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Heroes

Se mi guardano dico non è niente! Non è niente!

E poi rimetto dentro le budella, in tutta fretta.
Lo sguardo di terrore di chi mi osserva mi fa più paura di qualsiasi condizione di pericolo.

A un certo punto mi ero ritrovato a inseguire il mio stesso fiato.
Se avessi potuto, mi sarei ordinato di non fare lo stupido.

E poi avrei fatto come quel bambino dal cipiglio risoluto, tenuto per mano dalla mamma.
In una mattina immersa nel sole buono, fingeva di non aver paura per la vaccinazione.

Fu un grande momento.
Era entrato passando da un corridoio pieno di amici in lacrime.
Sembravano maschere di fontane rosse.
Stese il braccio come a dire facciamo finta in fretta.
Il dottore iniziò a complimentarsi ma il bambino si afffrettò a interromperlo, con voce pedante.

"Dottore, guardi che io ho paura come gli altri.
Ho solo sei anni, ma so che nonostante le sue rassicurazioni la puntura mi farà un male cane.
 Pero non posso lasciare che il mondo crolli.
Mi capisce?  Io sono un soldato, e i soldati sono scemi.
I miei commilitoni sono già caduti, non  rimane  nessuno a difendere la realtà.
Stanno piangendo e poi riceveranno una caramella come premio.
La reazione più logica che ci possa essere: il dolore fa piangere, il coraggio è follia per ritardati.
E io cosa ci guadagnerò? Da questa giornata avrò imparato soltanto a mentire, costruendo barriere.
Niente caramelle, solo i suoi affrettati complimenti, una pacca sulla spalla dei miei genitori.
Poi tutti dimenticheranno.
A me resterà soltanto un ricordo in cui sembrava così facile essere eroi.
Un frammento ingiallito di cui essere orgogliosi  solamente nella solitudine.
Perché imbarazzerebbe troppo ritrovarsi costretti a tirarlo fuori per gli ospiti.

Per cui, faccia questa fottuta iniezione e non mi dia discorso, devo stringere i denti senza morsicarmi la lingua.
Non è stato lei a parlare? Allora con chi sto discutendo?
Niente, è solo la mania di sentire le voci, che certuni chiamano esperienza.

L'altro giorno ero sotto la pioggia, col cappuccio abbassato.
Mi ritrovai davanti a una vecchia conoscenza.
Per salutarla, mi venne automatico un gesto stupido.
Abbassai il cappuccio che grondava pioggia in segno di rispetto, come se fosse un cappello.

Ero stato goffo e ridicolo come al solito.
Ma, a sorpresa, la mia vecchia conoscenza si bloccò e mi guardò, senza ridere.
I suoi occhi sembrarono sprofondare nei ricordi.

"Ti ha davvero insegnato a essere educato".

Mi ha insegnato a essere scemo.
Questo però non significa che non mi manchi.
E che mi faccia piacere, anche nella situazione più improbabile, essere associato a lui.
Non è odio, si tratta solo del mio personale modo di intendere l'equilibrio.
Ma basta un niente a ricordarti che porti le tracce del tempo, in modi che non avresti neppure immaginato.
Cadi nei ricordi, quando dovresti marciare, quando nessuno è disposto ad aspettarti.

Non mi piace stare solo, ma posso resistere alla solitudine fino a quando ce ne sarà bisogno, costruendo una casa calda e accogliente anche con gusci di noccioline, se necessario. 
Parlando coi quadri, con i ricordi, con Dio e la Madonna o Mithra e Krishna,  col serpente cosmico che mi sale dallo stomaco e pompa chissà cosa dentro al cuore, dopo averlo morsicato.

Mentre visualizzo nella testa una ruota della fortuna, inciampo in un fosso.
Mi rialzo perché fa male, non perché sono forte. 
Sorrido con lo sguardo sporco di fango. 
Chi mi ha ridotto così?
Rido e ti dico: è colpa mia. 

Tu mi rispondi che il ricco presidente ha reso precario il futuro spendendolo per comprare prostitute e champagne.
Che sono figlio del mio contesto, delle carenze educative del sistema. 

Io ti rivelo che quel giorno, quando c'era da sgobbare e farsi valere, ero confuso e camminavo nell'aria fredda, dopo aver detto una piramide di bugie. Se ci ripenso, non posso dirti altro che doveva andare così.

E poi mi tengo stretto quel ricordo ingiallito di venticinque anni fa, in quella mattina in cui ero l'unico baluardo del mondo contro la punta di una siringa da vaccinazione, e sembrava tanto facile essere eroi.

Odio quelli che tornano più di una volta a parlare dello stesso errore.
Identificato il problema, mi assumo le responsabilità e pago quello che ho da pagare.
Se non possiedi la macchina del tempo,  nel frattempo farai meglio a tacere.

