Dreams of the nursery found a baby, suddenly a knock.

Due sogni a breve distanza, non so se collegati o meno. Sono in giro in macchina nel mio luogo natìo, è una buona giornata. Ci fermiamo in un negozio, ma all’uscita troviamo un neonato abbandonato. In attesa del da farsi, lo teniamo noi, ma abbiamo un po’ di ansia per quando verranno a reclamarlo, perché ci piace molto.

Nel secondo sogno sono sempre da quelle parti, ma in casa coi parenti. Bussano alla porta  e mia madre va a vedere,  ma appena apre si spaventa, chiude tutto a chiave e corre a dirci che c’è un nemico, una minaccia. Siamo tutti spaventati, io prendo un bastone e cerchiamo di usare gli smartphone per chiedere aiuto. Ma non funzionano bene, non si riesce a scrivere niente, non c’è campo né connessione. Tento e ritento con dita tremolanti, mentre si sente bussare di continuo. Il senso di incertezza mista a immobilità tronca di netto il sogno e mi rigetta nel risveglio.

Dream commander

E' sempre stata una persona buona, onesta e leale.
Non ho mai nutrito il minimo dubbio nei suoi confronti.
E non ne ho neanche adesso.

Una notte sognai che stavamo entrambi in una stanza.
Io giocavo ai videogames.
La mia conoscenza  era in disparte, in un angolo, e mi voltava le spalle come nel finale di Blair Witch Project.

A un certo punto si spalancò la porta.
Entrarono degli energumeni dallo sguardo cattivo.
Mi girai verso la persona amica, e la vidi sorridere in modo sinistro.

Con un tono da cattivo di serie z, fece un lungo spiegone, nel quale mi confessò di aver pianificato per mesi, nel tentativo di mettermi in trappola, proprio in quel preciso modo, in quel posto, a quell'ora.

Gli energumeni erano al suo servizio, e mi avrebbero ucciso subito, tra atroci sofferenze.

La fiducia che ho per quella persona è talmente forte che quasi subito, sentendo quelle parole, capii di essere in un sogno.

Piuttosto che provare paura per il pericolo in cui versavo, scrutai con attenzione tutta la stanza, per scovare indizi o stimoli sensoriali in grado di rivelare la natura illusoria di ciò che stavo vivendo.

Gli energumeni però si avvicinavano sempre di più, tendendo le braccia nodose verso il mio collo.

Infastidito dalla loro opprimente presenza, che mi impediva di ragionare sul sogno, decisi di giocare secondo le regole del palcoscenico onirico in cui ero capitato.

Con abili mosse da eroe di film d'azione, sgusciai come un gatto fuori dalla presa dei miei persecutori, recuperai un tagliacarte e piombai dietro le spalle della mia conoscenza, puntandoglielo verso il collo.

Urlai verso gli energumeni di lasciarmi andare via, altrimenti l'avrei ucciso, per cui furono costretti a farmi passare.

Io e la persona amica corremmo via, per le strade illuminate di un Sabato sera in città. Tenevo il mio prigioniero per le maniche, puntandogli il tagliacarte alla schiena, e procedevamo incollati l'un l'altro.

Lo feci fermare nei pressi di un ponte, sullo sfondo di una città in festa, con tanto di fuochi d'artificio che esplodevano nel cielo.

Con la voce coperta dai botti e gli occhi pieni di sconcerto gridai ripetutamente, ansimando:

"Perché l'hai fatto? Eravamo amici!"

La persona amica rimase in silenzio qualche minuto. Poi mi guardò, cominciando a sorridere.

Le labbra si distesero lente,  come la scena di un film al rallentatore.

" Perché no? Nulla di personale, mi stavo solo annoiando. Tutto qui".

Aveva lo sguardo di un bambino crudele.

Il mio cuore fu assalito da una sensazione ambigua, tra il disgusto e l'orgoglio, per aver immaginato un essere simile.

