Dreams of the Nursery: It Reprise

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Il sogno è una specie di remake di IT con me come protagonista. Rispetto alla storia di King c’è però una variante: al posto del Club dei Perdenti, ci siamo io e la mia ragazza che dobbiamo difenderci dai continui attacchi di Pennywise e contemporaneamente dobbiamo badare a un gruppo di ragazzini venuti a trovarci. I marmocchi  però ci rendono difficile il compito, cacciandosi sempre nelle trappole preparate dal mostro, da cui poi dobbiamo tirarli fuori. La cosa si complica perché il malefico clown può possedere, di volta in volta, uno o più ragazzini e queste possessioni avvengono completamente a sorpresa. Nel finale del sogno ci barrichiamo nella mia vecchia stanzetta, una parte del gruppetto di ragazzi è stata posseduta e bussa furiosamente, non sappiamo come farli entrare senza che penetri anche il mostro.

 

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Dreams of the Nursery The Hunting

Lo stress e i ritmi di lavoro irregolari mi hanno portato a fare sogni in cui sono ancora in ufficio o accumulo ritardi  nel tragitto verso l’ufficio. Parlandone coi miei colleghi, scopro che succede lo stesso anche a loro.  Questo sogno inizia in maniera non dissimile: una corsa verso il lavoro, ritardi… ma ben presto inizia ad assumere un’ambientazione simile alla Rivoluzione Francese o a quella Russa. Tutto si svolge nel giardino della mia casa, in Sicilia, che diviene teatro di un omicidio importante, perpetrato proprio da me, ai danni di un crudele tiranno. Ma il regime è lungi dall’essere rovesciato: nobili e generali inviano la cavalleria nel mio giardino per catturarmi. Io scappo via dalla scena del delitto e fortunatamente il giardino si espande divenendo una foresta, attraverso la quale mi muovo con velocità sovrumana e una certa esperienza. Sembro una volpe inseguita dai cacciatori, ma non ho nessuna paura e, mentre corro, mi godo i ritmi cinematografici del sogno, sicuro che non riusciranno a prendermi. Un rumore improvviso mi riporta alla realtà, svegliandomi bruscamente.

 

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(disegno di John Byrne)

Dreams of the nursery Blonde mission

Nel primo dei sogni mi trovo in una città della costa. Cammino vicino al mare e intanto ammiro alcuni siti di interesse archeologico. Si tratta principalmente di figure geometriche di vario tipo, scolpite a rilievo sopra muri o lastre di marmo, che però sono sistemate come se fosse una caccia al tesoro. Per poterle vedere però devo trovarle. Alcune sono bene in vista, altre si trovano in posti assurdi, come per esempio vicino al bordo di una banchina portuale.

Nel secondo sogno sono protagonista di una specie di film. Interpreto un signor nessuno che viene richiamato nella propria città natale dalla donna di cui un tempo era innamorato. Questa donna è una bionda di mezza età. Quando il personaggio che interpreto va a reincontrarla il suo viso sembra un mosaico di facce conosciute. Queste sensazioni si mescolano tutte assieme finché, a un certo punto, il viso risultante dalla sovrapposizione di questi deja vu è quello di una perfetta sconosciuta. Ascolto il motivo per cui sono stato richiamato: il padre, un insigne scienziato, è morto e ha lasciato un’eredità che le viene negata da alcuni avidi parenti. Io dovrei aiutarla a sconfiggerli.

Una mattina, mi son svegliato

Avete presente un film dell’orrore?
I migliori sono quelli che hanno il potere di catturarti dentro la storia.

E allora…  metti che sei per strada.

Ti stai facendo gli affari tuoi. Ma quel giorno è diverso.

Quel tizio qualunque, che cammina nella tua direzione, ti sembra ostile. Non gli vanno bene i tuoi vestiti, non gli va bene il tuo aspetto, non gli va bene il posto da dove vieni.
Te lo lasci alle spalle. Ma lui non smette di seguirti. Chiama i suoi amici,  parla di te.