Oltretutto il cinema insegna che riparare gli errori con le macchine del tempo crea vite parallele.
Io possiedo solo questa,  che è già una rottura di coglioni di suo.

Sopra la scrivania del mio ufficio c'è un cartello d'avviso con un gigantesco errore di grammatica.
L'ha scritto il mio superiore.
Guadagna più di me e non sa nemmeno scrivere in italiano.

Ma io sorrido, e penso: è colpa mia.

Dream commander

E' sempre stata una persona buona, onesta e leale.
Non ho mai nutrito il minimo dubbio nei suoi confronti.
E non ne ho neanche adesso.

Una notte sognai che stavamo entrambi in una stanza.
Io giocavo ai videogames.
La mia conoscenza  era in disparte, in un angolo, e mi voltava le spalle come nel finale di Blair Witch Project.

A un certo punto si spalancò la porta.
Entrarono degli energumeni dallo sguardo cattivo.
Mi girai verso la persona amica, e la vidi sorridere in modo sinistro.

Con un tono da cattivo di serie z, fece un lungo spiegone, nel quale mi confessò di aver pianificato per mesi, nel tentativo di mettermi in trappola, proprio in quel preciso modo, in quel posto, a quell'ora.

Gli energumeni erano al suo servizio, e mi avrebbero ucciso subito, tra atroci sofferenze.

La fiducia che ho per quella persona è talmente forte che quasi subito, sentendo quelle parole, capii di essere in un sogno.

Piuttosto che provare paura per il pericolo in cui versavo, scrutai con attenzione tutta la stanza, per scovare indizi o stimoli sensoriali in grado di rivelare la natura illusoria di ciò che stavo vivendo.

Gli energumeni però si avvicinavano sempre di più, tendendo le braccia nodose verso il mio collo.

Infastidito dalla loro opprimente presenza, che mi impediva di ragionare sul sogno, decisi di giocare secondo le regole del palcoscenico onirico in cui ero capitato.

Con abili mosse da eroe di film d'azione, sgusciai come un gatto fuori dalla presa dei miei persecutori, recuperai un tagliacarte e piombai dietro le spalle della mia conoscenza, puntandoglielo verso il collo.

Urlai verso gli energumeni di lasciarmi andare via, altrimenti l'avrei ucciso, per cui furono costretti a farmi passare.

Io e la persona amica corremmo via, per le strade illuminate di un Sabato sera in città. Tenevo il mio prigioniero per le maniche, puntandogli il tagliacarte alla schiena, e procedevamo incollati l'un l'altro.

Lo feci fermare nei pressi di un ponte, sullo sfondo di una città in festa, con tanto di fuochi d'artificio che esplodevano nel cielo.

Con la voce coperta dai botti e gli occhi pieni di sconcerto gridai ripetutamente, ansimando:

"Perché l'hai fatto? Eravamo amici!"

La persona amica rimase in silenzio qualche minuto. Poi mi guardò, cominciando a sorridere.

Le labbra si distesero lente,  come la scena di un film al rallentatore.

" Perché no? Nulla di personale, mi stavo solo annoiando. Tutto qui".

Aveva lo sguardo di un bambino crudele.

Il mio cuore fu assalito da una sensazione ambigua, tra il disgusto e l'orgoglio, per aver immaginato un essere simile.

Alzai la mano per colpire e vendicarmi.
Ma poi mi fermai, pensando che in quel modo gli avrei fatto solo un favore.
Nei suoi occhi mi sembrava di vedere addirittura la gioia e l'impazienza di essere giustiziato.

Ritenni molto più crudele abbandonarlo lì.

I fuochi d'artificio cessarono, e la città tornò lentamente al silenzio.
Vagai fino al mattino, confuso e inquieto.

Continuavo a darmi pizzicotti, schiaffi.
Ero sicuro che si trattasse di un sogno, ma non riuscivo a svegliarmi.
Alle prime luci del giorno, mi sedetti sulla scalinata di un edificio storico.
Ogni cosa, nel panorama attorno a me, mi comunicava sensazioni vivide, reali.

Era questa la cosa che mi turbava di più.
Essere in balia del sogno, non riuscire a trovare una via per il risveglio.

Riaprii gli occhi solo per caso, mentre stavo rimuginando, riprendendo il contatto col mondo reale a poco a poco.

La sensazione di malessere e impotenza si prolungò per tutto il mattino seguente.

Un topolino morto, davanti al cortile d’ingresso del castello, lungo la via d’andata delle mie passeggiate, era già tanto.

Un altro topolino morto, trovato poco più tardi, sulla via del ritorno, era una cosa insostenibile.