Alzai la mano per colpire e vendicarmi.
Ma poi mi fermai, pensando che in quel modo gli avrei fatto solo un favore.
Nei suoi occhi mi sembrava di vedere addirittura la gioia e l'impazienza di essere giustiziato.

Ritenni molto più crudele abbandonarlo lì.

I fuochi d'artificio cessarono, e la città tornò lentamente al silenzio.
Vagai fino al mattino, confuso e inquieto.

Continuavo a darmi pizzicotti, schiaffi.
Ero sicuro che si trattasse di un sogno, ma non riuscivo a svegliarmi.
Alle prime luci del giorno, mi sedetti sulla scalinata di un edificio storico.
Ogni cosa, nel panorama attorno a me, mi comunicava sensazioni vivide, reali.

Era questa la cosa che mi turbava di più.
Essere in balia del sogno, non riuscire a trovare una via per il risveglio.

Riaprii gli occhi solo per caso, mentre stavo rimuginando, riprendendo il contatto col mondo reale a poco a poco.

La sensazione di malessere e impotenza si prolungò per tutto il mattino seguente.

Un topolino morto, davanti al cortile d’ingresso del castello, lungo la via d’andata delle mie passeggiate, era già tanto.

Un altro topolino morto, trovato poco più tardi, sulla via del ritorno, era una cosa insostenibile.

Non sto parlando di pietà.
Il problema era l’odore.

Il  pensiero di ritrovarsi il fetore di decomposizione sotto al naso, ogni giorno, lungo il  perfetto percorso delle mie lunghe camminate.

Ogni volta che passavo, provavo a ricoprire il topolino vicino al castello con grossi sassi.
E poi aggiunsi ai sassi alcune erbacce che qualche giardiniere aveva buttato vicino al cassonetto.

Ma quel corpicino riaffiorava sempre. I sassi si scostavano, le erbacce si disperdevano al vento.

La carne del topino era quasi andata via.
Imparai controvoglia la forma feroce e offensiva del cranio di un roditore.
Quel sorriso scheletrico, serrato in un elmo fatto col morso di lunghe zanne.
Il nudo più ostile che mi fosse mai capitato di vedere.

L’altro topolino poi, non riuscivo a toccarlo o a guardarlo.
Sapevo però che c’era. Il suo orrore era nell’eccesso ingombrante, ma funzionale, che rappresentava.
Andata per nausearsi, ritorno per rammentare.

Così  una notte sognai che finalmente trovavo il tempo di seppellirli entrambi.

Li raccoglievo con la pala, poi iniziavo a scavare una buca.
Avevo l’atteggiamento del lavoratore che sbriga in fretta le ultime incombenze, prima del riposo settimanale.

Però ero costretto a smettere,  ogni volta, per via di alcuni gruppetti di persone che passavano lungo la via, alla spicciolata.

Trovavo imbarazzante spiegare quel che stavo facendo, preferivo seppellire in solitudine.

A un certo punto mi  stufai di interrompere ogni volta e mi avvicinai per chiedere dove stessero andando tutti.

Mi risposero che erano giunti lì per seguire un comizio di Bersani.
Si teneva proprio al Castello, nei pressi del luogo dove avevo trovato morto il primo topo.

Decisi di andare a sentirlo anch’io.

Bersani stava arringando la folla con uno dei suoi consueti proverbi emiliani, quando improvvisamente iniziò a tossire.

Gli venne una raucedine così forte che non riuscì più a parlare. Farfugliava come un disco rotto.

Si sforzò tantissimo, ma alla fine riuscì a recuperare la voce, appena in tempo per la fine del comizio, che si concluse con queste parole:

"Eh,  ragassi, una volta sì che l’Emilia era una terra accogliente! Ma adesso non più!"

Dream of the nursery: Train Tour

Devo andare a trovare un amico, ma quando arrivo in stazione mi accorgo che il treno sta per partire e io non ho né soldi né biglietto.  Dietro di me, in un angolo, c'è un bambino che piange. Lo prendo in braccio e lo porto con me sul treno. In carrozza c'è sua madre, che mi corre incontro, mi ringrazia commossa, e si fa ridare il pargolo.