Decidono tutti insieme di fare qualcosa. Decidono che è colpa tua se le cose, da un po’ di tempo, da quelle parti, non vanno bene.

A chi dare la colpa, altrimenti?  Hai rubato il lavoro. Forse hai rubato a qualcuno di loro le cose che hai addosso. Anche se hai lavorato duro per conquistarle, appartengono comunque a tutti loro per diritto di nascita.

E poi…nessuno ti conosce. Potresti essere un assassino. Chi può saperlo? Come fare a difendersi? Meglio colpire per primi.

Difesa preventiva. La votano tutti, riuniti in una gigantesca assemblea di condominio.
Lo decide la signora del negozio di fiori, l’idraulico, il giornalaio. Lo decide la zia. Lo decide la bambina del quarto piano. Lo decide il giudice, lo decide il dottore. Sono tutti con una pietra in mano, scheggiata e aguzza, pronti a far scorrere il sangue di tutto ciò che è piccolo, debole, diverso per difendere i loro piccoli angoli di egoismo e piacere quotidiano.

Si mettono a camminare tutti insieme per venirti incontro. Sembra il quadro del Quarto Stato. Solo che non vengono per cambiare il mondo, ma per cambiarti i connotati.

Iniziano a lanciarti delle pietre, ti fanno sanguinare e crollare. Ti seppelliscono. Sembrano gli ebrei che deponevano sassi sulla lapide di Schindler nel celebre film, solo che al posto di anziani sopravvissuti pieni di gratitudine ci sono degli zombie ignoranti che biascicano “E’ tutta colpa sua, è tutta colpa sua…”. Seppelliscono te e sembra quasi che la Storia, la Ragione vengano sepolte insieme a te, sasso dopo sasso, tre metri sopra l’Inferno.

Il giorno dopo però sei ancora in strada. Il film ricomincia da dove era partito.
E’ ancora il 4 Marzo. La neve non si è ancora sciolta.

In strada c’è un signore che ti sembra familiare.

Ha in mano una pistola.
Meglio così, pensi. Coi tempi che corrono meglio difendersi, no?

Cammina verso di te.

Dreams of the Nursery: Rainbow Human Cosmic Fluid

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Il primo sogno e’ ambientato in un futuro dagli scenari simili a una space opera, con tocchi di colore fluorescente psichedelico e persone abbigliate in stile glam rock. La vita delle persone scorre come la stagione di una serie televisiva, di cui vengono mostrati i momenti salienti. Quando il flusso di eventi vitali arriva allo snodo narrativo risolutivo/conclusivo, la persona viene messa in una capsula trasparente. All’interno di essa, il suo corpo si scioglie e si  trasforma in una specie di liquido luminoso e multicolore. Questo liquido viene poi drenato e inoculato attraverso dei tubi verso il centro esatto dell’universo, o comunque un punto che sembra costituire l’anima o il  legante che tiene assieme la struttura cosmica.

Nel secondo sogno, devo andare a comprare un vestito elegante per una cerimonia, ma come sempre non ne ho voglia. Allora vado a sceglierlo in una catena di abbigliamento dozzinale e dai prezzi modici. Mi accompagna un mio ex professore il quale, per tutto il tragitto, si lamenta del luogo prescelto per i miei acquisti, criticandolo ed enumerando tutti i difetti di quella catena di negozi, che peraltro conosco gia’ a menadito. Quando arriviamo li’ pero’ nota un soprabito che gli piace e vuole assolutamente provarlo. Cosi’ sono costretto ad assisterlo, perdendo tempo.

Dreams of the nursery: a dream of flying

Il primo sogno ha un’ambientazione casalinga.

Fanno le pulizie a casa nostra. Lasciano le finestre aperte. Il gatto Ketchup inizia a saltare e correre per casa, come suo solito.  Io gli corro dietro, lo acchiappo per la collottola ogni volta che si avvicina a qualche finestra, perché ho paura che cada di sotto. Poi richiudo le serrande. Continuiamo a inseguirci, lui salta e io lo acchiappo, acchiappo e chiudo, chiudo e acchiappo. Le finestre lasciate aperte sembrano non finire mai e mi ritrovo in una situazione che ha il ritmo e i contorni di un videogioco.

