Il Cane Giustiziere

C’era una volta un botolo, più fantasma che carne. Si chiamava il Cane Giustiziere.

Girava di notte per i vicoli e le piazze del paese. Si diceva che sorvegliasse il sonno della brava gente. Nessuno aveva mai visto questo randagio, eppure tutti sapevano che c’era. Di notte chiudevano gli occhi sereni, sognando solo cose belle. Davanti all’ingresso di ogni casa c’era sempre un po’ di cibo per il cane. Suppongo che fosse una specie di ricompensa per il suo lavoro.

Io non riuscivo davvero a capacitarmi di tutta questa storia. Quando lasciavo del cibo, come tutti, davanti alla porta,  puntualmente non ne restava traccia.
Non potevo certo accontentarmi di questa cosa. Volevo indagare, capire. Forse volevo solo incontrarlo.

Quando parlavo con qualcuno di queste mie intenzioni, mi veniva risposto solo che di giorno si lavora, di notte si riposa.

Per cui, dormivo. Però mi alzavo presto, per andare a cercare testimonianze o materiale per le mie indagini. A volte, durante questi  miei giri, mi pareva di scorgere persone conosciute. Mi avvicinavo per salutarle, ma da vicino il loro sorriso pareva la smorfia di un pazzo che corre incontro al sole. Quindi abbassavo lo sguardo e procedevo oltre.

Una sera usai una droga particolare per vincere il sonno e rimanere all’erta. Rimasi seduto sulle scale di casa, aspettando l’arrivo del Cane Giustiziere.

Passarono ore. Non venne nessuno. Mi stufai molto presto di stare seduto e decisi di uscire, per andargli incontro io stesso. Girovagai senza posa per il paese, controllai ogni vicolo, ogni stradina, ma l’unica cosa che mi venne incontro fu il suono delle catene cigolanti di una vecchia altalena. Nel silenzio, mi sembrava  una risata di scherno. Mi sentivo preso per i fondelli. Per vendicarmi, rubai tutto il cibo lasciato fuori per il Cane.

Nel frattempo gli occhi s’erano fatti pesanti, per cui decisi di rientrare. Giunto a casa, dormii come un ghiro fino a mezzogiorno. Quando mi svegliai decisi di uscire di nuovo. I volti che osservavo per strada erano diversi: tutti lavoravano, parlavano, ridevano. Io non avevo bisogno di salutare nessuno, perché nessuno mi guardava.

Leggendo leggende

Ricordo ancora, o forse non è stato mai, gli zoccoli dei cavalli che vincevano l'asperità del terreno, avidi di umida vegetazione e chiacchere leggere. Dopo la galoppata,  ci si poteva sedere e chiaccherare. Si poteva stendere una tovaglia e mangiare vicino al mare. I cavalli erano consacrati a Poseidone. Dal salso abisso sorgevano, messaggeri delle onde salmastre presso i grandi uomini. Quando terminava un regno, o si estingueva un prospero casato, tornavano nel mare. 

A quei tempi  però erano ancora con noi. Li imbrigliavamo, mentre il loro sguardo lucido e inquieto sembrava aspettare la marea. Quando giungeva, era tanto affamata da mangiarsi tutto quello che lasciavamo durante i nostri improvvisati pranzi tra gli scogli. piatti d'argento, i bicchieri di cristallo. La candela accesa, lasciata a brillare come una stella guida, per tutta la notte, in balia dei capricci del vento.  I marinai più furbi, approfittando delle tenebre, venivano a ripescare quel che il mare custodiva, incapace di trattenerlo per sé. C'era un'altro mondo sommerso, severo e avaro, oppure generoso, a seconda dei casi. Non avrebbe mai mangiato nessuno, ma l'uomo era facile a perdersì da sé, senza bisogno di alcuna sirena. Di pomeriggio tornavamo in quei posti.  Il calore dell'erba umida  accarezzava attraverso i piedi, e le gambe, saliva verso il fondoschiena.

Sono seduto sulla roccia viva, impigliato nella barba di un organismo immerso in un sonno profondo. Lo sento respirare. E io cosa sono, adesso? Guardo i paguri che tornano ai gusci, i riflessi di una goccia d'acqua sulla pelle. Sono troppo stupido e felice, la mia mente ha abbastanza spazio per le cose piccole. C'è tanta gente,  Ognuno però ricava il suo spazio, equidistante dal mio punto di vista. Stavo al centro esatto della solitudine, mentre tutto intorno c'era chi giaceva presso le cavità rocciose in cui si raccoglieva l'acqua calda, oppure altri, che sedevano all'ombra di enormi pietre cotte dal sole. Troppo lontano da me, e dal mio punto di vista che sdegna il mare, a cui mi aggrappo per non affondare.

" Si chiamava Foti".
"Allora doveva essere un omino basso e tozzo, come voialtri".
" E chi lo sa che aspetto avesse. Chi lo sa se era mai esistito. Magari era pure bello, alto, come quei principi della Disney. Tuttavia, questo ci porta a formulare due ipotesi.
 Nel caso in cui la storia  che ho appreso sia vera, allora l'origine della fortuna della mia famiglia e il successivo insediamento in queste zone avrebbe un'origine abbastanza verosimile e suggestiva.
 Nel caso in cui invece volessimo ipotizzare che sia falsa, il fatto stesso che sia usato il nostro cognome, dato che da queste parti i miei avi ci hanno vissuto davvero, testimonia una parziale veridicità".
"Chi era questo Foti?"
"Il figlio del campiere".

"E lei, la figlia del barone, lo amava?"
"Andavano spesso a galoppare da queste parti, con i cavalli più robusti della scuderia. Incuranti del terreno roccioso e delle onde del mare. Lui e lei".
"Ma lo amava?"
"Ti sto solo dicendo quello che so. Il resto puoi ricostruirtelo a tuo piacere. Tanto sono tutti morti".
"Eppure, tra coloro che vivevano in quel periodo, se ne dicevano di cotte e di crude a proposito di quei due ragazzi, lo sai?"
"Lo so. E quelle voci ebbero l'effetto che si auspicavano".

"Che significa?"
"La rottura dell'ordine, dell'equilibrio. Sai cosa intendo, no? La plebe sopporta la schiavitù e il lavoro misero. Si accontenta del cibo scarso, e in cambio guadagna qualcosa a cui tiene maggiormente: la tranquillità di vivere esistenze regolari, imperniate sulla non-scelta. La plebe detesta scegliere, detesta doversi barcamenare nelle vesti di padrona del proprio destino. Molto meglio servire, che vivere liberi ed essere unici colpevoli  e artefici dei propri sbagli e delle proprie sofferenze. E' per questo che ogni dominatore, nelle nostre terre, è sempre benvenuto e sempre lo sarà. Ma ci sono degli equilibri. La  rottura delle regole imposte a tutti è insopportabile. La figlia del contadino, in questo, deve mantenersi uguale a quella del gran signore. Se esce troppo di casa, diventa una puttana. E le puttane hanno troppo potere sulla realtà".
"E quindi era inaccettabile che quella ragazza e questo Foti passassero tutto quel tempo da soli, vero?".
"Sì. Le voci cominciarono a crescere, a gorgogliare. Come la bassa marea".

