato, e che piaceva soltanto a me.
Adesso quel colore era un tutt’uno con la mia pelle.
Le membra gocciolavano formando piccoli fiumiciattoli, che si insinuavano tra le crepe del pavimento e correvano fino a fondersi con i muri, le tubature, le fondamenta.
Provai il dissennato, dissonante desiderio di fare capire questa cosa, pur sapendo che non ci sarei mai riuscito.

Non sapevo come sorridere, per cui scoprii leggermente i denti.

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Avanzi: insalata di pasta

C’era un sacco di roba senza senso che mi guardava, dagli scaffali del frigo.
Un barattolo di paté di olive nere che non sapevo nemmeno di aver comprato.
Un’altro barattolo di sedicente, e anche parecchio seducente, crema al peperoncino, che alla prova dei fatti si era rivelata poco piccante e anorgasmica.
Una mezza melenzana avvolta nella pellicola, come una Laura Palmer  accoltellata e poi abbandonata da misteriosi complotti ortofrutticoli locali.
Nonostante io venga etichettato come persona " disordinata", odio trovarmi in mezzo alle cose inutili.
Rivendico il mio diritto di spargere le cose che mi interessano come mi pare e piace, ma non sopporto di ritrovarmi a convivere con ciò che non mi serve, o che non potrebbe mai servirmi. Potrà anche non puzzare, ma a livello concettuale sempre spazzatura rimane.
La soluzione è arrivata per caso: pasta fredda.
Basta con queste idee stracotte, precotte, e poi ribollite. Basta con gli accostamenti e i contrasti pre-ordinati, tipo " caldo uguale vivo ", " freddo uguale morto ", stabiliti da chissà quale divinità sumera in tempi ancestrali.
Anche nella freddezza si possono trovare sapori degni di interesse? Scopriamolo insieme.
Per prima cosa ho tagliato a tocchetti la melenzana-Laura Palmer, e poi li ho fritti in padella.
Poi, eliminato con carta assorbente l’olio in eccesso, ho messo da parte i tocchetti.
Ho cotto della pasta ( ho scelto il formato farfalla, proprio per rafforzare quest’idea di rinascita dal freddo, ma voi potete usare quella che preferite ), e poi l’ho fatta saltare rapidamente in padella con uno spicchio d’aglio.
In una zuppiera, ho mescolato la pasta con i tocchetti di melenzane. Ho aggiunto un cucchiaio di patè di olive nere ( certo che, avendo a disposizione olive vere, e nere, tritate, è anche meglio), la crema al peperoncino, un poco di pomodorini a pezzetti per evocare il sapore crudo, e infine ho aggiunto del formaggio a scaglie.
Dopo una bella mescolata, ho ficcato il tutto in frigo.
Quando la pasta ha perso ogni traccia di calore, ho consumato.
Il freddo mi ha subito baciato con una violenta esplosione di sapore, giusto per dimostrarmi che il preconcetto di associare caldo e passione è solo una fesseria.
Esperimento riuscito.

Mele anziane

La storia della melenzana nel nostro paese è lunga, travagliata e coperta di sangue.

Con la scoperta delle Americhe, il sangue fu sostituito dal sugo di pomodoro .

Si narra che gli Arabi crudeli e senza Dio avvolgessero i propri nemici in fettine di melenzane, per poi  impalarli e mangiarseli.

Per coltivare le melenzane, gli uomini versano ogni anno sui campi fiumi di  costosissimo letame.
Ne vale davvero la pena?
Cercheremo di scoprirlo con le ricette di oggi.

Una volta messa sul tagliere la vostra bella melenzana tonda, dovete decidere come tagliarla.
E’ una cosa importante, che influenzerà il vostro futuro prossimo in modi che non immaginate nemmeno.

Per prima cosa, proviamo a vedere che succede se la tagliamo a dadini.
Dadini non troppo piccoli, altrimenti la polpa si sfarina.

