Light year

Non sei cambiato.
E tu? Sembri ancora una ragazzina.
Oh, sei uguale a sei anni fa!

Le cose nell’universo rispondono agli stimoli dell’entropia e questo rappresenta la parola fine al voler viaggiare nel tempo passato. Il nostro pianeta cambia sempre orbita, dovresti riuscire a coordinarti non solo con l’anno giusto, ma anche con la posizione giusta che aveva la Terra. L’unico viaggio nel passato permesso dalla scienza è quello che compie la luce.  Infatti, quando guardiamo una stella, in realtà stiamo ammirando soltanto una luce riflessa  proveniente da almeno otto anni prima. Per cui, quando mi dite che una persona sembra quella di otto anni fa, in realtà state dicendo che è lontana da voi.Traggo quindi la conclusione che è meglio essere  vecchi e stravecchi, invecchiare tutti insieme, decadere tra le rughe e le crepe,  piuttosto che ritrovarsi a sembrare più giovani agli occhi di chichessia.

Perché significherebbe trovarsi  lontani anni luce dalla sua festa.

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Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

Vita Eternia

Il primo eroe che ho avuto nella mia vita è stato He-Man.
Lui era un uomo che

AVEVA IL POTERE!

hemanpotenzio

Va bene ma…il potere per fare cosa?

Se vai a riguardarti il cartone su Netflix, He-man non faceva chissa’ cosa.
Si limitava a sventare qualche semplice piano dei cattivoni, senza nemmeno picchiarli.
Al massimo, li scagliava dentro qualche pozzanghera di fango, mentre Skeletor scappava in preda alle crisi isteriche.

Poi si accomodava a fine episodio e si metteva a spiegarti la vita.
Non drogarti, rispetta gli amici, mangia più frutta…elementare buon senso.

Però dicevano “Masters”...padroni dell’universo… io ho il potere…

L’unico potere concesso a He-man era lasciare le cose esattamente come le trovava.
Bisogna invece dare atto di una cosa ai cattivi: mettevano in discussione il migliore dei mondi possibili. Non era tutto  risate di papà Re e mamma Regina e festini a corte, ma anche:  montagne del serpenti, pianto, stridor di denti.

Un giorno, guardando oltre quella camicetta rosa e l’andatura da demente che usava per camuffarsi, aiutando gli altri ad allontanarlo dall’immagine di cio’ che gli faceva paura essere, Adam sollevò verso il cielo la sua spada magica e disse

PER LA FORZA DI GRAYSKULL!

 Trovandosi per la prima volta, una volta dissipate le energie della trasformazione, davanti a una verita’ impossibile da negare. Non l’eroe, non l’Altro, ma un giovane condottiero, il comandante designato di un’armata di valorosi soldati, maghi e tecnocrati dai mille ingegni. Una persona che aveva già tutto ciò che gli serviva. Una famiglia, degli amici, un popolo. Un piccolo mondo da difendere e la capacità per farlo.

Ma poi… la trasformazione. Mio padre aveva le braccia grosse e la pelle cotta al sole. Quando mi sgridava, quella voce mi disgregava come un tuono. Giocavo ai Dominatori dell’Universo, lo capisco solo ora, per dare una forma ordinata e comprensibile alle figure disegnate sul mio destino. Giocare per padroneggiare un piccolo universo, trasformarmi in mio padre… ma lui non capiva e pensava che lo odiassi quando interrompeva il gioco. Pensava che coltivassi il senso dell’orrido, del non conforme e tanto non sarai mai come ti vorrei. Se avessi giocato con me avresti capito, papa’. 

Skeletor invece?

Lui non aveva nulla.
E infatti, proprio per questo, voleva il potere.
Gli mancava l’altra metà della spada del potere, che serviva per formare la chiave e aprire il castello. Gli mancavano degli amici. Sì, aveva qualche servo, ma nessuno di essi gli serviva granché. A dirla tutta, gli mancava anche la faccia. Gli mancava il sorriso. Essendo privo di dotti lacrimali, gli mancava pure il pianto.

Per questo Skeletor voleva il mondo, voleva il regno, voleva

  IL POTERE.

Skeletorro

E che cazzo, aveva anche ragione, per certi versi. Forse se gli avessero dato qualcosa non si sarebbe ridotto così.
Se solo la sua faccia non fosse stata così vicina alla paura, alla morte, forse avremmo potuto capirlo di più, senza metterci a invocare tutto il potere dell’universo… solo per farlo andare via. Fino alla prossima puntata.

Del resto, più cresci, più ti avvicini alla paura… e altro.

Quando cresciamo e iniziamo a capire qualcosa, fuori da quelle quattro regole di buon senso nate per non farci sbattere contro il nostro stesso recinto,  impariamo qualcosa che non ci piace. E allora, tentiamo di cambiarlo.

Pensiamo subito che ciò significhi avere

IL POTERE

Qualcuno si limita semplicemente ad andare in palestra e farsi qualche lampada per essere bello e rispettato.
Non dico proprio ad Eternia, ma perlomeno nel cortile dietro casa.
Altri invece inseguono tutta la vita

 

IL POTERE

 

consumandosi pure la faccia nell’attesa, credendo che raggiungerlo significhi avere ciò che manca.

Come un bambino che urla dal giocattolaio perché vuole che il padre compri tutti i pupazzi dei Masters, perché crede che solo collezionandoli tutti potrà davvero iniziare a giocare sul serio.

Forse He-man,  nemmeno voleva partecipare a questa gara di avere e potere. Quando combatteva era sempre un po’ sardonico, quasi scocciato. Era felice solo quando poteva sparare le sue stronzate da pedagogo a fine episodio. Magari , ci pensi, voleva solo cambiar presto mestiere e coronare il suo sogno di diventare educatore, condividere le cose che sapeva specchiandosi nello sguardo allegro di un bambino invece che nelle vuote orbite fameliche di un nemico ottuso e poco impegnativo.

Crescendo ho iniziato a capire un po’ Skeletor. Non è che  io sia insoddisfatto da quello che ho. E’ che non riesco ad accettare la fame. Non riesco ad accettare che sia più difficile distribuire questo fantomatico potere che immaginarlo. Che esiste ed esisterà sempre qualcuno di cui siamo convenientemente ignari, che desidera e muore nel desiderio, disposto a strapparci tutto. Abbiamo accesso a una società del desiderio, un motore economico che si rigenera sempre sulla base del trono di un vincitore e intorno alla definizione di un premio.

L’unico costo di tutto ciò è vedere ogni tanto qualcuno che non ce la fa.

Il vero volto della sconfitta non ha la dignità  commovente dei personaggi del romanzo sociale. E’ spesso ridicolo e isterico, brutto al punto tale da essere nascosto. Non ricordo il punto in cui celarlo è diventato un compromesso accettabile, in cui l’empatia è sembrata un orpello un po’ patetico. Invidio la serenità di chi accetta le cose come sono e le racconta così come saranno.

He-man sta bene, io sto male. He-man è il bene, Skeletor il male, io non so dove stare.

Mi piacerebbe uno di quei consigli a fine episodio, in grado di rendere più nitida la strada del buon senso, per poi andare tutti a corte a festeggiare. In preda a questa dissonanza invece, vado nei meandri delle grotte fredde di Skeletor, sentendomi uno che si prende un po’ troppo a pugni in faccia da solo, e che del resto non può fare nient’altro che questo. Come Two Bad.

Twobaddy

Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.