"Cosa successe a Foti?"
"Venne allontanato, assieme alla sua famiglia. Li licenziarono, ma non gli andò male: ebbero una buonuscita sostanziosa".
"E lei?"
"Corse per l'ultima volta sugli scogli, lanciandosi da un'altura col suo cavallo più bello. La marea era cresciuta abbastanza, e se la mangiò via. Allora, le voci cessarono, e fecero spazio ai pianti dei bigotti".

"Bella storia. Ma adesso veniamo a noi. Perché mi hai portato qui?"
"E' da ieri che ci penso. Quanto ti ho raccontato è una specie di sintesi di tutto quello che non mi è mai piaciuto della mia famiglia, a prescindere dal fatto che quei nomi c'entrassero davvero con noi oppure no. Il mio bisnonno, ad esempio, era campiere. Era l'uomo di fiducia dei padroni. Il tutore dell'ordine costituito. Decideva quelli che dovevano morire di fame oppure no".
"Il potere porta con sé luci e ombre… chi ha detto quella stronzata che comandare è meglio di fottere?"
"Io no di certo. Forse la negatività con cui mi relaziono da sempre alle mie radici influenza la mia fantasia.  Mi porta a romanzare la vita di persone che in fondo non ho mai conosciuto in chiave esclusivamente oscura".
"Sì. Gli elementi che hai a disposizione sono scarsi, che conclusioni potresti trarne? Parlane coi tuoi parenti, fruga tra scartoffie e vecchie fotografie".

"Non mi va".
"Capisco. E' questo il problema. La verità è che te ne vuoi lavare le mani".
"E' proprio a questo che servono le favole, capisci?La narrazione dispone fili disordinati in un'insieme rassicurante, che puoi dominare. Le leggi che imponi a te stesso derivano sempre da una rielaborazione personale del contesto, che ti spinge a individuare necessità che solo tu puoi capire. Stai bene attenta: sto parlando della necessità dell'ordine, non di una sua pre-esistenza. Non ti parlo di motore immobile, ma di dinamismo e adattamento costante. Se immagino la famiglia da cui discendo come un gruppo di gente losca, ammanicata coi padroni, senza spina dorsale, è più facile non pensare alle mie radici. E' più facile porsi in antagonismo, liberarmi dal ricordo, ripulirmi dai legami e dalle implicazioni di un destino che comunque è stato già scritto secoli fa".

"Esagerato".
"No, cazzo, credimi. Non esagero. Nel momento in cui sei definito "figlio", le trame e le macchinazioni della stirpe da cui discendi, come mille altre cose nella vita, lavorano per rinchiuderti in un percorso predefinito.Non importa che tu le conosca, o che tu sia d'accordo o meno. Ci sei dentro. E' a questo che serve la linea di sangue. E' a questo che serve tenere a mente il nome dei tuoi padri".
"C'è una falla in questo tuo ragionamento. Se stai sfuggendo alle macchinazioni dei tuoi padri-macchinazioni che, nota bene, neppure conosci, allora perché ci stai pensando? Anche questo è espressione di un'influsso ancestrale. Soprattutto questo, oserei dire. Inoltre… per quale motivo siamo proprio qui, su questi scogli?".
"Adesso te lo spiego. Avevo una vecchia zia, crudele e antipatica.  Non veniva spesso a trovarci. Diceva che in questi luoghi c'era qualcosa che non le era mai piaciuto. Qualcosa che le avevano insegnato a temere fin dalla più tenera età".
"E cosa temeva, questa tua zia?"
" Lo vedrai tra poco. Ti ho portata qui perchè volevo rivelarti un segreto".
"Quale?"
"Girati".

Dietro i suoi capelli, sorgeva l'Alba. Fili dorati di luce accecarono i pensieri. Una veste di colori arcobaleno venne stesa sul mare. La forma schiumosa di una Venere emerse  allora nel miraggio delle acque salmastre.
Le gocce di schiuma salata arrivarono sulle sue guance, insaporirono le sue labbra, mentre osservava la Venere, senza volto, dai lineamenti eterei e sfuggenti, che danzava nel cielo del mattino.

Una consapevolezza antica come il mondo la colse. Ogni volta che la osservava poteva esercitare un potere su quelle forme incerte. Come con le nuvole. Poteva immaginarsela nelle sembianze che più gradiva.
Forse fu il ricordo della leggenda appena raccontata, ma subito pensò che voleva, soltanto per una volta, contemplare l'immagine della ragazza a cavallo che si era lanciata sugli scogli.
Ma il tocco salato sulle sue labbra assunse un retrogusto amaro. No, lei non poteva, non voleva immaginare una cosa del genere. Si ricordò delle sue credenze sulle anime e sul Paradiso.

"No, è sbagliato. Io non credo ai fantasmi. Non credo che Dio lasci libere le povere anime di vagare sulla Terra, nella forma dolente che ricorda la disperazione patita in vita, in balia della tirannia plasmata dallo sguardo e dalle credenze altrui!
Allora lui le si avvicinò piano, dietro quelle spalle che aveva imparato ad amare. Le sussurrò piano:
"E allora, dunque, a cosa credi?"
Lei si voltò, con lo sguardo di diamante, che rifletteva sfaccettature d'infinito.
Dietro le sue spalle, l'immagine si dissolse in mille bolle, che salirono verso il sole.

Si abbracciarono. Lui la baciò.
Si presero per mano e tornarono insieme verso la città.

Vissero con coraggio e passione, non piansero mai nessuna delle scelte che intrapresero.
Nessuno fu mai padrone del loro destino, né in vita né in morte.

Cose che succedono

(Estratto)

Diana rientrò in casa. Non appena l'odore di chiuso le invase le narici, prese la decisione che avrebbe lasciato quanto prima l'appartamento. Tanto per lei ormai era troppo grande, e poi avrebbe avuto problemi a pagare da sola l'importo dell'affitto, senza il contributo della pensione del defunto genitore. Si stese sul letto, respirò profondamente, poi compose quel numero.

"Ciao".
Le rispose la solita voce da seminarista asmatico. Nel buio della stanza sembrava quasi rassicurante.
"Ehi… cazzo, che sorpresa… è la prima volta che mi chiami tu!".
"Alberto, vado dritta al punto. Vorrei vederti. Domani pomeriggio, alle quattro e mezza,  in stazione".
"Ah. Eh, guarda, cioè…sarebbe carino, voglio dire… mi piacerebbe moltissimo. Domani però ho un esame".
"Sono mesi che mi rompi le scatole per avere un appuntamento".
"Ah ah! Sì, però io devo…"
"Domani. Prendila come un'occasione da cogliere al volo. Non ce ne saranno altre".
"Non so niente per l'esame. Tra l'altro ce l'ho pure questa settimana, tra due giorni. Come faccio?  Mi vengono le… le occhiaie verdi. Le verruche sulla lingua. No, veramente, proprio stavolta non posso. Mi spiace".
"Stamattina sono andata all'obitorio. Mi fa male la testa e vorrei riposare. Richiamami e fammi sapere".