Poi prendiamo un pentolone di acqua, facciamolo bollire con un po’ di sale, versiamoci dentro i dadini.
Quando il contenuto del pentolone sarà ridotto a una polpa bella polposa, non vi resterà che scolare l’acqua in eccesso con lo scolapasta.

Lavorate la polpa dentro una terrina.
Aggiungete uno spicchio d’ aglio tagliato a pezzettini piccolissimi, ma davvero piccoli, quasi ridotti a poltiglia, perché sinceramente mi fa schifo masticare aglio intero. Tritate anche delle foglie di basilico fresche e profumate.

Aggiungete un po’ di mollica di pane ammorbidita dentro l’acqua e ben strizzata, il tuorlo di un’uovo, parmigiano o pecorino, sale e pepe a piacere.
Amalgamate bene il tutto, come se ne andasse delle vostre vite, poi modellate con le mani un certo numero di polpettine.
Cospargetevi le mani di farina, poi fate roteare le polpette, sempre nella farina. Questa è indubbiamente la parte più divertente ( sono un tipo che si diverte con poco ).
Fate riposare in frigo quei venti minuti, poi, se sentite di avere troppa fame, tiratele fuori.
Scaldate dell’olio in padella, e friggetele.
Avrete così ottenuto delle gustose polpettine di melenzane.

Una volta mangiata una polpettina, scatta uno strano meccanismo psicologico alla Pac-Man, che ti induce a divorarle tutte. Perdi il controllo di te stesso e ti senti un aspirapolvere umano.
Non sono belle sensazioni. Quindi assicuratevi di moltiplicare le dosi, e cuocete una montagna di polpettine.

Se invece avrete deciso di tagliare  le melenzane a fette belle spesse, potreste realizzare degli involtini. 
Mi raccomando, la  fetta di melenzana deve essere bella larga per accogliere il ripieno, sennò è tutto inutile.
Questa volta è consigliabile cospargere le fette di sale e lasciarle a riposare per un po’ dentro uno scolapasta, in modo da eliminare l’amaro.
Alcuni pongono un peso sopra le melenzane, per facilitare l’espulsione. Altri si gettano assieme alle melenzane in mare, con una pietra legata al collo. Non sarò certo io a interrompere certe usanze divertenti.

Fatto ciò, friggete le melenzane, mettetele sopra un piatto con carta assorbente per eliminare l’olio in eccesso, e dimenticatevene per un po’.
Siccome è estate e i pomodori sono tutti belli, succosi e  luminosi, procuratevene due o tre ben freschi, un passaverdure, e  preparate una salsina di pomodoro bella polposa.
Cuocetela in maniera tale che non risulti troppo acquosa.
Cuocete anche un po’ di spaghettini, versateci sopra  un bel po’ di sughetto, un po’ di parmigiano e/o pecorino ( io supporto il pecorino, ha più sapore ).
Se vi va, potreste aggiungere agli spaghetti pezzetti di prosciutto,  formaggio fuso, funghi o altre schifezze, come si fa per la pasta al forno. Un’altra variante è quella di usare ricotta salata al posto di  parmigiano o pecorino.
Prendete poi una teglia da forno, ungetela con olio e un cucchiaio di pomodoro rimasto.
Tenete sul palmo di una mano la fetta di melenzana, poi attorcigliate un po’ di spaghetti con la forchetta, metteteli sopra la fetta, e chiudete il tutto come una sorta di saccottino.
Ponete ogni saccottino così ottenuto sopra la teglia. Tranquilli, non dovrebbero aprirsi, ma se non siete sicuri potete fermarli infilzandoli con degli stecchini. Sopra ogni saccottino potreste mettere un pezzettino di formaggio, e spolverare bene il tutto con altro formaggio   o il sughetto rimasto.
Cuocete per qualche minuto, il tempo di far sciogliere la gratinatura, e buon pro vi faccia.