Non sto parlando di pietà.
Il problema era l’odore.

Il  pensiero di ritrovarsi il fetore di decomposizione sotto al naso, ogni giorno, lungo il  perfetto percorso delle mie lunghe camminate.

Ogni volta che passavo, provavo a ricoprire il topolino vicino al castello con grossi sassi.
E poi aggiunsi ai sassi alcune erbacce che qualche giardiniere aveva buttato vicino al cassonetto.

Ma quel corpicino riaffiorava sempre. I sassi si scostavano, le erbacce si disperdevano al vento.

La carne del topino era quasi andata via.
Imparai controvoglia la forma feroce e offensiva del cranio di un roditore.
Quel sorriso scheletrico, serrato in un elmo fatto col morso di lunghe zanne.
Il nudo più ostile che mi fosse mai capitato di vedere.

L’altro topolino poi, non riuscivo a toccarlo o a guardarlo.
Sapevo però che c’era. Il suo orrore era nell’eccesso ingombrante, ma funzionale, che rappresentava.
Andata per nausearsi, ritorno per rammentare.

Così  una notte sognai che finalmente trovavo il tempo di seppellirli entrambi.

Li raccoglievo con la pala, poi iniziavo a scavare una buca.
Avevo l’atteggiamento del lavoratore che sbriga in fretta le ultime incombenze, prima del riposo settimanale.

Però ero costretto a smettere,  ogni volta, per via di alcuni gruppetti di persone che passavano lungo la via, alla spicciolata.

Trovavo imbarazzante spiegare quel che stavo facendo, preferivo seppellire in solitudine.

A un certo punto mi  stufai di interrompere ogni volta e mi avvicinai per chiedere dove stessero andando tutti.

Mi risposero che erano giunti lì per seguire un comizio di Bersani.
Si teneva proprio al Castello, nei pressi del luogo dove avevo trovato morto il primo topo.

Decisi di andare a sentirlo anch’io.

Bersani stava arringando la folla con uno dei suoi consueti proverbi emiliani, quando improvvisamente iniziò a tossire.

Gli venne una raucedine così forte che non riuscì più a parlare. Farfugliava come un disco rotto.

Si sforzò tantissimo, ma alla fine riuscì a recuperare la voce, appena in tempo per la fine del comizio, che si concluse con queste parole:

"Eh,  ragassi, una volta sì che l’Emilia era una terra accogliente! Ma adesso non più!"

NasodiLegno

Fra il marionettista e il burattinaio, c'è dunque una sostanziale differenza (…)
Il marionettista ha creduto l'uomo perfetto e ne ha fatto un artista a sua somiglianza.
Il burattinaio ha avuto la persuasione dell'imperfezione umana, ed eccoti venir fuori il burattino: informe, grottesco e senza gambe: forse per dargli
così, possibilmente, più testa.

(Italo Ferrari, burattinaio)

‎"Ed è così, miei piccoli lettori, che io scelsi d'esser chiamato "burattino", pur essendo, nella realtà dei fatti, una marionetta. Speravo che l'attenzione di voi tutti si concentrasse sul mio viso, scolpito fuori dal solido e bruno ciliegio. Nel cerchio sfumato di quegli occhi, dipinti con tempera scadente, concentravo tutta l'umanità di cui ero capace. Pregavo dentro il mio cuore di vero mogano che nessuno di voi si facesse distrarre dalla comicità meccanica del mio andamento dinoccolato. E voi invece ridevate, sì, come pugnali. Quei denti perlacei si conficcavano ben oltre le vostre gengive. Erano già sguainati, a serrarsi intorno alla mia anima.

Solo allora riuscivate a mostrarmi quant'era acuta la vostra sensibilità. Solo allora vi abbassavate a parlare la  mia lingua, per insultarmi nei modi che avrei potuto capire. Vi ammiravo. Così come s'ammira l'ingranaggio di un mondo perfetto, che nasce dall'alba e si richiude dentro l'ombroso scrigno della sera.  Perché esistono le fiabe degli uomini, e le fiabe degli oggetti. Quelle degli oggetti riguardano la vita. Siete voi, creature di carne, animate da un fuoco invisibile che va oltre il degradabile, a costituire l'ispirazione dei sogni che facciamo, indisturbati, quando ci riponete o dimenticate in un angolo.

Che poi… perfetto? Non significa giusto. Non c'è legittimità maggiore nel fare soltanto quel che preferisci, trovando poi qualche tana della morale in cui nascondere il piacere. Non c'è maggiore giustizia a pretendere di essere vivi. Per quel che mi riguarda, negli occhi di chi mi voleva bene c'erano le risposte in merito alla strada che dovevo seguire. Per sfuggire a quelle risposte inventavo bugie distruttive. Ma l'amore mi ha salvato sempre. Ho attraversato così i limiti della mia realtà inanimata, e sono diventato il sogno di me stesso. Ho rivoltato la realtà, cominciando a sognare la materia, divenendo vita.