Poi chiuse gli occhi e si mise a dormire. Dopo qualche ora li riaprì,  svegliata da un brusio leggero, e  vide un messaggio sul display del cellulare,  posato sul comodino. Il messaggio confermava ora e luogo dell'appuntamento. Si voltò di nuovo per riprendere sonno. Il comodino alle sue spalle si aprì come un gigantesco sbadiglio e  inghiottì il cellulare, masticandolo lentamente, come le mucche.

Il legno trasudava una bava appiccicosa. Le immagini dei quadretti appesi al muro iniziarono a sciogliersi e a colare sul pavimento. le linee degli oggetti e dei mobili che componevano l'immagine di quella stanza sembravano convergere verso un unico punto di fuga: l'occhio  onniveggente, ma al tempo stesso sbigottito, di un Dio nascosto e impotente contro la totale assurdità di quella scena.
Era come se la colla invisibile che teneva legate insieme le forme del mondo reale fosse evaporata.
Ma Diana dormiva.

Il Calamarano

La madre sciolse la frizzina nella caraffa d'acqua. Nel silenzio effervescente, accese la televisione bofonchiando. Le bollicine che lo guardavano gli appannarono la mente. Si concentrò sulla razione di uova e patate che gli era stata somministrata, e tacque. Più tardi andò nella sua stanza, a piangere sul libro preso in prestito in biblioteca. . L'autore spiegava che in una certa zona di Capo Sounion era possibile pescare con facilità Calamarani giganteschi. Le donne del luogo erano molto compiacenti con chi sapeva prenderli e cucinarli alla perfezione. Il libro illustrava tutta la fauna marina del luogo, con dovizia di illustrazioni, accurate in ogni dettaglio.  Davanti ai suoi occhi scorreva l'avanguardia di un mondo sottomarino affamato.

Quella notte gli venne un rigurgito, dallo stomaco fino al cervello. Si ritrovò a  sognare di stringere il suo stesso cuore tra i denti. Trovò che il gusto di sangue che gli inondava la bocca era quasi rassicurante, mentre camminava in una piazza, nel giorno della festa. Incontrò una vecchia conoscenza, vestita come nelle vecchie foto. Appena lo vide lo salutò tutta allegra, e gli disse: "Mi spiace per tutti gli anni che hai perduto". 

Mentre il sapore di sangue in bocca si affievoliva, raggiunse gli uomini d'affari che lo aspettavano al ristorante. Li scorse al tavolo più lontano, e allungò la mano per farsi vedere, ma scoprì che gli era rimasta in mano una sciarpa colorata, la stessa che indossava quella sua vecchia conoscenza. Tornò sui suoi passi, deciso a riconsegnargliela, ma in piazza non c'era più. Alcuni passanti dissero di conoscerla. Si offrirono di prendere in consegna la sciarpa e riportargliela. Era in ritardo per il pranzo, per cui accettò di buon grado.  Iniziò a correre per le vie della città, nel tentativo di recuperare il ritardo all'appuntamento, ma i passanti in festa da scansare lo rallentavano.

Il sapore di sangue ritornò. Mentre correva, cominciò a ruminare un bolo pastoso composto dai suoi stessi organi interni, un hamburger di viscere attorcigliate che non finivano mai. Masticava un pensiero soltanto: più energia, più energia. Cercava una strada a ritroso nel tempo. Ma fu tutto inutile.

Al mattino la violenza dei raggi del sole lo fece svegliare. Si vestì in fretta, per andare a proporre a un amico di spartire oneri e onori di una spedizione improvvisata a caccia del Calamarano. L'amico reagì borbottando scuse da accidioso cronico. Poteva vedere i pensieri che gli galleggiavano sopra la testa, come pesci colorati. Immaginò che l'aria improvvisamente iniziasse a sobbollire, ammazzando i pesci, lasciandoli a pancia all'aria con gli occhi fuori dalle orbite. Il collo dell'amico iniziò a torcersi. Con una voce stridula, accettò di unirsi alla spedizione, e ripetè tre volte l'ora dell'appuntamento.

La madre intanto stava a casa, serrando le dita sulla cornetta del telefono.

Col favore della notte, i due ragazzi calarono la barca a mare. Spensero i motori, legarono bene l'esca, una zampa mozzata di gallina, che serviva a imitare i movimenti dei granchi, aggiunsero un pezzo di stoffa bianco a un'ulteriore nodo, più piccolo, affinché il Calamarano potesse scorgere la lenza anche da lontano. Immersero il tutto e attesero. L'amico guardava la Luna con un sorriso un po' sciocco, mentre lui, con lo sguardo torvo, stringeva la lenza dando piccoli colpetti. Non ci fu da aspettare tanto, che qualcosa iniziò ad abboccare. Sembrava piuttosto pesante. Ma sicuramente facile da gestire, come diceva il libro. Bastava solo aver cura di ferrare l'esca, tirando piano piano. L'amico però continuava a guardare la Luna.

"Aiutami" mormorò " Tira troppo forte, non ce la faccio!". A Capo Sounion la tradizione prescrive ai ragazzi certe prove. Ma ha sempre cura che siano alla loro portata. Basta avere fiducia. Il Calamarano però si nasconde. La rete di neuroni sparsa sul suo corpo viscido sibila come una silenziosa costellazione. E poi trova sempre qualcosa da mangiare. Da mille anni ormai. E nessuno ha mai detto nulla. Nessuno ha mai cercato nulla. Da mille anni ormai. Basta avere fiducia.  La madre era ancora al telefono. Il suo tono sembrava sollevato. I giovani, si sa, vanno lasciati andare. Certo, a volte sono privi di senso pratico. Gli basta l'eco di una frottola per avventurarsi nel mare incerto. Ma se vuoi vivere di sogni, devi produrre qualcosa. Cosa può produrre un sogno? Silenzio. Pace.

Una musica sciocca, venata di nostalgia, pervadeva adesso il disordine lasciato nella stanza del ragazzo. Magliette sudate stavano a puzzare in un angolo. Uno sguardo invisibile, privo di giudizio, scandagliava le stanze della casa. Guidata dal chiacchericcio telefonico della madre, la trovò. Ai piedi del letto c'era l'enorme Calamarano, con il suo becco corneo, schiumante di bava verde. La cornetta del telefono sgusciava come una saponetta, e le sue bocche non riuscivano a inghiottirla. I tentacoli si sparpagliavano per tutta la stanza. La rete di neuroni luminosi, pulsanti,  gorgogliava messaggi indecifrabili.  Intasavano l'etere. Riempivano il silenzio della città.

La porta si spalancò come di schianto.
Un poliziotto giovane e inesperto  brandì la pistola e la puntò  tremando verso la gigantesca creatura.

Cristina

Demoni sconosciuti avevano decretato che il lampione vicino casa dovesse essere tenuto spento tutta la notte.

Si svegliò verso le tre. A volte capita. Un insetto, un ronzio sconosciuto. Un sobbalzo del cuore.
Aprì gli occhi nel buio totale.

Fece il corridoio a memoria, inzuppato nell'ombra come un biscotto molle. L'oscurità si era mangiata tutti i contorni.
Guardò dalla finestra, cercando un filo di vento.
 Non c'erano nemmeno i soliti cani che correvano nella radura.
 Il silenzio mormorava nell'aria fresca all'odore di mirto.