Lussuria ( Not another Ang Lee’s movie )

Quello che c’è davanti a me,  è una vaschetta di gelato affogato al caffé.
Col dito indice la superficie percorrerò, creando nuovi solchi e nuove strade….
Gelato, gelato, le mie impronte digitali hai congelato.
Il senso di colpa è affogato, gelato,
nei grassi  variegati all’aroma di caffé.
Dimmi chi è stato, ad inzuppare il dito nel gelato,
il tuo legittimo sospetto punta il dito su di me,
  che dal mio dito, succhio tracce, zuccherose di caffé.

Fisico da Panettiere

Nelle spiagge italiane non vengono mai celebrati i veri eroi.
E nemmeno nei parchi pubblici. Quando le donzelle vanno a correre, sballonzolando ridenti e fuggitive  i sederini sodi, secondo voi a chi fanno l’occhiolino? Ma al classico bisteccone palestrato, naturalmente! In questi tempi di lampade e televendite di vibromassaggiatori, io ripenso ai miei antenati, che abbrustolivano la pelle al sole raccogliendo le olive, pestandole rabbiosi, duri e incazzati. Poi tornavano tutti sporchi e unti, sul calar della sera,  e non se li voleva sposare nemmeno la figlia della Lupa.  Oppure penso al popolo della notte per eccellenza, i panificatori. O ancora, a quelli che fanno la pasta fatta a mano. Avete idea di quanta energia ci voglia per lavorare la sfoglia  delle tagliatelle all’uovo? Movimenti sicuri, ma al tempo stesso delicati. Bisogna spostare il peso della schiena sulle gambe, per poi lavorare di gomito e di mani. E’ l’esercizio di Ginnastica Suprema. Per far sì che da quel molliccio, appiccicoso ammasso di farina e uova si sprigioni abbastanza glutine da tenere unita la pasta durante le più ardenti temperature di cottura  serve forza fisica, sudore e pazienza.
Pensate forse che le tagliatelle siano tenute assieme dalla forza dell’amore, come nelle pubblicità della Barilla? Stronzate. Salvare gattini durante nubifragi, pensare alla mogliettina lontana masticando pennette crude trovate nella tasca della giacca non vi procurerà il giusto piatto settimanale di lasagne.
 C’è qualcuno che lavora nell’ombra, sudando per l’effimero piacere delle vostre papille gustative. Ammirate con devozione i bicipiti di quelli che fanno il pane o la pasta. Nessuno li caga, coprono i muscoli con orribili magliette bianche, eppure potrebbero sollevare un’intera tavolata di turisti francesi obesi seduti in un mcDonald’s.  Ecco i veri forzuti dell’era moderna, gli Ercole, i Sansone che salveranno il mondo con una mano, spargendo ripieno per  ravioli con l’altra.

La connessione tra pasta fatta a mano e super-eroismo è molto  più stretta di quanto si pensi: quando E. C. Segar creò Popeye, il primo e più duro di tutti gli eroi, si ispirò alle braccia dei lavoratori di un pastificio artigianale nel disegnare  i prosciuttoni che fungono da estremità per il simpatico marinaio. Quando i colleghi di Segar videro quei disegni, gli diedero dell’incapace fallito che non conosceva l’anatomia umana. Invece erano loro gli ignoranti, perché non si erano documentati abbastanza  sulla struttura anatomica dei tizi che lavoravano nei pastifici. 
Segar non riuscì mai a spiegare questa cosa, anche perché in America il concetto di " pasta fatta a mano" è  incerto e sfumato. In compenso fu la sua stessa creatura a sperimentare in prima persona gli effetti del duro lavoro connesso alla lavorazione della pasta. C’è infatti una storia, realizzata da Segar, che non fu mai pubblicata. Il Priorato di Sion se ne impossessò e decise di occultarla,  affidandola alla setta dei Templari, che però poi la persero, tra i Rotoli del Mar Morto.
In essa veniva mostrato il periodo di servizio di Braccio di Ferro nella U.S. Navy, durante il quale svolgeva la mansione di cuoco di bordo. Nella cambusa della nave, impastava tagliatelle, bucatini, tortelloni per i fortunati membri dell’equipaggio. Vi dirò di più: fu proprio lui a inventare la celebre sfoglia per pasta verde, quella arricchita con spinaci. Da qui nacque l’equivoco per cui tutti credono che la forza di Braccio di Ferro derivasse dalla masticazione di spinaci in scatola. Nulla di più sbagliato, perché la resistenza dei suoi muscoli era tutta merito della dura e aspra pratica con farina, uova, spianatoia, setaccio,  e mattarello. Gli spinaci invece, da soli, non sono mai serviti a un benemerito cazzo.