Arriva il bigliettaio a chiedermi di obliterare il biglietto, ma mi do un colpetto sulla fronte e faccio finta di essermelo scordato. Visto il gesto generoso compiuto nei confronti della madre del bambino, il bigliettaio decide di chiudere un occhio e di farmi rimanere sul treno.  Mi siedo, e ad aspettarmi c'è un conoscente, pronto a farmi compagnia durante il viaggio.  Mentre chiaccheriamo passa una vecchia megera, borbottando come una pazza. Senza curarsi del fatto che il posto è già occupato dal mio amico, si siede sopra di lui. Per fortuna sopraggiunge il bigliettaio e la trascina via, anche se lei protesta, perché è convinta che quel posto è suo.

Quando finalmente scendiamo dal treno, la stazione è immersa nelle luci della sera. Camminiamo fino alla piazzetta e ci sono dei bimbi che giocano a calcio. Tra di essi c'è un altro mio conoscente, trasformato anch'egli in un bambino. Mi invita a giocare per divertirci tutti insieme  ma io rispondo di no. Il mio amico però rimane a guardare la partita, oppure a parteciparvi, non lo so. Io giro le spalle e mi apparto nei vicoli, senza farmi vedere, per controllare quanti soldi ho nel portafoglio. Ci trovo un biglietto da dieci, e un'altro di colore azzurrino che mi sembra da cinque… ma poi guardandolo meglio noto che è da venti. La cosa mi rasserena: ho abbastanza soldi per passare la serata. Un altro matto mi arriva alle spalle e cerca di sbirciarmi nel portafoglio, ma io lo schivo. A quel punto il mio amico rimasto indietro mi richiama, e suona l'allarme del cellulare, svegliandomi.

Dream of the nursery: the girl in the land of the oppressed

Mi ritrovo a combattere in un paese dominato da un regime oppressivo. Decido di nascondermi dentro  un autobus. Ci rimango per tutta la durata del suo tragitto prestabilito. A notte fonda, arriviamo al deposito.
Sbuco fuori e trovo che pullula di soldati, armati fino ai denti. Rimango nell'ombra, ma poi trovo in un angolo un letto a castello abbandonato da chissà chi. Vado ad appollaiarmi sul letto più alto ed esamino la situazione: è la posizione perfetta per il cecchino, peccato non abbia portato il fucile. Alla fine decido di scendere e provare comunque a strisciare via, verso l'uscita, tentando di evitare la sorveglianza avvantaggiandomi della scarsa illuminazione del luogo.

Mentre cammino rasente al muro, faccio un rumore per sbaglio, attirando l'attenzione di uno dei soldati. Per fortuna, proprio davanti alla porta dell'uscita, c'è uno stanzino illuminato, per cui corro a rifugiarmi lì.  E' la stanza di una ragazza,  arredata in stile romantico, con tanto di bamboline e oggetti carini sugli scaffali. Ci abita una tipa che assomiglia ad Aung San Suu Kyi. Le chiedo se per favore può nascondermi fino al mattino, dandomi la possibilità di scappare quando i soldati andranno a fare colazione. All'inizio è spaventata, ma poi accetta. Parliamo sottovoce tutta la notte, di diritti civili e libertà. Infatti lei è una grandissima fan dei paesi liberi, e colleziona oggetti provenienti dalle grandi democrazie occidentali. Giunto il mattino, dopo averla salutata e ringraziata, riesco ad andare via e il sogno finisce. Non so se avrò mai sue notizie, ma spero che si sia salvata pure lei, perché è stata davvero molto gentile.