Adesso, nella notte, mi par di vedere l'ombra del mio vecchio corpo, abbandonato su una sedia, e quell'esistenza scricchiolante, che sembra uscita da un libro per l'infanzia, si confonde dentro la testa, in mezzo agli altri fantasmi e alle altre bugie. Menzogne che pulsano, cercando vita propria, come dal pezzo di legno salta via il simulacro, per entrare nel mito. Ma non è così anche per voi? Cancellate continuamente il passato per vivere nel presente. Quando non riuscite a lavare via le tracce, le trasformate in un racconto, riuscendo a imprigionarle nella magia della parola. E quando le parole non vi bastano più, create gli Dei".

 

Dream of the nursery: Train Tour

Devo andare a trovare un amico, ma quando arrivo in stazione mi accorgo che il treno sta per partire e io non ho né soldi né biglietto.  Dietro di me, in un angolo, c'è un bambino che piange. Lo prendo in braccio e lo porto con me sul treno. In carrozza c'è sua madre, che mi corre incontro, mi ringrazia commossa, e si fa ridare il pargolo.

Arriva il bigliettaio a chiedermi di obliterare il biglietto, ma mi do un colpetto sulla fronte e faccio finta di essermelo scordato. Visto il gesto generoso compiuto nei confronti della madre del bambino, il bigliettaio decide di chiudere un occhio e di farmi rimanere sul treno.  Mi siedo, e ad aspettarmi c'è un conoscente, pronto a farmi compagnia durante il viaggio.  Mentre chiaccheriamo passa una vecchia megera, borbottando come una pazza. Senza curarsi del fatto che il posto è già occupato dal mio amico, si siede sopra di lui. Per fortuna sopraggiunge il bigliettaio e la trascina via, anche se lei protesta, perché è convinta che quel posto è suo.

Quando finalmente scendiamo dal treno, la stazione è immersa nelle luci della sera. Camminiamo fino alla piazzetta e ci sono dei bimbi che giocano a calcio. Tra di essi c'è un altro mio conoscente, trasformato anch'egli in un bambino. Mi invita a giocare per divertirci tutti insieme  ma io rispondo di no. Il mio amico però rimane a guardare la partita, oppure a parteciparvi, non lo so. Io giro le spalle e mi apparto nei vicoli, senza farmi vedere, per controllare quanti soldi ho nel portafoglio. Ci trovo un biglietto da dieci, e un'altro di colore azzurrino che mi sembra da cinque… ma poi guardandolo meglio noto che è da venti. La cosa mi rasserena: ho abbastanza soldi per passare la serata. Un altro matto mi arriva alle spalle e cerca di sbirciarmi nel portafoglio, ma io lo schivo. A quel punto il mio amico rimasto indietro mi richiama, e suona l'allarme del cellulare, svegliandomi.

Dream of the nursery: the girl in the land of the oppressed

Mi ritrovo a combattere in un paese dominato da un regime oppressivo. Decido di nascondermi dentro  un autobus. Ci rimango per tutta la durata del suo tragitto prestabilito. A notte fonda, arriviamo al deposito.
Sbuco fuori e trovo che pullula di soldati, armati fino ai denti. Rimango nell'ombra, ma poi trovo in un angolo un letto a castello abbandonato da chissà chi. Vado ad appollaiarmi sul letto più alto ed esamino la situazione: è la posizione perfetta per il cecchino, peccato non abbia portato il fucile. Alla fine decido di scendere e provare comunque a strisciare via, verso l'uscita, tentando di evitare la sorveglianza avvantaggiandomi della scarsa illuminazione del luogo.

Mentre cammino rasente al muro, faccio un rumore per sbaglio, attirando l'attenzione di uno dei soldati. Per fortuna, proprio davanti alla porta dell'uscita, c'è uno stanzino illuminato, per cui corro a rifugiarmi lì.  E' la stanza di una ragazza,  arredata in stile romantico, con tanto di bamboline e oggetti carini sugli scaffali. Ci abita una tipa che assomiglia ad Aung San Suu Kyi. Le chiedo se per favore può nascondermi fino al mattino, dandomi la possibilità di scappare quando i soldati andranno a fare colazione. All'inizio è spaventata, ma poi accetta. Parliamo sottovoce tutta la notte, di diritti civili e libertà. Infatti lei è una grandissima fan dei paesi liberi, e colleziona oggetti provenienti dalle grandi democrazie occidentali. Giunto il mattino, dopo averla salutata e ringraziata, riesco ad andare via e il sogno finisce. Non so se avrò mai sue notizie, ma spero che si sia salvata pure lei, perché è stata davvero molto gentile.