Cristina era già sotto casa e lo stava aspettando.
Si accorse che era lì solo dopo qualche minuto che ebbe messo a fuoco.
Quasi come se fosse il bagliore di un fiammifero, acceso all'improvviso a rompere la monotonia del paesaggio.

Chiuse la finestra e diede un'occhiata allo specchio. Non si fece la barba. Non si lavò i denti.
Scese giù.
"Facciamo una passeggiata".
In cielo c'era una sola stella.
Provò a coinvolgere Cristina in una discussione sulle antiche mitologie degli astri.
Lei non gli dava retta. Prese una pietra rotonda e cominciò a soppesarla tra le mani.

"Non mi va di passare dal cimitero" le disse.
Cristina rise.
"I cani randagi ormai stanno dappertutto, mica soltanto nei pressi del cimitero".
"Boh, stanotte non si sono visti".
"Forse domani mattina?".

Alzò lo sguardo verso quell'unica stella.
Era conficcata nell'infinità del nero, come una spilla luccicante.

"Domani mattina non esco"
Poi  guardò Cristina. Come se fosse colpa sua.
Lei si strinse le spalle, e continuarono a camminare.

"La vedi quella casa abbandonata in fondo alla strada? Sai che c'è nato mio padre?".
"Tutta la tua famiglia è  cresciuta in questa zona, se non sbaglio".
"Sì… ormai tutti si sono rifatti una vita altrove… ma in passato mio padre, i miei bisnonni… vivevano tutti qui. Mio padre giocava nel terreno che ora appartiene ai nostri vicini".
"Il tuo bisnonno era originario di queste parti?".
"Credo di sì. Di lui mi hanno raccontato sempre e solo due cose: era una persona parecchio stimata. Lavorava al Mulino, a quei tempi era un impiego rispettabile. E poi so come è morto. E' caduto dal precipizio della panoramica, mentre stava cogliendo fichi d'india".

" Che storia scarna… eppure… efficace, non ti pare? La tua famiglia è riuscita a tramandarsi di lui soltanto le uniche informazioni davvero valide: com'è vissuto e com'è morto".

"Sì. E le due idee mi sono sempre sembrate in conflitto, anche se non ne avrei motivo. Voglio dire… era rispettato. E poi è morto da solo. All'improvviso.
Non ha un gusto strano, sulla bocca, mentre lo dici?".

"Forse capisco che intendi..  E' come  se sentissero la necessità di tramandarne una memoria positiva, no? Come se volessero mitizzarlo".

" O scagionarsi. Sai che dicono le donne, di questa storia?"
"Oh, bravo. Bisogna stare sempre attenti a quello che dicono le donne".
"A volte bisbigliano certe cose… come a lasciarmi intendere che l'avevano ammazzato".
"Beh, a volte le donne dicono anche tante stronzate, eh!".
"Proprio per questo motivo possono permettersi di dire tutto".

Si fermarono dopo pochi passi, vicino al balconcino della panoramica, affacciata sulla Piana.
Senza guardare verso il precipizio. Senza guardare i fichi d'india, che continuavano a crescere.
Volsero lo sguardo oltre la Piana, verso le spiagge, incontro al mare che si dipanava come un velo di seta scintillante.
Ripensò a quando andava a leggere sulla spiaggia, con la lampada, accompagnato dalla salata frescura delle onde del mare.
Le carezze dello sciabordio sembravano troppo lontane.
Una volta gli bastavano i suoi pensieri, per camminare fino a lì e rimanerci tutta la notte.
Soffocando ogni pensiero brutto. Asciugando qualsiasi lacrima.
Ma non ci tornava più da tanto tempo.
La zona era stata abbandonata a sé stessa, l'erba vicino la spiaggia cresceva alta e la strada era completamente buia.
Ad andarci da solo, avrebbe avuto paura.

"Mi viene in mente un'altra cosa. Sai che mio nonno si fermava sempre qui, appoggiato alla ringhiera? Mi diceva… come sarebbe bello, prendere una barchetta, e andare verso le Isole…E poi indicava sempre i puntini più lontani. Non riusciva mai a decidersi sul nome delle isole che c'erano sullo sfondo. Si vergognava della sua ignoranza, e ridevamo un sacco insieme".
"Anche lui è nato qui?"
"No…era il mio nonno materno. Era venuto a vivere con noi, ma era di un'altro paese".
"Non gli mancava il suo paese?".
"No… lui era nato in un posto di montagna, ma gli piaceva guardare il mare. Mi parlava di andare a scoprire un'isola. Tutta nuova".

"A tuo nonno piaceva molto sognare".
"A mio nonno piacevano tante cose".
A te invece… cosa piace?".

La guardò per qualche istante.
"Non lo so. E credimi, sto già scontando parecchio questa cosa. Però in compenso so quello che non mi piace".
Abbassò gli occhi, fece finta di guardarsi le scarpe, e poi rialzò lo sguardo, di scatto, con un rigurgito di sfida.
"Non mi piaci tu, Cristina".

Lei rimase con la sua solita faccia, impassibile e incolore.
Senza ombra di sfida o di irritazione nello sguardo.
Pregò che venisse un alito di vento, un insetto, qualcosa, che potesse almeno scompigliarle i capelli.
E invece, niente.

"Allora se non ti spiace continuo a camminare da sola. Vado verso il cimitero, visto che tu non ci vuoi venire".
"Stai attenta ai cani".
"Stacci attento tu".

"Sì, hai ragione. Forse domani mattina esco, dopotutto".