Dreams of the nursery: the concert

Vado a un concerto dei Litfiba, anche se non mi piacciono più da anni. Per rendere più interessante il loro revival-reunion, visto che delle canzoni non gliene frega più niente a nessuno, hanno montato sul palco un'attrazione aggiuntiva: una specie di impalcatura edile. Chi se la sente può salire sul sistema di ponteggi e raggiungere il punto più alto, oppure rimanere attaccato ai cavi di sostegno della struttura, spenzolando allegramente come un coglione. Piero e Ghigo oscillano felici, imbragati nei cavi, incitando il pubblico a seguirli. Indispettito dalla loro arroganza, decido di provare a salire anch'io. All'inizio il contatto dei piedi sulle tavole di legno produce uno scricchiolio piacevole. Sembra di camminare su una nave dei pirati, e la cosa mi diverte. Piero e Ghigo nel frattempo parlano dei fatti loro: litigano, scherzano, parlano delle loro faccende contrattuali, e non si curano affatto di me. Non mi spiegano nemmeno le norme di sicurezza. Raggiungo il punto più alto della struttura, e le cose iniziano a farsi meno divertenti. Inizio a soffrire di vertigini, mi faccio prendere dal panico. Rimango in una situazione di stallo, non posso più ne scendere né salire, come direbbe Aldo, quello del celebre trio con Giovanni e Giacomo. A un certo punto però, nonostante le vertigini, riesco a  sedere sull'impalcato più alto e mi metto a contemplare il panorama, lanciando qualche sguardo casuale al pubblico che sta a svariati metri sotto di noi. Decido di farmi coraggio. Mi avvolgo come un cotechino nei cavi di sostegno e cerco di scendere giù, tavola dopo tavola, seguendo la voce di Piero e Ghigo che mi rassicurano sul fatto che non c'è alcun pericolo perché che tutta la struttura è pensata per sostenermi alla perfezione. Alla fine riusciamo a tornare giù,  Piero mi libera dai cavi e io inizio ad imprecare. Lui sorride e dice  a Ghigo: "Ma guarda questo, sembrava timido e invece senti come parla". Gli auguro di non trovarsi mai nella situazione di dover davvero scoprire quanto parlo. Poi entro in un bar a bere qualcosa e da lì telefono a una mia amica. Le racconto l'esperienza con un certo orgoglio, fiero di essere tornato sano e salvo, ma lei liquida la faccenda come una cosa normale, e mi chiede piuttosto se mi sono piaciuti i testi delle canzoni, raccontandomi che ci sono svariate parole-valigia, tipo quelle che mi piaceva creare tanto tempo fa. Le confesso di non averci fatto caso.  Poi mi chiede di andare a cercare un'altra sua amica. Mi sembra di scorgerla da lontano, perciò le corro dietro. Mentre la inseguo, davanti a me scorrono vetrine dei negozi e ragazze vestite in modo variopinto e scollacciato: è Venerdì sera, e tutti sono in giro. Oltrepasso alcune gallerie illuminate da luce artificiale, anche se è ancora pomeriggio. Alla fine mi ritrovo a casa mia. Ci sono alcuni miei parenti e inizio a litigare. Indispettito, mi isolo da tutti sedendomi sulle scale. Dalla porta di casa però fa capolino la tizia che stavo cercando, che mi saluta sorridendo. Felice, le vado incontro e ce ne andiamo via, a  ricongiungerci con la nostra comune amica.

Da un’attenta lettura dell’oroscopo

Nel weekend, si consiglia di non esagerare col succo di pomodoro: Giove, in trigono con Urano, porterà alla resurrezione del conte Dacula. Per il resto: hai la Luna favorevole, ma a meno che tu non sia un licantropo non significa un cazzo, come tutto il resto. Ma questo non ti giustifica. In quest'ultimo periodo, Mercurio in opposizione ti ha spinto ad essere sempre più critico nei confronti del gratta e vinci e del videopoker. Continua così.
Saturno ti esorta a essere più lungimirante, lo fa più o meno dal 1992, ma tu continui ad ignorarlo. Smettila di ridere, "lungimirante" non è una parola dal suono così buffo per giustificare la tua mancanza di rispetto. Saturno è il sesto pianeta del sistema solare, non è sempre questione di fortuna e di amicizie. A differenza di te, ha lavorato davvero sodo per essere dov'è ora. Anche se è troppo piccolo perché tu possa percepirlo ad occhio nudo, ti consiglierei di ascoltarlo. Perché?  Beh, ogni risposta, come sempre, soffia nel vento. E quindi non si capisce un cazzo.
Per finire, i soliti consigli: copriti bene d'inverno, copriti poco d'estate, ma senza esagerare in entrambi i casi, onde favorire un benefico pungolamento del tempo atmosferico sulle tue reazioni fisiche e mentali. Perché è sempre bene aver presente dove stai, piuttosto che sapere chi sei.