Il secondo sogno ha un tema molto banale, il volo.
Eppure, mi sono divertito un sacco. Ho provato una sensazione di serenita’, perché avevo come la sensazione di essere  diluito in quello scenario, di averne il pieno controllo.

Nel sogno, cammino per le strade in pietra di un borgo antico, simile a quello di Milazzo, la città da cui provengo. Ma i riferimenti geografici sono ambivalenti, perché mentre mi aggiro in quella zona   sono convinto di essere ancora a Milano, anche se in una stradina dall’apparenza più antica.

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A un certo punto inizio a scendere per la scalinata in pietra, con un passo sempre più sostenuto. Comincio a saltare in corsa da un gradino all’altro, come facevo da ragazzo. A ogni salto divento più leggero.

Alle mie spalle, un ciclista si regge forte al manubrio e inizia a scendere in bici sui gradini, affiancandosi a me.

E’  in quel preciso momento che me ne accorgo. Non sto saltando. Sono sospeso in aria. Sto volando!

Anche il ciclista, in sincrono con me,  pedala nel vuoto. Le ruote della bici girano, lui mantiene entrambe le mani salde sugli appoggi e ogni tanto, non so perché, mi lancia uno sguardo preoccupato. Capisco che ha paura per me, teme che possa cadere. Anch’io lo guardo, ma per rassicurarlo. Infatti in quel momento è come se il vento stesso abbia cominciato ad assecondare i miei pensieri. Le gambe, le braccia, il corpo sono protesi in avanti, spingendo come a dare una direzione.

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Rimango stabile, correggendo ogni tanto la rotta del volo se la discesa degli scalini si incurva e mi trasformo in tranquillità congelata, innaturale ma dolcissima.
Dentro di me sono felice, perché sono convinto di aver capito in qualche modo la meccanica del volo per gli esseri umani.
Alla fine però atterriamo.  Io vado verso un bar a bere qualcosa e scorgo, tra gli avventori, anche il ciclista. Ma non mi va di salutarlo.

 

Dreams of the nursery found a baby, suddenly a knock.

Due sogni a breve distanza, non so se collegati o meno. Sono in giro in macchina nel mio luogo natìo, è una buona giornata. Ci fermiamo in un negozio, ma all’uscita troviamo un neonato abbandonato. In attesa del da farsi, lo teniamo noi, ma abbiamo un po’ di ansia per quando verranno a reclamarlo, perché ci piace molto.

Nel secondo sogno sono sempre da quelle parti, ma in casa coi parenti. Bussano alla porta  e mia madre va a vedere,  ma appena apre si spaventa, chiude tutto a chiave e corre a dirci che c’è un nemico, una minaccia. Siamo tutti spaventati, io prendo un bastone e cerchiamo di usare gli smartphone per chiedere aiuto. Ma non funzionano bene, non si riesce a scrivere niente, non c’è campo né connessione. Tento e ritento con dita tremolanti, mentre si sente bussare di continuo. Il senso di incertezza mista a immobilità tronca di netto il sogno e mi rigetta nel risveglio.

Dream commander

E' sempre stata una persona buona, onesta e leale.
Non ho mai nutrito il minimo dubbio nei suoi confronti.
E non ne ho neanche adesso.

Una notte sognai che stavamo entrambi in una stanza.
Io giocavo ai videogames.
La mia conoscenza  era in disparte, in un angolo, e mi voltava le spalle come nel finale di Blair Witch Project.

A un certo punto si spalancò la porta.
Entrarono degli energumeni dallo sguardo cattivo.
Mi girai verso la persona amica, e la vidi sorridere in modo sinistro.

Con un tono da cattivo di serie z, fece un lungo spiegone, nel quale mi confessò di aver pianificato per mesi, nel tentativo di mettermi in trappola, proprio in quel preciso modo, in quel posto, a quell'ora.