Ti ricordi quando ti dicevo…

… che per scrivere bisogna sentire. Che le preoccupazioni economiche e materiali non vanno d'accordo con il bisogno di mettere una parola dietro l'altra in fila. Ma mettere una parola dietro l'altra  in fila, estirpandola come chiodi arruginiti su una parete mezza scrostata, non va d'accordo con la vita.
Le preoccupazioni sono una cosa meravigliosa, a confronto di questo limaccioso senso d'impotenza.
Sono salito sul terrazzo e pioveva. Ho alzato la faccia verso il cielo, implorando Dio.  E io odio fare ciò. Mi è capitato solo una volta, quando una persona cara stava morendo.
E non ho ottenuto nulla.

Non ha forma, ma sai che c'è. E' insopportabile da percepire.
Preferiresti una raffica di schiaffi solidi, avvolti in guanti di metallo tagliente,  piuttosto che il pungolo di questo fantasma.
Quando scrivi e piangi e ti tremano le mani, e sai che non ci sarà altra cosa. Che nessuno verrà a rassicurarti in merito all'esistenza della magia.
Puoi solo credere nel buio. Ti senti in colpa perché hai sonno, sei stanco e mentre le cose ti sfuggono di mano ti rimproveri e ti torturi di non riuscire a crederci abbastanza, di non aver pregato nel modo giusto.
Le preghiere a volte sembrano come incantesimi.

La cosa peggiore è questa.
Pratico spesso incantesimi. Come succede da secoli, lo faccio perché mi sento impotente e perché vorrei che i miei amici non soffrissero.  E allora cerco di imporre l'ordine della parola al caos degli eventi e dei mutamenti del cuore, del corpo, dell'ambiente. Perché ho bisogno di ognuna di queste cose, anche se non sono mai riuscito a dirti  quanto la vostra esistenza abbia contribuito a rendermi quello che sono.
E quanto amo ciò che sono, proprio grazie al fatto che conservo le tracce di chi ho incontrato.
Quando le persone che contano ti vengono sottratte, come un rapido spostamento delle palline sul pallottoliere,
non riesci a far nulla finché non è troppo tardi. Non è il dolore a chiedere al tuo corpo di sentirsi vivo. E' l'assenza. Il vuoto. Non so se te l'ho mai detto, ma ogni tanto anch'io guardo gli oroscopi. Quello che preferisco, invece di dirti come andranno le cose, prova a farti delle domande. Mi ha chiesto se c'è mai stato, nella mia vita, un talento che mi porto appresso fin da bambino e che ha complicato le cose, invece di migliorarle.

Certo che c'è. Ma a cosa servirebbe scriverlo? E' mai servito a qualcosa dire che esprimere le mie fantasie in pubblico mi imbarazzava terribilmente? E' mai servito a qualcosa scoprire che, nonostante ciò, la gente  sentiva la propria vita sminuita da ciò che scrivevo? E' mai servito a qualcosa scrivere a chiare lettere che non era colpa mia, ma soltanto la mia natura, che non avrei saputo fare nient'altro? Da piccolo, quando i compagni di classe, nei temi dedicati al futuro, mi immaginavano, con la chiaroveggenza tipica delle menti semplici e sincere, nello stesso posto in cui sono ora, rifiutavo anche soltanto il pensiero. Non era il destino che volevano per me le persone che amavo. E io non volevo deludere nessuno. Ci ho provato. Ma tornavo sempre lì.  Ho dovuto arrendermi a questo incantesimo, che mi trascinava costantemente dove non avrei voluto, lontano da certe  cose, verso le quali  però tentavo costantemente di nuotare, contro ogni avversa corrente, annaspando.  Perché io lo sapevo, l'ho sempre saputo, ma dovevo ignorarlo. E' mai servito a qualcosa dire che mi dispiace, che non volevo, che non intendevo dire le cose che hai capito, o che non ho capito di dire le cose che hai inteso?

E' mai servita a qualcosa, la magia?
Sì.
E' servita a farti sognare, un giorno dopo l'altro.
Adesso non te lo ricordi, ma io so che c'eravamo.
Queste lacrime non possono lavarla via.
Io vorrei che tu tornassi.
E' che sei importante, e non ho nient'altro a parte questo schermo per confessarlo.
E' il mio talento, la mia maledizione.
Che dici, facciamo un'altro incantesimo?
Ma sì.
Meglio un sogno.