Figure paterne ritagliate dai giornali o da vecchi fumetti, inserite in un collage di colori squilibrati.
Non mi convince mai.
Forse è proprio a questo che dovrei ispirarmi.
Forse aggiungere nuovi colori, ancora più eccessivi, potrebbe placare l'irritazione che ho sempre sentito, quando la maestra ti dava in mano forbici e colla, e poi pretendeva che seguissi un percorso prestabilito.
Non mi convince neanche questo.
Cioè, magari è divertente, ma niente di ciò che diverte dura fino al mattino successivo.
Potrei farvi dozzine di esempi, ma vi voglio troppo bene per rompervi così tanto i coglioni.
Mi piacerebbe  tuttavia che esistesse un paradiso di idee in cui ritrovare. Riconfermare.
Chiedere, insomma.
Già, dimenticavo! Chiedere. Non è per questo che siamo nati?
Perché dovrei odiarmi, se quello che faccio  perpetua la necessità del dubbio?

Il problema è che una figura ritagliata sarà sempre e soltanto un pezzo di carta.
Mi spiego meglio: nel sogno, mi aggiravo per le strade della città, stranamente ordinata. O forse improvvisamente stavo rimpicciolendo, ed era diventata  troppo grande  perché riuscissi a osservarne le miserie. Brillava, nelle languide luci della sera. Nell'aria, promesse di patatine fritte, una cosa che non so perché mi ha sempre messo di buon'umore. Tornavo in quella vecchia casa. Li cercavo, ma non c'erano. Tornavo alla mia abitazione, discutevo con mia madre che era stato un errore lasciarli trasferire da un'altra parte. Per cui, mi ripromettevo di andarli a trovare. Mentre rovistavo da qualche parte, cercando indirizzi o recapiti telefonici, mi ponevo domande su come stavano e su cosa stessero facendo. Mentre pensavo così, iniziavo lentamente a destarmi dal sonno.
Soltanto quando ho aperto completamente gli occhi ho realizzato che erano morti.
La cosa che mi sorprende, visto che in altri sogni ero perfettamente al corrente di questa cosa, è la sicurezza con cui la mia testa mi faceva pensare a loro come lontani, ma vivi.
La teoria degli universi paralleli può essere un punto fermo teorico per costruire altre ipotesi, ma non vedo a cosa possa servire per le coscienze che abitano in questo mondo avere la percezione di un'altro universo, che differisce solo per un particolare. Un particolare che solo nel giudizio altrui verrebbe considerato "piccolo". E' come essere sintonizzati verso frequenze radiofoniche totalmente inutili a questa esperienza.

Che stupidaggine, le lacrime.

Dreams of the nursery the spit

Ultimamente in giro c’è poca memoria. E poi, cosa ancor più grave, troppa poca precisione.
Tuttavia, ritengo giusto dare spazio ai dettagli che continuano a pulsare dentro la testa, nonostante talvolta vengano alla luce amorfi. Non so quanto consapevolmente, forse anche il mio incoscio trava rassicurante peccare di approssimazione, adeguandosi all’ambiente, che vuole sapere di non sapere.
Quel colore in più che mi salva, come sempre, è nei dettagli.
Li sento solleticare il cranio, sfacciati, fino a pulsare decisi, quasi come se avessero vita propria.
Codice che viene prima del significato. E se pensi alla magia, forse le parole non sono poi tanto inutili.
Tutto ciò mi diverte così tanto che non riesco ad esimermi dall’annotazione.
Non siamo forse questo, tutti quanti?
Annotazioni.