Paul il tricheco

Iniziai a scrivere canzoni per cacciare via la malinconia,  in quelle sere di Giugno in cui tutti sembravano divertirsi un sacco. Tuffavo la testa sotto le coperte, infilavo una mano dentro le mutande e pensavo: ora mi diverto io. Dietro di me c’era un muro bianco, senza crepe. Luminoso. Senza misericordia. Non dormivo molto, perché le parole servono sempre a far sognare gli altri. Li fanno sembrare piccoli e lontani, mentre li guardi,  sospesi tra un pianto e una risata, come marionette. E tu invece diventi la notte. Impossibile abbracciarti. Dentro di te galleggiano tutti, senza farti nemmeno il solletico. Per sentire, immaginavo e creavo. C’è chi scrive per assemblare mondi disarmonici, leggi irregolari, con la minuzia di un ingegnere. C’è chi vuole sfogarsi, dopo aver perso la fidanzata. Io scrivevo quando mi mancava l’aria. Solo dopo aver finito riuscivo a sentirmi respirare normalmente. Per cui vomitavo righe, perfino più in fretta delle note sul pianoforte, ma la musica riusciva sempre ad avere il sopravvento. Mangiava i concetti, li superava. Rimaneva soltanto l’eco di un significato. La sinfonia s’innalzava per i fatti suoi, impalpabile, inperscrutabile. Malgrado le andassi dietro, mi lasciava  sempre a terra.  Il testo si scollava dalla musica, gli arrangiamenti ricopertinavano le parole, tutto diventava schifosamente ballabile, conviviale, fieristico. Per un po’ provai a specificare che ero stato frainteso, ma remixarono anche questa frase, e la resero una hit dance vacanziera. Decisi di cercare il sole anche di notte: andai al supermercato. Le marche di biscotti  proponevano Abbracci, Tenerezze, Momenti. Conoscevo già  gli inganni autocompiaciuti del tempo cristallizzato. Non fai altro che leccare la superficie di uno specchio, e non ti accorgi del riflesso di luce che ti supera, condannandoti a stare fermo a svariate distanze dalla realtà, mentre ti illudi di germinare e rifiorire dalle tue stesse ferite, come se qualcosa potesse davvero nascere dalle cose indimenticabili. Per nascere bisogna dimenticare di essere morti, per rinascere è necessario scordarsi di essere stati vivi. E quindi le Indimenticabili sono robe che, al massimo, puoi usare come compilation di canzoni estive vendute all’autogrill. Comprai quindi l’unica marca di biscotti che facesse al caso mio: le Certezze Mulino Bianco (cacao magro, panna senza latte, zucchero amaro, vaniglia piccante). Provvisto di questo viatico,  tornai indietro in autobus, sgranocchiando. La gente seduta avanti non mi degnava di uno sguardo.
Mi chiusi dentro casa e scrissi, scrissi, scrissi. Tutto quello che  mi mancava.
Nonostante mi chiedessi sempre, a ogni riga,  a chi cazzo serve.
L’indomani arrivai in sala d’incisione in ritardo e tutti pretendevano che fossi lì, come se mi pagassero.
Beh, in realtà era proprio così… ma quanto è difficile spiegare che ti sei sbattuto tanto, e le cose che hai imparato, che hai sognato, quando chiudono le porte delle orecchie, pretendono che ti adegui all’immagine che hanno di te, e puoi suonare e cantare altre parole, tanto non servono a un cazzo.
Lavorai alacremente, come solitamente ci si aspettava dalla macchina del caffé.  Ma quel giorno riuscii a metterla in ombra. Un doppio album e una decina di ghost track. Misero da parte perfino due o tre canzoni per il mercato spagnolo, nel quale era apprezzata la mia pessima pronuncia, tant’è che le canzoni tristi si trasformavano in allegre, e quelle allegre… vabbé, erano comunque molto tristi, nel loro umorismo forzato, per cui tutto si riequilibrava.
Qualche settimana dopo ebbi un incidente e finii in coma.
Mi posero in animazione sospesa, gettarono il frigorifero in una cantina polverosa e presero un mio sosia.
Per decenni una parte del pubblico mise insieme i vari indizi e si avvicinò  alla verità. Confrontarono le foto e trovarono sbavature di luce, sospiri di benzina, immaginazione che si frappone e consuma l’immagine. Più aumentavano le indiscrezioni, più gli artefici del complotto spingevano il sosia a fare operazioni chirurgiche sempre più drastiche, nel tentativo di ottenere la sovrapposizione perfetta della sua immagine alla mia.
Il chitarrista della mia band  iniziò a sussurrare nei ritornelli e nelle tracce nascoste: “Avevano ragione a dire che eri morto!”, giusto per divertirsi sadicamente e confonderlo. Cominciò ad avere delle crisi nervose, doveva stare troppo attento a troppe cose,  mentre i ricordi della sua vita vera pungevano e si sovrapponevano, facendolo sbagliare nelle interviste.
La tensione lo fece impazzire
Alla fine decisero di asportargli direttamente il cervello, e di collocargli dentro il mio. Come se nulla fosse successo.
I seguaci delle teorie sulla mia morte si divisero in scismi, eresie, correnti diverse, e finirono per uccidersi l’un l’altro in una guerra segreta, alimentata dalla paranoia. Il corpo in cui risiedevo non era il mio, ma era stato modificato, ricostruito, per aiutarmi facilmente a credere il contrario.
“Preoccupati delle parole” diceva il nostro manager “e il senso di tutta questa storia si sistemerà da solo”.
Ed era così infatti. La mia coscienza iniziava a calzare quel corpo, come un vestito che si allarga e diventa più comodo man mano che ci sguazzi dentro.
Dovevo soltanto crederci io stesso, e in un colpo solo il passato sarebbe scomparso.
Vietato guardarsi indietro.
Arrivai quasi a riuscirci…tranne di notte, nei sogni.
L’inconscio conservava ancora il sapore gelido dei postumi dell’ibernazione.
Sognavo di essere immerso ancora in una fredda e placida notte, che non era né adesso, né ieri, ne mai.

Sasso

Gli venne in mente quel sogno, che fece da bambino.
C’era la luce che si accendeva e si spegneva, in una casa vuota.
E lui doveva scendere in strada, a chiedere in giro dove fossero gli altri.
Ma riceveva solo risate di scherno dai passanti, conosciuti o sconosciuti.

Più avanti, ormai adulto, sognò una casa, immersa nel sonno pomeridiano.
Urla di dolore laceravano la quiete.
C’erano letti insanguinati, lenzuola che si avvolgevano per nascondere i corpi.
I lineamenti erano celati, ma spasmi rossastri di sangue impregnavano la stoffa.
I corpi avvolti si contorcevano verso la luce, come se li bruciasse.

Voci familiari lo chiamavano, ma non capiva cosa dicessero.
Era disorientato, arrivavano da ogni parte.
Si aggirava per la casa senza poter far nulla.
Le voci, le immagini entravano dentro di lui, fino a trasfigurarlo.
Le lasciava scorrere, si lasciava trasformare, conosciuto e sconosciuto allo stesso tempo.
Ma non provava vera paura.
Era più il timore di aver dimenticato qualcosa di importante da dire o fare.

Aprì dunque gli occhi, e scostò le coperte con un calcio, rimettendosi in piedi di scatto.
Scivolò via dalla stanza, ancora immersa nel buio.
E poi andò a dare un bacio leggero a chi dormiva nell’altra camera.

Andò a bere un bicchiere d’acqua.
La luce filtrata dalla finestra scintillava dolcemente, riflessa in un bicchiere vanitoso.

Il suo sguardo fece una carrellata, poi si fermò a inquadrare la linea di luce sul pavimento.
Percepì il chiarore degli estremi, che univano
il dentro della stanza al cielo chiuso fuori.
E lui era in equilibrio, su quella linea luminosa.

Sì vestì e fece una passeggiata.
Incontrò al crocevia un vecchio che giocava coi sassolini.
Sarebbe potuto essere suo padre.
Voleva abbracciarlo, ma non glielo disse.
"Hai solo sognato l’inferno" farfugliò il vecchio, leggendo la domanda sul suo viso.
Poi gli regalò delle pietruzze, da conservare in caso di pericolo.
"Stai attento ai cani randagi, ogni tanto vengono a rimestare affamati tra la spazzatura".

A volte la mattina lo irritava, nel suo eterno ritorno.
L’aria fresca portava con sé un flusso inarrestabile di sogni, speranze e progetti.
La maggior parte di essi non superava indenne il pomeriggio.

Quel giorno invece non potè fare a meno di sorridere.
Se riusciva a sognare l’inferno, niente in quel mondo poteva fargli  paura.

Tranne una cosa.
Su quella, non trovava niente da dire.

E questo potrebbe essere inteso come una specie di lieto fine.