Leggendo leggende

Ricordo ancora, o forse non è stato mai, gli zoccoli dei cavalli che vincevano l'asperità del terreno, avidi di umida vegetazione e chiacchere leggere. Dopo la galoppata,  ci si poteva sedere e chiaccherare. Si poteva stendere una tovaglia e mangiare vicino al mare. I cavalli erano consacrati a Poseidone. Dal salso abisso sorgevano, messaggeri delle onde salmastre presso i grandi uomini. Quando terminava un regno, o si estingueva un prospero casato, tornavano nel mare. 

A quei tempi  però erano ancora con noi. Li imbrigliavamo, mentre il loro sguardo lucido e inquieto sembrava aspettare la marea. Quando giungeva, era tanto affamata da mangiarsi tutto quello che lasciavamo durante i nostri improvvisati pranzi tra gli scogli. piatti d'argento, i bicchieri di cristallo. La candela accesa, lasciata a brillare come una stella guida, per tutta la notte, in balia dei capricci del vento.  I marinai più furbi, approfittando delle tenebre, venivano a ripescare quel che il mare custodiva, incapace di trattenerlo per sé. C'era un'altro mondo sommerso, severo e avaro, oppure generoso, a seconda dei casi. Non avrebbe mai mangiato nessuno, ma l'uomo era facile a perdersì da sé, senza bisogno di alcuna sirena. Di pomeriggio tornavamo in quei posti.  Il calore dell'erba umida  accarezzava attraverso i piedi, e le gambe, saliva verso il fondoschiena.

Sono seduto sulla roccia viva, impigliato nella barba di un organismo immerso in un sonno profondo. Lo sento respirare. E io cosa sono, adesso? Guardo i paguri che tornano ai gusci, i riflessi di una goccia d'acqua sulla pelle. Sono troppo stupido e felice, la mia mente ha abbastanza spazio per le cose piccole. C'è tanta gente,  Ognuno però ricava il suo spazio, equidistante dal mio punto di vista. Stavo al centro esatto della solitudine, mentre tutto intorno c'era chi giaceva presso le cavità rocciose in cui si raccoglieva l'acqua calda, oppure altri, che sedevano all'ombra di enormi pietre cotte dal sole. Troppo lontano da me, e dal mio punto di vista che sdegna il mare, a cui mi aggrappo per non affondare.

" Si chiamava Foti".
"Allora doveva essere un omino basso e tozzo, come voialtri".
" E chi lo sa che aspetto avesse. Chi lo sa se era mai esistito. Magari era pure bello, alto, come quei principi della Disney. Tuttavia, questo ci porta a formulare due ipotesi.
 Nel caso in cui la storia  che ho appreso sia vera, allora l'origine della fortuna della mia famiglia e il successivo insediamento in queste zone avrebbe un'origine abbastanza verosimile e suggestiva.
 Nel caso in cui invece volessimo ipotizzare che sia falsa, il fatto stesso che sia usato il nostro cognome, dato che da queste parti i miei avi ci hanno vissuto davvero, testimonia una parziale veridicità".
"Chi era questo Foti?"
"Il figlio del campiere".

"E lei, la figlia del barone, lo amava?"
"Andavano spesso a galoppare da queste parti, con i cavalli più robusti della scuderia. Incuranti del terreno roccioso e delle onde del mare. Lui e lei".
"Ma lo amava?"
"Ti sto solo dicendo quello che so. Il resto puoi ricostruirtelo a tuo piacere. Tanto sono tutti morti".
"Eppure, tra coloro che vivevano in quel periodo, se ne dicevano di cotte e di crude a proposito di quei due ragazzi, lo sai?"
"Lo so. E quelle voci ebbero l'effetto che si auspicavano".

"Che significa?"
"La rottura dell'ordine, dell'equilibrio. Sai cosa intendo, no? La plebe sopporta la schiavitù e il lavoro misero. Si accontenta del cibo scarso, e in cambio guadagna qualcosa a cui tiene maggiormente: la tranquillità di vivere esistenze regolari, imperniate sulla non-scelta. La plebe detesta scegliere, detesta doversi barcamenare nelle vesti di padrona del proprio destino. Molto meglio servire, che vivere liberi ed essere unici colpevoli  e artefici dei propri sbagli e delle proprie sofferenze. E' per questo che ogni dominatore, nelle nostre terre, è sempre benvenuto e sempre lo sarà. Ma ci sono degli equilibri. La  rottura delle regole imposte a tutti è insopportabile. La figlia del contadino, in questo, deve mantenersi uguale a quella del gran signore. Se esce troppo di casa, diventa una puttana. E le puttane hanno troppo potere sulla realtà".
"E quindi era inaccettabile che quella ragazza e questo Foti passassero tutto quel tempo da soli, vero?".
"Sì. Le voci cominciarono a crescere, a gorgogliare. Come la bassa marea".