Gli energumeni erano al suo servizio, e mi avrebbero ucciso subito, tra atroci sofferenze.

La fiducia che ho per quella persona è talmente forte che quasi subito, sentendo quelle parole, capii di essere in un sogno.

Piuttosto che provare paura per il pericolo in cui versavo, scrutai con attenzione tutta la stanza, per scovare indizi o stimoli sensoriali in grado di rivelare la natura illusoria di ciò che stavo vivendo.

Gli energumeni però si avvicinavano sempre di più, tendendo le braccia nodose verso il mio collo.

Infastidito dalla loro opprimente presenza, che mi impediva di ragionare sul sogno, decisi di giocare secondo le regole del palcoscenico onirico in cui ero capitato.

Con abili mosse da eroe di film d'azione, sgusciai come un gatto fuori dalla presa dei miei persecutori, recuperai un tagliacarte e piombai dietro le spalle della mia conoscenza, puntandoglielo verso il collo.

Urlai verso gli energumeni di lasciarmi andare via, altrimenti l'avrei ucciso, per cui furono costretti a farmi passare.

Io e la persona amica corremmo via, per le strade illuminate di un Sabato sera in città. Tenevo il mio prigioniero per le maniche, puntandogli il tagliacarte alla schiena, e procedevamo incollati l'un l'altro.

Lo feci fermare nei pressi di un ponte, sullo sfondo di una città in festa, con tanto di fuochi d'artificio che esplodevano nel cielo.

Con la voce coperta dai botti e gli occhi pieni di sconcerto gridai ripetutamente, ansimando:

"Perché l'hai fatto? Eravamo amici!"

La persona amica rimase in silenzio qualche minuto. Poi mi guardò, cominciando a sorridere.

Le labbra si distesero lente,  come la scena di un film al rallentatore.

" Perché no? Nulla di personale, mi stavo solo annoiando. Tutto qui".

Aveva lo sguardo di un bambino crudele.

Il mio cuore fu assalito da una sensazione ambigua, tra il disgusto e l'orgoglio, per aver immaginato un essere simile.

Alzai la mano per colpire e vendicarmi.
Ma poi mi fermai, pensando che in quel modo gli avrei fatto solo un favore.
Nei suoi occhi mi sembrava di vedere addirittura la gioia e l'impazienza di essere giustiziato.

Ritenni molto più crudele abbandonarlo lì.

I fuochi d'artificio cessarono, e la città tornò lentamente al silenzio.
Vagai fino al mattino, confuso e inquieto.

Continuavo a darmi pizzicotti, schiaffi.
Ero sicuro che si trattasse di un sogno, ma non riuscivo a svegliarmi.
Alle prime luci del giorno, mi sedetti sulla scalinata di un edificio storico.
Ogni cosa, nel panorama attorno a me, mi comunicava sensazioni vivide, reali.

Era questa la cosa che mi turbava di più.
Essere in balia del sogno, non riuscire a trovare una via per il risveglio.

Riaprii gli occhi solo per caso, mentre stavo rimuginando, riprendendo il contatto col mondo reale a poco a poco.

La sensazione di malessere e impotenza si prolungò per tutto il mattino seguente.

Un topolino morto, davanti al cortile d’ingresso del castello, lungo la via d’andata delle mie passeggiate, era già tanto.

Un altro topolino morto, trovato poco più tardi, sulla via del ritorno, era una cosa insostenibile.

Non sto parlando di pietà.
Il problema era l’odore.

Il  pensiero di ritrovarsi il fetore di decomposizione sotto al naso, ogni giorno, lungo il  perfetto percorso delle mie lunghe camminate.

Ogni volta che passavo, provavo a ricoprire il topolino vicino al castello con grossi sassi.
E poi aggiunsi ai sassi alcune erbacce che qualche giardiniere aveva buttato vicino al cassonetto.

Ma quel corpicino riaffiorava sempre. I sassi si scostavano, le erbacce si disperdevano al vento.