Ci vorrebbe un titolo (per questo racconto)

La madre viveva all’inizio del bosco, in una baracca sospesa tra i ritagli del tempo.
Così come era sospeso, tra le maglie del tempo altrui, il suo mestiere di puttana.
Passava le sue giornate aspettando i clienti.
Oppure la morte, indifferente.

Quando suo figlio fu abbastanza grande per muovere i primi passi nel bosco, ci fu subito la paura.
Tornava sempre da lei in lacrime, graffiato e sporco.
E poi raccontava storie di lupi, demoni, fantasmi e altre stronzate.
Nessuno è mai riuscito a stabilire che tipo di poteri avessero queste creature, nei secoli passati.
In compenso, tutti conoscono le cose che fanno paura oggi.
Ma nessuna di esse, che Dio ci perdoni, può essere nominata.

Stanca di incubi, piagnistei e folletti, la madre decise di affidare il ragazzo  alle cure di una megera.
Una lontana nostra parente, gli spiegò.
Ma in realtà la vecchia era soltanto uno dei tanti creditori che la assillavano durante il giorno.
Aveva così tanti debiti che spesso era costretta a concedersi gratis.

La megera, poco interessata alle grazie femminili, aveva scelto un’altro tipo di pagamento.
Non c’è molto da stupirsi, se  pensate al silenzio divorante della natura, che alcuni chiamano pace.

Il ragazzo fu portato lì al mattino.
La vecchia aprì la porta maledicendo la serratura arruginita.
Non guardò nemmeno il ragazzo, gli intimò soltanto di rimanere zitto, in un angolo.
La madre andò via senza voltarsi.

La vecchia ricevette per tutta la mattina signori ben vestiti.
Teneva gli occhi aguzzi, e una smorfia colma di ironico disprezzo.
Tirava fuori pile di carte, e mucchi di fotografie.
I signori strabuzzavano gli occhi come bestie in trappola.
La fronte iniziava a luccicare di sudore.
La vecchia rimaneva in silenzio, tutta nera e brutta, non le si vedevano nemmeno gli occhi.
E alla fine gli uomini eleganti si decidevano a pagarlo, quel silenzio.
E lo pagavano salato.

Quando rimasero soli, il bambino era ormai convinto che la vecchia l’avrebbe cucinato per pranzo.
Aveva biascicato le poche preghierine che conosceva ed era rimasto a tremare, sperando che tutto potesse finire presto, e che non facesse troppo male.

Invece gli venne dato un piatto di minestra fumante. Aveva un colore orrendo, ma un ottimo sapore.

La megera divenne "La nonna".
La madre tornò a essere "La troia".
Il figlio venne chiamato Klaus, e da allora in poi non gli mancò un piatto di minestra, a pranzo e cena.

Però doveva guadagnarseli.
Ad esempio di notte, quando la gente dorme, o sospira.
Klaus stava zitto, si nascondeva.
Poi aggrediva quelli che si avventuravano nella nebbia, invece di stare al calduccio dei loro letti.
A volte prendeva la borsa, altre volte la vita, o entrambe.

A questo mondo si è costretti a guadagnare il pane facendo spesso cose strane.
Divenne così bravo che a un certo punto la nonna lo presentò ad alcuni amici.
Pian piano divenne esperto  nel fare cose che gli altri non volevano fare.

Era veloce, ma pietoso. E soprattutto pulito.
Quelli che fanno certe cose solitamente indugiano troppo in pratiche macabre.
Quando si tratta di cose noiose, tristi e sporche come ammazzare la gente, divertirsi un po’ è considerato da certi depravati un bonus aggiuntivo.
Klaus  non era sadico, ma piuttosto metodico e ordinato.
Voleva sbrigarsi in fretta e tornare a casa, per godersi un buon libro e una cenetta tranquilla.

A volte c’erano piaceri imprevisti.
Qualche donna, illudendosi di essere risparmiata, gli si concedeva.
Era tutto inutile, ma Klaus le lasciava fare.
Anche in quel caso si sbrigava in fretta.
Tanto poi andava sempre a finire allo stesso modo, per tutte.

Klaus voleva bene alla vecchia.
Sapeva tutti i segreti della gente di città, ma per fortuna di quelli non parlava mai.
Adorava invece insegnargli i trucchi della cucina contadina, le migliori erbe commestibili e i posti dove andare a cercarle.

Si sentì triste quando morì.
Venne trovata morta in un burrone.
Si disse che era andata a raccogliere certe erbe, e che sporgendosi troppo, era caduta nel vuoto.

Klaus non ne fu sorpreso. Sapeva che prima o poi avrebbe fatto la stessa fine. E sapeva anche che la vecchia non usciva mai di casa.
Però gli piaceva pensare, quand’era triste, che non era stata ammazzata.
Che in realtà era soltanto uscita a cercare erbe saporite, per lo spezzatino di carne che gli piaceva tanto.

Klaus ereditò la casa della megera, ma continuò a fare il suo lavoro.
Gli uomini eleganti venivano sempre, ma ormai avevano un sorriso chiaro e amichevole.
Sapevano che era troppo stupido per custodire segreti.
Ma era comunque il miglior assassino sulla piazza, e continuarono a richiedere i suoi servigi.
Era sempre ligio al dovere. Non faceva commenti.
Anche quando gli venne detto che la donna all’inizio del bosco, tra i ritagli del tempo, era diventata un problema.
Anche quando gli venne spiegato che quella donna, quella lurida troia, voleva ricattare uno dei suoi migliori clienti, un facoltoso imprenditore che stava per lanciarsi in politica.

Si fece dare soltanto le indicazioni per raggiungere la baracca.
Anche se le conosceva benissimo.
Anche se lì era nato.

Quando tutto fu finito, dopo aver appiccato il fuoco alla baracca, si incamminò nel bosco e si sentì felice.
Era come ripercorrere le piccole paure dell’infanzia.
Ormai erano così ridimensionate da lasciare soltanto un brivido piacevole e nostalgico.
Era contento di aver avuto la possibilità di pensare lui stesso a sua madre.
Un altro, chissà cosa avrebbe combinato.
Era entrato facilmente, e poi l’aveva addormentata.
Grazie al fuoco, nessun’altro l’avrebbe più toccata.

In fondo  voleva bene alla sua mamma.


Klaus era mite,  adorava ascoltare, amava la cucina tradizionale, e aveva un lavoro sicuro.

Gli piaceva vivere nel bosco, nella sua casetta.
Quando la notte non riusciva a dormire, seguiva il sentiero illuminato dalla luce argentea della Luna, e si immergeva nel silenzio delle betulle.
Senza domande, senza pensieri.

Ogni tanto si voltava, cercando con lo sguardo la città.
Quel mondo di luci artificiali che conosceva soltanto attraverso gli abiti di marca dei suoi committenti, o quelli macchiati delle sue vittime.
Quel dedalo di indirizzi che conducevano ad appartamenti squallidi, o vicoli poco frequentati.


L’immagine della città era un miraggio mangiato dall’orizzonte.
Sembrava una struttura solida.
Ma ogni tanto era  tradita da rumori assordanti.
Sembrava che l’acciaio volesse gridare, per svelarne la natura instabile e traballante.