"Cosa successe a Foti?"
"Venne allontanato, assieme alla sua famiglia. Li licenziarono, ma non gli andò male: ebbero una buonuscita sostanziosa".
"E lei?"
"Corse per l'ultima volta sugli scogli, lanciandosi da un'altura col suo cavallo più bello. La marea era cresciuta abbastanza, e se la mangiò via. Allora, le voci cessarono, e fecero spazio ai pianti dei bigotti".

"Bella storia. Ma adesso veniamo a noi. Perché mi hai portato qui?"
"E' da ieri che ci penso. Quanto ti ho raccontato è una specie di sintesi di tutto quello che non mi è mai piaciuto della mia famiglia, a prescindere dal fatto che quei nomi c'entrassero davvero con noi oppure no. Il mio bisnonno, ad esempio, era campiere. Era l'uomo di fiducia dei padroni. Il tutore dell'ordine costituito. Decideva quelli che dovevano morire di fame oppure no".
"Il potere porta con sé luci e ombre… chi ha detto quella stronzata che comandare è meglio di fottere?"
"Io no di certo. Forse la negatività con cui mi relaziono da sempre alle mie radici influenza la mia fantasia.  Mi porta a romanzare la vita di persone che in fondo non ho mai conosciuto in chiave esclusivamente oscura".
"Sì. Gli elementi che hai a disposizione sono scarsi, che conclusioni potresti trarne? Parlane coi tuoi parenti, fruga tra scartoffie e vecchie fotografie".

"Non mi va".
"Capisco. E' questo il problema. La verità è che te ne vuoi lavare le mani".
"E' proprio a questo che servono le favole, capisci?La narrazione dispone fili disordinati in un'insieme rassicurante, che puoi dominare. Le leggi che imponi a te stesso derivano sempre da una rielaborazione personale del contesto, che ti spinge a individuare necessità che solo tu puoi capire. Stai bene attenta: sto parlando della necessità dell'ordine, non di una sua pre-esistenza. Non ti parlo di motore immobile, ma di dinamismo e adattamento costante. Se immagino la famiglia da cui discendo come un gruppo di gente losca, ammanicata coi padroni, senza spina dorsale, è più facile non pensare alle mie radici. E' più facile porsi in antagonismo, liberarmi dal ricordo, ripulirmi dai legami e dalle implicazioni di un destino che comunque è stato già scritto secoli fa".

"Esagerato".
"No, cazzo, credimi. Non esagero. Nel momento in cui sei definito "figlio", le trame e le macchinazioni della stirpe da cui discendi, come mille altre cose nella vita, lavorano per rinchiuderti in un percorso predefinito.Non importa che tu le conosca, o che tu sia d'accordo o meno. Ci sei dentro. E' a questo che serve la linea di sangue. E' a questo che serve tenere a mente il nome dei tuoi padri".
"C'è una falla in questo tuo ragionamento. Se stai sfuggendo alle macchinazioni dei tuoi padri-macchinazioni che, nota bene, neppure conosci, allora perché ci stai pensando? Anche questo è espressione di un'influsso ancestrale. Soprattutto questo, oserei dire. Inoltre… per quale motivo siamo proprio qui, su questi scogli?".
"Adesso te lo spiego. Avevo una vecchia zia, crudele e antipatica.  Non veniva spesso a trovarci. Diceva che in questi luoghi c'era qualcosa che non le era mai piaciuto. Qualcosa che le avevano insegnato a temere fin dalla più tenera età".
"E cosa temeva, questa tua zia?"
" Lo vedrai tra poco. Ti ho portata qui perchè volevo rivelarti un segreto".
"Quale?"
"Girati".

Dietro i suoi capelli, sorgeva l'Alba. Fili dorati di luce accecarono i pensieri. Una veste di colori arcobaleno venne stesa sul mare. La forma schiumosa di una Venere emerse  allora nel miraggio delle acque salmastre.
Le gocce di schiuma salata arrivarono sulle sue guance, insaporirono le sue labbra, mentre osservava la Venere, senza volto, dai lineamenti eterei e sfuggenti, che danzava nel cielo del mattino.

Una consapevolezza antica come il mondo la colse. Ogni volta che la osservava poteva esercitare un potere su quelle forme incerte. Come con le nuvole. Poteva immaginarsela nelle sembianze che più gradiva.
Forse fu il ricordo della leggenda appena raccontata, ma subito pensò che voleva, soltanto per una volta, contemplare l'immagine della ragazza a cavallo che si era lanciata sugli scogli.
Ma il tocco salato sulle sue labbra assunse un retrogusto amaro. No, lei non poteva, non voleva immaginare una cosa del genere. Si ricordò delle sue credenze sulle anime e sul Paradiso.