La carne del topino era quasi andata via.
Imparai controvoglia la forma feroce e offensiva del cranio di un roditore.
Quel sorriso scheletrico, serrato in un elmo fatto col morso di lunghe zanne.
Il nudo più ostile che mi fosse mai capitato di vedere.

L’altro topolino poi, non riuscivo a toccarlo o a guardarlo.
Sapevo però che c’era. Il suo orrore era nell’eccesso ingombrante, ma funzionale, che rappresentava.
Andata per nausearsi, ritorno per rammentare.

Così  una notte sognai che finalmente trovavo il tempo di seppellirli entrambi.

Li raccoglievo con la pala, poi iniziavo a scavare una buca.
Avevo l’atteggiamento del lavoratore che sbriga in fretta le ultime incombenze, prima del riposo settimanale.

Però ero costretto a smettere,  ogni volta, per via di alcuni gruppetti di persone che passavano lungo la via, alla spicciolata.

Trovavo imbarazzante spiegare quel che stavo facendo, preferivo seppellire in solitudine.

A un certo punto mi  stufai di interrompere ogni volta e mi avvicinai per chiedere dove stessero andando tutti.

Mi risposero che erano giunti lì per seguire un comizio di Bersani.
Si teneva proprio al Castello, nei pressi del luogo dove avevo trovato morto il primo topo.

Decisi di andare a sentirlo anch’io.

Bersani stava arringando la folla con uno dei suoi consueti proverbi emiliani, quando improvvisamente iniziò a tossire.

Gli venne una raucedine così forte che non riuscì più a parlare. Farfugliava come un disco rotto.

Si sforzò tantissimo, ma alla fine riuscì a recuperare la voce, appena in tempo per la fine del comizio, che si concluse con queste parole:

"Eh,  ragassi, una volta sì che l’Emilia era una terra accogliente! Ma adesso non più!"

Dream of the nursery: Train Tour

Devo andare a trovare un amico, ma quando arrivo in stazione mi accorgo che il treno sta per partire e io non ho né soldi né biglietto.  Dietro di me, in un angolo, c'è un bambino che piange. Lo prendo in braccio e lo porto con me sul treno. In carrozza c'è sua madre, che mi corre incontro, mi ringrazia commossa, e si fa ridare il pargolo.

Arriva il bigliettaio a chiedermi di obliterare il biglietto, ma mi do un colpetto sulla fronte e faccio finta di essermelo scordato. Visto il gesto generoso compiuto nei confronti della madre del bambino, il bigliettaio decide di chiudere un occhio e di farmi rimanere sul treno.  Mi siedo, e ad aspettarmi c'è un conoscente, pronto a farmi compagnia durante il viaggio.  Mentre chiaccheriamo passa una vecchia megera, borbottando come una pazza. Senza curarsi del fatto che il posto è già occupato dal mio amico, si siede sopra di lui. Per fortuna sopraggiunge il bigliettaio e la trascina via, anche se lei protesta, perché è convinta che quel posto è suo.

Quando finalmente scendiamo dal treno, la stazione è immersa nelle luci della sera. Camminiamo fino alla piazzetta e ci sono dei bimbi che giocano a calcio. Tra di essi c'è un altro mio conoscente, trasformato anch'egli in un bambino. Mi invita a giocare per divertirci tutti insieme  ma io rispondo di no. Il mio amico però rimane a guardare la partita, oppure a parteciparvi, non lo so. Io giro le spalle e mi apparto nei vicoli, senza farmi vedere, per controllare quanti soldi ho nel portafoglio. Ci trovo un biglietto da dieci, e un'altro di colore azzurrino che mi sembra da cinque… ma poi guardandolo meglio noto che è da venti. La cosa mi rasserena: ho abbastanza soldi per passare la serata. Un altro matto mi arriva alle spalle e cerca di sbirciarmi nel portafoglio, ma io lo schivo. A quel punto il mio amico rimasto indietro mi richiama, e suona l'allarme del cellulare, svegliandomi.