Poi tornava a  contemplare le ombre del bosco che si sovrapponevano in modi bizzarri.
Sembrava che ci fosse sempre qualcosa, in attesa, nascosto nel silenzio assassino.
Questa percezione avrebbe dovuto spaventarlo.
Invece lo rassicurava.

Quando l’esito ti appare scontato, non devi preoccuparti di ricamare per bene i frammenti della tua storia.
Ti sistemi nel tuo mucchietto di terra, ci caghi sopra per marcare il territorio.
Poi torni a cagarci dentro, una o due volte al giorno, se ti va bene.
Non hai bisogno di affaticarti, di cercare domande, di indagare dietro il senso delle cose.

Semplicemente, rimani lì.
Come gli alberi.
In attesa della pisciata di qualche viandante.
O del colpo d’ascia capace di abbatterti una volta per tutte.

Il miraggio della città tremava come la luce di una candela.
Bastava un soffio per spegnerlo e rimanere prigionieri nel buio.

Lui lo sapeva bene.
Sapeva quanto fosse illusorio il potere degli uomini eleganti.
Aveva cambiato tanti padroni.
I metodi erano sempre gli stessi, e poi toccava a lui pulire.
Nel frattempo però troppe mani mungevano dalla stessa mucca.
E presto si sarebbero resi conto che non c’era più un cazzo da spremere.

Ma per allora, sperava, sarebbero stati troppo occupati ad ammazzarsi, farsi a pezzi, e  mangiarsi a vicenda, per chiamare lui.
E a quel punto sarebbe finalmente andato in pensione.

Tutto prima o poi sarebbe stato divorato dalle ombre.
Ma Klaus cosa poteva farci?
Lui faceva soltanto il suo lavoro.

Si guardò le unghie incrostate di sangue.
A casa lo aspettava un piatto di minestra calda.

Occhi

L’uomo guardava attraverso lo squarcio della porta.

O forse non era l’uomo. Erano soltanto i suoi occhi.

La spaccatura nel legno sembrava una piccola bocca malformata, coi denti storti, spalancata in un dolore vegetale, contrito e silenzioso.

I materiali organici assorbono le emozioni secrete, dal cuore alla pelle.

Soprattutto nei momenti in cui lo sguardo non presta la dovuta attenzione, il corpo si protende a tradire la mente, cercando l’abbraccio della materia.

Forse proprio per questo l’uomo, o i suoi occhi,  si estendevano  febbricitanti, attraverso quella feritoia.
Sbirciavano nella porzione di stanza visibile, alla ricerca di chissà quali segreti.

Poté vedere soltanto, a sbarrargli l’orizzonte, una finestra opaca.

E poi, un piccolo letto singolo, appoggiato alla parete, sulla destra.
Un armadio, e una scrivania, entrambi sulla sinistra.
Sopra la scrivania c’era un libro, aperto in un ottuso stupore.

Una domanda tardiva giunse a rompere il silenzio: chi aveva praticato quel foro sulla porta?

All’interno della stanza  c’erano solo oggetti inanimati.
Il libro non era abbastanza robusto e pesante per provocare scalfiture, anche scagliandolo con tutta la rabbia possibile.
Il tappeto peloso, brutto e antipatico, era troppo floscio per essere incluso tra i sospetti.

Forse però qualcuno era stato nella stanza, come poteva testimoniare il libro aperto.
Forse… era ancora lì.

E se si fosse nascosto dentro l’armadio, impalpabile e silenzioso, aspettando di irrompere fuori nel momento peggiore?
Magari si trattava di un essere mostruoso,  dotato della stessa furia cieca sufficiente a squarciare una porta con un pugno.

Ecco dunque un primo ipotetico colpevole in grado di risolvere il caso: si trattava di un classico mostro nell’armadio, troppo spaventoso per lasciare che fosse liberato.

Sarebbe quindi stato sufficiente tenerlo chiuso nell’armadio, dimenticarsi del buco sulla porta, e continuare la propria vita.

Sì, ma quale vita?

Un lavoro, una storia d’amore?

Una ricetta di cucina da eseguire alla perfezione?

Che ne dici di provare questa?
Briciole di biscotti condite con salsa Vinavil, e una spruzzata di segatura e scaglie di sapone.
Gli ingredienti mancanti non sono un limite all’intelligenza e alla voglia di fare, o così dicono.

Comunque sia, il vero problema di base era che l’uomo, o il suo sguardo, non aveva alcun ricordo di sé e del suo passato fino al momento che stiamo descrivendo.

E quindi non sapeva nemmeno se, girandosi, avrebbe trovato davanti a sé l’immagine rassicurante della sua casa, o piuttosto un luogo estraneo,  corridoio buio, pieno di oggetti sconosciuti, significati perduti, custoditi gelosamente da qualcun’altro.

Se davvero non si trovava in casa propria, avrebbe prima di tutto dovuto giustificare la propria presenza.

Il ritorno dei veri inquilini sarebbe stato solo questione di tempo.
Un tempo dilatato e angoscioso, come la tortura.

Come poteva ingannarlo?
Magari vagando per la casa, esaminando gli oggetti, cercando di farsi un’idea sulle fattezze dei proprietari in base agli indizi raccolti.

Mettendo insieme gli indizi, avrebbe potuto scoprire di essere finito nella casa di uno di quegli squilibrati, quei tizi che sembrano tranquilli fuori, e che poi, una volta al sicuro tra le mura dimestiche, sfogano la propria pazzia prendendo a calci e pugni le porte.

Cosa sarebbe successo, se una persona simile, traboccante di rabbia repressa, avesse trovato rientrando a casa un estraneo, incapace perfino di indicare le proprie generalità, candidato a una prigionia perfetta e senza tracce?

Cosa sarebbe successo se, per vendicarsi dell’intrusione, avesse voluto  spaccargli la testa, per provare le sue nocche,  indurite dal contatto col duro legno, su una testa fragile e ripiena di sangue?

No.
Non se la sentiva di voltarsi.
Troppe possibilità, troppa paura.

 Meglio vivere nella tranquillità dell’incertezza.

In questa tormentata indecisione l’unica cosa capace di avvolgerlo al sicuro,  in quel preciso momento, era proprio quella fase di stallo:  gli occhi affacciati sullo squarcio, e la visione della stanza che il suddetto poteva offrire, a suo modo tranquillizzante, poiché non offriva sorprese.

Un pensiero ovvio si fece avanti, reclamando l’attenzione negata fin dall’inizio.
E se fosse stato proprio lui a prendere a pugni la porta?
Del resto, non ricordava nulla.

Ma… perché avrebbe dovuto farlo?

Forse proprio per il motivo ipotizzato qualche riga addietro.
Protetto dietro quella barriera di legno, riusciva a vedere soltanto gli elementi essenziali della stanza, quelli che potevano aiutarlo a  ricostruirsi una sua idea di realtà, senza dover fare i conti con un vero ambiente da esplorare e con cui interagire.

C’era infatti il tutto il necessario per una vita tranquilla. Una scrivania sopra la quale lavorare, un armadio con vestiti da riempire. Un letto in cui dormire, sognare, abbastanza piccolo per sentirsi solo, o per condividere momenti caldi e stretti, desiderandone uno più grande.