I Biscorsi

La Premiata Forneria Fiocotram, uno dei marchi più prestigiosi della pasticceria italiana, propone ai propri affezionati consumatori un nuova, gustosa specialità :

I Biscorsi.

Nati dall’incontro tra la passione decennale degli antichi fornai magici  del Vecchio Mulino e le anfetamine, i Biscorsi hanno un gusto avvolgente, corposo, e croccante.
I Biscorsi sono ideali da gustare durante le conversazioni in treno, alla fermata dell’autobus, per strada con gli amici, in ufficio durante la pausa caffé, insomma, in ogni momento della giornata in cui avete voglia di parlare un po’ con qualcuno. Inserendo un Biscorso in bocca, potrete masticarlo e inghiottirlo tranquillamente, pur continuando a parlare. Anzi, la voce uscirà fuori più chiara e melodiosa, con tono fermo ma gentile, ideale per portare avanti le vostre ragioni con convinzione e garbo, riempendovi  contemporaneamente lo stomaco.
Grazie alla struttura del biscotto, i cui frammenti vanno perfettamente a tempo con la vostra lingua e i vostri denti, potrete aprire e chiudere la bocca senza che una singola briciola scappi via, colpendo chi vi sta davanti, o spargendosi dappertutto. I tecnici del suono della Forneria hanno lavorato a lungo per ammorbidire il rumore del biscotto sgranocchiato, manipolandone le frequenze sonore con pazienza e passione, al fine di trasformare il tipico " crunch" che produrranno le vostre mascelle in un rilassante sottofondo di musica sinfonica.
Il  gustoso cioccolato dei Biscorsi stimolerà i vostri centri dell’apprendimento, aiutandovi a comprendere le ragioni dell’interlocutore e i suoi punti di vista.

E nessuno potrà  più dirvi che è maleducato parlare con la bocca piena.

Le coraggiose ricette di Fioco: pasta con sugo alla salsiccia

Esistono due tipi di studente fuorisede: lo studente fuorisede previdente, e quello sbomballato. Io ovviamente appartengo alla categoria degli sbomballati,  anche perché  mi piace  un sacco il suono della parola. Aspé che la ripeto. Sbomballati.
Lo studente sbomballato, tutta estate al sol cantò, e provveduto di niente, nell’inverno si trovò. Lo studente fuorisede previdente tiene dentro la sua scrivania tutto ciò che può essergli utile nella logorante vita moderna: cacciaviti, chiavette, ciappette, chiodini, forchette… esiste tuttavia una sottocategoria di studente previdente, che di per sé non ha particolari meriti nella gestione delle sue cose, anzi, abbandonato a se stesso rischierebbe la morte per inedia  e tetano, ma per fortuna riesce a salvarsi  e a tenere in casa tutto il necessario, grazie alle continue cure prodigate nei suoi confronti da genitori e nonni. Solitamente questo eccesso di attenzioni può avere anche lati oscuri, dato che questo tipo di studente fuorisede vive letteralmente terrorizzato dal telefono, con la madre che lo chiama dieci volte al giorno, e se non lo trova chiama tutti gli amici che ha in rubrica.
Uno dei lati positivi di questo tipo di vita è avere una nonna ( o una mamma, o uno zio fricchettone ) che fa le conserve di pomodoro.
Questa buonissima abitudine delle mie parti consiste nell’acquistare, nel periodo di Agosto-Settembre, i cosiddetti ‘pomodori buoni’ , e poi chiudersi in clausura per due, tre giorni, a volte una settimana, bollendo sugo di pomodoro nel calderone e confezionando bottigliette da sigillare e conservare durante il freddo inverno.
Inutile dire che lo studente previdente riesce sempre a portare con sé una bella borsettata di queste preziose bottiglie, attraverso mille peripezie, facendo su e giù negli angusti spazi offerti a pagamento dalla sadica Trenitalia, spesso dovendo fare a botte coi tizi che vengono dal paesini mai sentiti nominare prima, e che solitamente viaggiano  a gruppi di tre, marito tozzo e bestemmiatore, madre chiusa nel suo silenzio, figlia o figlio alto e robusto alla quale si delega il compito di portare le valigie più pesanti ( è un po’ la versione familiare del Forzuto che sta nei gruppi di cattivi da cartone animato). Una  delle cose che rimangono più incomprensibili allo studente, nonostante anni di viaggi in treno,  è il motivo per il quale lui, che a casa ci torna solo durante le feste comandate, ha semplicemente due valigie, che tentano a malapena di contenere il necessario di mesi e mesi di solitudine universitaria, e la famigliola in questione invece, pur andando a trovare i parenti  ‘che stanno nel Continente’ al massimo per una settimana o due, si portano l’intera casa appresso.