 Del primo sogno ricordo solo l’incessante vagare nei meandri di una vecchia università.
A un certo punto ne esco, solo per ritrovarmi in una sorta di sala comune… mentre, tutto intorno, sta sopraggiungendo la sera e  si accendono luci artificiali.
Alcun persone gironzolano qua e là, ma la cosa non sembra rendermi felice.

Il secondo sogno è stato destabilizzante, anche se non tanto da far tremare le gambe.
Però mi ha ovattato un po’ i sensi.

Un mio caro parente ritornava in vita. Quasi come se fosse stato sputato via nella realtà.
Mi chiedeva di accompagnarlo a guardare le sue vecchie cose.
La necessità di fargli da guida a un certo punto mi distoglieva un po’ troppo da quell’atmosfera trasognata, tutto sommato piacevole, che si ha di solito nei sogni senza consapevolezza.
Avevo iniziato a credere un po’ troppo in quello che stavo facendo dentro il sogno.
Mi sembrava quasi di sprofondare troppo nei dettagli del quadro, piuttosto che esserne spettatore.
Il mio parente si faceva accompagnare, esaminava tutta la roba che aveva lasciato nel mondo dei vivi.
E mi chiedeva, mi domandava: "Dov’è mia moglie?".
Io cercavo di tranquillizzarlo, gli ripetevo che non era importante.
Mentre dicevo così, provavo disgusto verso me stesso.
Era come se volessi che rimanesse lì, a costo di distoglierlo da domande tutto sommato legittime.
A un certo punto il  suono di un telefono si è fatto strada, prima piano, poi forte.
Sono andato a controllare, pregando e scongiurando di non aver perso la chiamata.
Ma per fortuna non era nessuno.
Solo in quel  preciso momento ho capito che tutto quello che che era successo prima l’avevo solo sognato.
Mi sono svegliato, come di schianto.
Come se fossi stato anch’io sputato fuori, nella realtà.

Dreams of the nursery Private

Tornando a casa, scopro che dei militari stanno dipingendo delle strisce rossastre nel posto dove parcheggio solitamente la macchina. Chiedo cosa succede, e mi viene risposto in malo modo che è in corso un’emergenza. Una calamità naturale sta per invadere il paese, e i militari sono stati mandati a presidiare ogni abitazione, per impedire che gli abitanti si abbandonino a gesti inconsulti. Io e la mia famiglia iniziamo a coabitare con questi rozzi soldati, che cominciano a comandare e a renderci la vita sempre più difficile. La convivenza scivola sempre più nel baratro della violenza, nonostante avessi comunque la speranza che le cose non andassero troppo a degenerare. A un certo punto mi ritrovo perfino costretto ad assistere agli abusi su mia madre e su mia sorella. E’ quest’ultimo oltraggio a darmi la forza di reagire. Decido di organizzare la nostra fuga: fuori c’è parcheggiata la mia macchina e se riusciamo a raggiungerla potremmo usarla per scappare. Raccomando a mia madre e mia sorella di tenere la testa bassa, perché saremo costretti a non fermarci al posto di blocco, e quasi sicuramente ci spareranno. Mi chiedo se riuscirò a guidare abbastanza velocemente, ma decido di non pensarci e affidarmi all’istinto. Loro mi chiedono quali cose portare via e come organizzare i bagagli. Io ho molta fretta, e gli raccomando di portarsi appresso meno roba possibile. Un po’ mi dispiace per tutte le cose che lascerò in quella casa, ma la sopravvivenza ha la priorità assoluta. Mi immagino i soldati che frugano tra tutti i libri e gli oggetti accumulati in una vita, e percepisco che non me ne frega nulla.