C’era però un altro pericolo: prima o poi, vivendo lì, si sarebbe ritrovato costretto a ripensare alle sue pretese, progettare ambienti più grandi da vivere e condividere.
E poi c’era quel dannato libro da leggere, un altro mondo in cui entrare, un viaggio da intraprendere sul veicolo della propria immaginazione.

Troppi pericoli. Troppi cambiamenti.
Troppe sensazioni dolorose da catalogare e analizzare, preludio a scelte e passaggi inevitabili.

Mentre così pensava…

La  porta si aprì.

Aveva premuto troppo il corpo contro di essa per sbirciare.
Siccome  la serratura era chiusa male, non aveva retto al suo peso.
Il suo volto si allungò verso la stanza, e i piedi lo seguirono.
Iniziò a camminare.
Non era più soltanto uno sguardo.
Andò per prima cosa a dare un’occhiata al libro.

La pagina era aperta su quella frase…

"Vai via".

—–

La chiave girò dentro la toppa tre volte, e poi finalmente la signorina R. rientrò in casa.
Sbuffò di fatica, posando le borse della spesa in un angolo. Poi rivide, in fondo al corridoio, quella porta squarciata.

Il resto della casa, come al solito, era pulito e ordinato.

Ma quel Buco Nero in fondo al corridoio aveva la capacità di divorare la luce.
Cos’era successo alla porta? Chi l’aveva sfregiata?

Una lite furibonda? Un tentativo di rapina finito male? Una prigionia forzata? O forse era davvero il frutto di uno sfogo di rabbia?

Ripercorrendo con le dita quelle fratture, le tracce emotive inflitte al legno risalivano attraverso la pelle, componendo immagini confuse.

Urla.
Dolore.
Calci rabbiosi.
E quello squarcio, nel cuore di legno.

L’unica cosa certa, a giudicare dall’espressione sul viso della signora R., era la volontà di ricacciare dentro lo stomaco quel ricordo.

Chiunque venisse a trovarla, non riceveva alcuna spiegazione.

Qualunque sensitivo, o artista, che avesse voluto scandagliare la sua testa, alla ricerca di una spiegazione, avrebbe trovato soltanto una profonda tristezza nel suo sguardo.

La signora R.  aveva ricacciato certi ricordi così in profondità, che provare a rinvenirli significava scivolare in fondo a un pozzo nero, verso morte certa, senza possibilità di recupero.

I racconti e le leggende nascono per  colmare i buchi dell’esperienza.

Perfino i racconti dell’orrore, nella descrizione del male, dal più fetido tagliagole psicopatico, al mostro extradimensionale, collage di fobie assortite, ci forniscono una mappa sulla quale muoverci, un insieme di simboli e segnali che ci prepara al trauma di qualsiasi possibile scoperta negativa.

Ma quando il significato è sepolto, perduto,  tra le spire del passato?

Esistono migliaia di enigmi sparsi per il mondo.

Monumenti giganteschi di antiche civiltà.
Statue dall’espressione indecifrabile.
Disegni senza logica, eredità di lingue ormai dimenticate.

Non esiste una chiave per decodificarli.
Ci illudiamo di superare la distanza del tempo tramite la ragione, ma nessun indizio davvero utile è sopravvissuto.

Non esiste nessun legame tra i nostri pensieri e quelle antiche coscienze, decomposte e assimilate dalla terra.

Le antiche memorie sono divenute i mattoni di cui è composto il nostro corpo.

Ma un frammento di casa non ricorderà mai il luogo da cui provengono i sassolini impiegati per la sua costruzione.

Anche la Signorina R. era cambiata.

Anni e anni di psicoterapia le avevano offerto un’unica strada: seppellire la sua vecchia coscienza e diventare una persona nuova.

La vecchia personalità forse conosceva la verità, ma era stata sepolta troppo in fondo ormai.

E il buco nella porta era diventato un altro simbolo.

Un altro catalizzatore di attenzione,  senza  altro scopo.

La convivenza tra queste due realtà, la rottura negli schemi conosciuti,   evocava sentimenti indefinibili, inquieti,  per chiunque si trovasse a passare da lì.

Come un monumento ancestrale, ingombrante e senza senso.

Possiamo decidere di girare le spalle e ignorarlo, per poter tornare a costruire i mattoni del presente.

Oppure possiamo rimanere lì a fissarlo, come idioti, col  cervello arrotolato su sé stesso, in ipotesi senza costrutto, e la paura che attende spiegazioni, rosicchiando il cuore.

Impegnati a fissare quell’unico punto, rimaniamo col fianco scoperto, vulnerabili a qualsiasi attacco esterno.

A volte la Signorina R. guardava i suoi ospiti, imbambolati di fronte a quel buco.

Sarebbe stato facile accoltellarli, in quei momenti.

Erano come sospesi tra due diversi mondi, come lo spettatore sollevato a mezz’aria da un’abile prestigiatore.

E’ per questo motivo che riceveva sempre meno visite. Chiunque provava quella strana sensazione non aveva più voglia di sentirsi di nuovo così.

E’ meglio ignorare le tracce dell’assurdo, per poter continuare a vivere, costruendo i propri significati, le strutture nelle quali rinchiudersi, al sicuro?

Oppure è doveroso, per amore della ricerca, perdersi nelle spire di un passato che nel mondo di oggi, qualora fosse davvero rinvenuto, non potrebbe comunque trovare collocazione?

Il simbolo decifrato, la statua riportata alla luce, restano lì, come prima.

Senza che nessuno riesca a trovare un ruolo, un contesto in cui rigenerarle.

Quando pensi a questa eventualità, sei  di nuovo sulla mano del Buddha, anche se ti sembra di aver corso per milioni di chilometri.

Il serpente si morde la coda e svanisce, come il tempo.

Non puoi vederlo, ma si ripete uguale.

Se invece riesci a percepire lo schema, gli ingranaggi, allora sei tu quello fuori posto.

Sei tu il fantasma, incapace di toccare il mondo che si muove.

Rimane tra le tue mani soltanto un mucchietto di sabbia.

O forse sei tu quello che si sta disgregando.

Apri il palmo, lasci scivolare via i granelli, ed ecco il tuo finale.

Chissà, magari un giorno la signorina R. avrebbe potuto decidersi a far riparare quel buco.

E poi magari avrebbe potuto invitare qualcuno a cena, ricominciare a vivere.

O perlomeno provarci.

Ma nella realtà dei fatti non ci provava mai.

A volte si sviluppano rapporti strani e morbosi con le proprie ferite.

Forse sperava che attraverso lo squarcio il ricordo residuo e doloroso rimasto nella stanza avrebbe avuto il tempo di filtrare, evaporare via.

Quando era costretta ad assentarsi lo immaginava prendere forma, come una sorta di fantasma indeciso.

Un ometto trasparente, con le gambe sottili e un po’ tremolanti, abbastanza solide da condurlo lontano da quella casa, eppure al tempo stesso timoroso di andarsene.

Ma prima o poi  sarebbe cresciuto.

Avrebbe trovato il coraggio di andarsene e lasciarla in pace, ne era certa.

E intanto, aspettava.

L’aveva anche scritto sul suo diario. E poi lasciava sempre aperto su quella pagina, su quell’unica frase, quasi come a sperare che venisse letta davvero da qualcuno.

"Vai via".