"No, è sbagliato. Io non credo ai fantasmi. Non credo che Dio lasci libere le povere anime di vagare sulla Terra, nella forma dolente che ricorda la disperazione patita in vita, in balia della tirannia plasmata dallo sguardo e dalle credenze altrui!
Allora lui le si avvicinò piano, dietro quelle spalle che aveva imparato ad amare. Le sussurrò piano:
"E allora, dunque, a cosa credi?"
Lei si voltò, con lo sguardo di diamante, che rifletteva sfaccettature d'infinito.
Dietro le sue spalle, l'immagine si dissolse in mille bolle, che salirono verso il sole.

Si abbracciarono. Lui la baciò.
Si presero per mano e tornarono insieme verso la città.

Vissero con coraggio e passione, non piansero mai nessuna delle scelte che intrapresero.
Nessuno fu mai padrone del loro destino, né in vita né in morte.

La tranquillità è solo quando sei qui

Dopo aver camminato dall'erba verso il fango ed aver sporcato gli stivali. Li avevi comprati per durare in eterno, quando ancora pensavi che l'eterno fosse una definizione, una linea di demarcazione. E invece era solo un punto di vista. I punti che pungono la vista.

Dopo aver guardato nel riflesso di uno specchio e aver scoperto cose che non ti piacevano nelle cose che ti dicevano. Non era come avevi sognato. Non eri quello che sognavano. Non c'era altro da poter sognare. Dopo aver scoperto il pianto. Dopo aver divorato la luce. Non c'era spazio nei sogni degli altri. E se non puoi essere un'eroe, mi dicevano i pupazzi a fumetti dell'infanzia, almeno cerca di essere una persona che si possa vergognare il meno possibile di sé stessa. Ma ci sono cose che separano da tutti quelli a cui vorresti chiedere scusa. Per cui rimane solo da chiedere scusa alla notte.

Quei giorni che diventavi un eroe romantico. Quegli altri giorni che tornavi ad essere un mostro. Tutta questa storia, tutta questa strada, tutte queste cose imparate e rinnegate. Tutti questi sbagli a cui rimanere legato, odori stantii e rassicuranti, perché per vivere bisogna innamorarsi della verità, e tradirla di nascosto con l'errore. E io sapevo, pensavo di sapere, e quindi non sapevo più nulla. Rubavo protetto da uno schermo il sorriso delle ragazze. E poi di nascosto le osservavo mentre si toglievano la maschera, tornando ad essere bambine. Lasciavo crollare tutto, nell'amarezza già annunciata di cui mi nutrivo. Ero l'uomo  che aveva capito tutto, non è vero? E allora lasciamolo a capire. 

Volevo dirti, lo sai. E' per questo che ho iniziato a sfilacciare questo discorso, e poi i pensieri si diramano. Ma se vuoi essere sincero, devi prima spogliarti di tutte quelle necessità che piangono sotto la pelle, non è vero?  Devi essere nudo. Perché nude sono le cose sincere. L'amore. L'abbraccio. L'intreccio. La condivisione. Volevo dirti che ti ho vista correre, attraverso il paese, bruciando le distanze tra il passato e il presente. Il cuore scappava via, voleva raggiungerti. Perché non c'ero, quando crescevi? Perché non esiste un mezzo che mi consenta di osservare la lenta maturazione della luce nei tuoi occhi? Chi mi darà quelle cose che ho perso? E' per questo che oggi, non voglio perderne nemmeno una. Starò attento.  Eri tu che correvi. Lo so che eri tu. 

Ti guardavo correre, non per venire da me, in un altro tempo, un'altro luogo. Non potevo smettere di pensare che eri bella. Ti guardavo, ed era ieri. Eppure ci penso, ed è adesso. Non mi vedi? Il tempo è un abbraccio di cristallo. Mi sono appassionato alla tua vita. Non c'è altro da aggiungere: io sono qui. La tua vita timida e fragile e forte e luminosa.  La luce rigogliosa che emerge all'improvviso, senza neppure aspettare di schiudersi, quando regali un sorriso, e poi lo ritrai, indecisa. La tua vita-cintura che si ricongiunge nei miei gesti,  il pensiero e l'azione. Nel bruciante sospiro dei sogni che ti cercano.

E' questo che so: la necessità di sperare nella sorpresa, nella deliziosa incertezza di non sapere tutto che mi provocano i tuoi occhi.  Dove sarai, all'ombra di un mattino? Dove sarai, nel domani che arriverà, annunciato dalle campane della messa? Dove sarai, mentre mi siedo accanto a te? Io voglio esserci, lo sai. Non spiegarmi niente. Rimango in silenzio e imparo. Mentre ti guardo. Fatti solo guardare.