Comunque sia, andiamo a parlare della ricetta di oggi, la quale appunto nasce dall’alleanza tra lo studente previdente e le sue magiche bottiglie di sugo, e lo studente sbomballato.
Aspè che lo ripeto di nuovo. Sbomballato.
La storia comincia quando quest’ultimo, svegliandosi durante una bella domenica di sole, annusa l’aria e si rende tragicamente conto che il bell’odore delle pietanze cucinate dalla mamma, che faceva da indispensabile corollario alla gioia della festività, non è presente. Al suo posto però c’è una cucina, con tutto l’indispensabile per darsi da fare e cucinare qualcosa di decente.
Grande alleato dello sbomballato in questione è la  cosiddetta salsiccia bolognese, un budello pieno di carne, discretamente saporito. Quando si fa la spesa, e si ha qualche soldino in più, si comprano due o tre pezzi di questa salsiccia in aggiunta alla solita e misera porzioncina da trecento-quattrocento grammi di petto di pollo o fettine, che ormai il macellaio ti conosce e sogghignando anticipa sempre la tua richiesta, con le 
zdaure che ti guardano comprensive e che vorrebbero dirti, eh, se ti serve non so, qualche ovetto o una cipolla, te ne diamo un po’ noi.
Insomma, ha sti due o tre pezzi di salsiccia,  (diciamo meno di trecento grammi, ti basterà ) indi per cui chiami il previdente e gli dici di portare una delle sue miracolose bottiglie rosse. Mentre ti immagini il suo sguardo assonnato , non dai nessuna spiegazione, gli dici solo di muoversi e di raggiungerti a casa.
Passata in rassegna la credenza, cerchi le cipolle. E ci stanno. Bella forza, ormai la tua credenza odora solo di cipolla. Frughi nel frigo alla ricerca di carote, e per fortuna la tua coinquilina studentessa di yoga, ne ha lasciata qualcuna. Lei si nutre solo di carote, masticandole nervosamente e guardandoti truce ogni volta che  osi mangiarti un panino con mortadella davanti a lei. Però, non ti ha lasciato il sedano. ‘Azzo, sto sedano manca sempre.
L’amico arriva, pieno di domande, ma tu lo lasci accomodare sul divano mettendogli in mano l’ultimo numero di Dylan Dog, prendi la bottiglia, e dici che lo chiamerai quando servirà.
Prendi il tagliere e taglia cipolle e carote il più finemente possibile. Ultimamente le carote sembrano fatte di legno, per cui più le tagli  piccole maggiori possibilità hai di farle cuocere.
Nel frattempo la salsiccia si è scongelata. Pratica un incisione per il lungo, ed estrai dal budello tutta quella bella polpa rossa. Sminuzzala.
Accendi il fuoco, e metti olio d’oliva ( l’olio di semi lasciatelo per le patate, massimo può servire a quello) sul fondo di una padella abbastanza grande da contenere due piattoni di pasta. Accendi la fiamma, e controlla se l’olio si è scaldato mettendo dentro un pezzettino di carota. Quando viene aggredita dalle bolle, versa subito cipolle  e pezzi di carota restanti, avendo cura di abbassare la fiamma a fuoco lento, sennò invece di friggere brucia tutto.
Quando il tutto comincerà ad assumere una tonalità giallina, e soprattutto l’odorino di cipolla inizierà a pizzicarti le narici,
aggiungi la polpa di carne.
A questo punto l’amico previdente, attirato dall’odore, ti avrà raggiunto in cucina, per cui, visto che è lì, affidagli  il compito di aprire la bottiglia di sugo.
Aiutandoti con un cucchiaio di legno, amalgama bene bene la carne al soffritto, facendole prendere un bel colorito grigiastro. Aggiungi una spolverata generosa di sale, e mescola di nuovo.  Infine, versa senza alcun rimorso tutto il sugo della bottiglietta. Se il nonno o la madre in questione conoscono il loro mestiere, la parte liquida e la parte polposa del sugo saranno ben presenti in parti uguali. Versa un po’ d’acqua e scuoti energicamente la bottiglia per rimuovere eventuali tracce di sugo sul vetro, e poi versa di nuovo, per diluire bene il sugo. Altro giro di mescolata poi ricopri con un coperchio la padella, sempre lasciata a fuoco basso, l’indispensabile per far bollire bene gli ingredienti ( se senti " pop, pop!" in maniera continua ma non accompagnata da rumori troppo forti tipo "FZZZZZ", allora è giusta ). Lascia il sugo un bel po’ a cuocere prima di calare la pasta. Una mezz’oretta diciamo.Non dimenticare di aggiungere un po’ di peperoncino piccante a cottura quasi ultimata.
In genere un piatto di spaghetti cuoce in sette minuti.
Va detto che, trattandosi di salsiccia bolognese, la pasta indicata per questo tipo di ricetta sarebbe la gramigna, ma io non ne avevo, e comunque gli spaghetti vanno benissimo lo stesso.
Quando sono al dente, scolali bene, senza residui d’acqua, e poi versali direttamente nella padella, amalgamando ben bene. Spolverate i vostri due piatti con l’indispensabile  Alla fine, tra l’odore della cucina e i due piattini inondati di sugo rosso e carne saporita, avrete ricostruito la perfetta Domenica a casa con le vostre madri. Cazzo, la perfezione si raggiungerebbe avendo a disposizione del buon pane per ripulire bene piatti e padelle. Ma dove lo trovi a Bologna, del  buon pane? ( a prezzi umani, intendo).
Il piatto è mooolto pesante, per cui si consiglia di fare una passeggiatina fuori al parco nel pomeriggio, invece di poltrire sul divano, che è peggio e resta tutto sullo stomaco.

