Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

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Dreams of the Nursery: Rainbow Human Cosmic Fluid

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Il primo sogno e’ ambientato in un futuro dagli scenari simili a una space opera, con tocchi di colore fluorescente psichedelico e persone abbigliate in stile glam rock. La vita delle persone scorre come la stagione di una serie televisiva, di cui vengono mostrati i momenti salienti. Quando il flusso di eventi vitali arriva allo snodo narrativo risolutivo/conclusivo, la persona viene messa in una capsula trasparente. All’interno di essa, il suo corpo si scioglie e si  trasforma in una specie di liquido luminoso e multicolore. Questo liquido viene poi drenato e inoculato attraverso dei tubi verso il centro esatto dell’universo, o comunque un punto che sembra costituire l’anima o il  legante che tiene assieme la struttura cosmica.

Nel secondo sogno, devo andare a comprare un vestito elegante per una cerimonia, ma come sempre non ne ho voglia. Allora vado a sceglierlo in una catena di abbigliamento dozzinale e dai prezzi modici. Mi accompagna un mio ex professore il quale, per tutto il tragitto, si lamenta del luogo prescelto per i miei acquisti, criticandolo ed enumerando tutti i difetti di quella catena di negozi, che peraltro conosco gia’ a menadito. Quando arriviamo li’ pero’ nota un soprabito che gli piace e vuole assolutamente provarlo. Cosi’ sono costretto ad assisterlo, perdendo tempo.

Dreams of the nursery: a dream of flying

Il primo sogno ha un’ambientazione casalinga.

Fanno le pulizie a casa nostra. Lasciano le finestre aperte. Il gatto Ketchup inizia a saltare e correre per casa, come suo solito.  Io gli corro dietro, lo acchiappo per la collottola ogni volta che si avvicina a qualche finestra, perché ho paura che cada di sotto. Poi richiudo le serrande. Continuiamo a inseguirci, lui salta e io lo acchiappo, acchiappo e chiudo, chiudo e acchiappo. Le finestre lasciate aperte sembrano non finire mai e mi ritrovo in una situazione che ha il ritmo e i contorni di un videogioco.

Il secondo sogno ha un tema molto banale, il volo.
Eppure, mi sono divertito un sacco. Ho provato una sensazione di serenita’, perché avevo come la sensazione di essere  diluito in quello scenario, di averne il pieno controllo.

Nel sogno, cammino per le strade in pietra di un borgo antico, simile a quello di Milazzo, la città da cui provengo. Ma i riferimenti geografici sono ambivalenti, perché mentre mi aggiro in quella zona   sono convinto di essere ancora a Milano, anche se in una stradina dall’apparenza più antica.

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A un certo punto inizio a scendere per la scalinata in pietra, con un passo sempre più sostenuto. Comincio a saltare in corsa da un gradino all’altro, come facevo da ragazzo. A ogni salto divento più leggero.

Alle mie spalle, un ciclista si regge forte al manubrio e inizia a scendere in bici sui gradini, affiancandosi a me.

E’  in quel preciso momento che me ne accorgo. Non sto saltando. Sono sospeso in aria. Sto volando!

Anche il ciclista, in sincrono con me,  pedala nel vuoto. Le ruote della bici girano, lui mantiene entrambe le mani salde sugli appoggi e ogni tanto, non so perché, mi lancia uno sguardo preoccupato. Capisco che ha paura per me, teme che possa cadere. Anch’io lo guardo, ma per rassicurarlo. Infatti in quel momento è come se il vento stesso abbia cominciato ad assecondare i miei pensieri. Le gambe, le braccia, il corpo sono protesi in avanti, spingendo come a dare una direzione.

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Rimango stabile, correggendo ogni tanto la rotta del volo se la discesa degli scalini si incurva e mi trasformo in tranquillità congelata, innaturale ma dolcissima.
Dentro di me sono felice, perché sono convinto di aver capito in qualche modo la meccanica del volo per gli esseri umani.
Alla fine però atterriamo.  Io vado verso un bar a bere qualcosa e scorgo, tra gli avventori, anche il ciclista. Ma non mi va di salutarlo.

 

Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.