Tutta colpa del radicchio

Questa storia, a differenza di tante altre, inizia con una forchettata di insalata di  radicchio  troppo amara. Amara a chi ci capita, direbbero al mio paese. Ti rimane una poltiglia in bocca, che è come quando senti la nausea prima di rimettere, e allora non sai se inghiottire o sputare. Il radicchio ha la sua consacrazione nella regione veneta. Tutti i veneti che ho conosciuto nella mia vita avevano risvolti simpatici, ma qualcosa di amaro come retrogusto. Tutti a parte Luca, ciao Luca! E parlo sia a livello di puro istinto che a livello di gusto effettivo, visto che le persone che mi piacciono molto, dopo un poco, tento di assaggiarle. E insomma, dopo questa forchettata decisamente amara, decisi di trovare un modo più stuzzicante per cucinare  il radicchio. L’abbinamento con la frittata lo rendeva sopportabile, quello con le carni ne mimetizzava l’amaro, anzi, forse addirittura lo contestualizzava. Però non credo abbia molto senso giustificare una pietanza accoppiandola con mille altri intrugli. Cioè, è troppo facile così. Il resto degli ingredienti sbriga tutto il lavoro, e il radicchio che ci sta a fare? Però io non volevo certo arrendermi, e gettarlo nella pattumiera. Mi sembrava di gettare, assieme a quel cespo violaceo, secoli e secoli di  storia e cultura agricola veneta. Così mi sono fatto un risotto al radicchio. Non avevo in casa il vino bianco, e nemmeno il brodo, ma qualcosa di commestibile sono riuscito a combinare lo stesso. Sicché, la morale di questa storia è: non siate troppo sbrigativi a considerare quanto la vostra vita vi sembri insopportabile e amara. La vita non ha sapore, non è che potete tirare fuori la lingua e sentire se manca di sale. Quindi smettetela di stare con le linguacce di fuori come cammelli e pensate ai cavoli vostri, o al radicchio vostro, a seconda dei casi. E smettetela di lamentarvi di quanto sia amara la vita. E’ colpa del radicchio!

Letamaios

Il passato si frantuma in mille briciole di pane. Ti racconto un pasto, una o due ore di cucina elementare, matrimonio di ingredienti scarsi. Un po’ di carne macinata. Soffritto. Lascia che gli odori cambino colore, ma non farli bruciare. Quando li sentirai librarsi verso il Paradiso, catturali col tuo naso. Passato poi sopra un po’ di passato ( di pomodoro ) porta a ebollizione. Chiudi il coperchio, lascia lavorare la consumata e consumante sensualità della fiamma bassa, dimenticati di questo aromatico divenire, nel romantico dipanare del rotolo del tempo ( almeno quattro ore ). Il passato da solo non ha senso. Se lo dividi in ingredienti, e cerchi di combinarlo nel modo giusto, puoi superarlo. Lasciartelo alle spalle, mentre davanti a te già bolle l’acqua. Getta la pasta, sei sette minuti. Scola e condisci. La pasta e il sugo devono cedersi vicendevolmente un po’ di colore, come se facessero l’amore in modo arruffato. Il passato. Chi se lo ricorda più?  Nel presente c’è solo un bel piatto di pasta al ragù.

 

Sangue finto da bere

Cari appassionati di cucina, ecco un’idea originale per un simpatico drink  fatto in casa con gli amici più cari. Nella vita di tutti noi capita sempre  il momento in cui ci ritroviamo a ricevere ospiti. Costoro si divertono a mettere a soqquadro le vostre riviste, vi commentano le piastrelle scelte per il  bagno, si stendono sul divano in posa semicomatosa chiedendovi da mangiare, e poi se ne vanno senza ripulire. Una catastrofe paragonabile soltanto all’ uragano Kyrill, anche se ha un nome più carino.

Ecco quindi per voi la ricetta per realizzare del sangue finto, in puro stile splatter, identico a quello dei più esilaranti horror di serie z.  L’ho trovata spiegata nei contenuti speciali del dvd del film ‘Slither’ .

Come vedete da questa foto, anche la celebre attrice Sissy_Spacek adora questa ricetta, e si diverte un sacco a prepararla durante i suoi esclusivi parties con gli amici divi di Hollywood.

Offritelo senza timore ai vostri ospiti, e bevetelo anche voi senza paura, magari sbrodolandovi un po’ addosso per fare più scena…  è commestibile e non tossico!

Garantito, non si faranno più rivedere.

Per prima cosa, procuratevi  una ciotola   di acqua calda. La grandezza  della ciotola e le dosi le deciderete voi,  ma dipende unicamente dalla quantità di sangue che vorrete ottenere…

Aggiungete all’acqua abbondante sciroppo di mais, scegliete la qualità più scura, mi raccomando, così vi servirà meno colorante.

Adesso aggiungete del colorante alimentare, ovviamente rosso. Mescolate bene, e per dare un tocco di classe aggiungete dello sciroppo di cioccolato, che servirà a scurire ancora di più il composto, secondo la tonalità che preferite. Volendo, potreste cambiare colorante e creare del sangue giallo, verde…

Beh, buon fine settimana, ricordate di guidare con prudenza!