Il cliente ha sempre ragione

Angroh

Buonasera, mr. Kiang.

Non passo spesso dal suo negozio, di questi tempi. E, prima che inizi ad aprire quella sua dannata bocca e a dar fiato alle sue solite stronzate, voglio spiegarle perché.

Lei è sempre stato molto sincero con me, in una maniera che ho sempre trovato disgustosa e quasi violenta. E’ solo per questo motivo che voglio essere sincero anch’io, con lei…anche se le bugie, capisce bene, sarebbero infinitamente più comode.

La prima cosa è che ho paura delle mura bianche di questo suo negozio. Il colore bianco di per sè non mi fa paura. Mi fa paura l’eventualità che lei possa decidere di ridipingerle. Dio solo sa che razza di colori sceglierebbe. Non oso nemmeno immaginare i quadri che appenderebbe.
No. Eh, no. So cosa vorrebbe dirmi. Sono cazzi miei. Ah! STRONZATE! Lei, mr. Kiang, non ha mai fatto una cosa, una sola fottutissima cosa per il negozio, che fosse davvero per sé. A cominciare dagli scaffali, finendo con le finestre. Perfino il bagno di servizio. Tutto trasuda di questa merdosa, soffocante TENSIONE rivolta ad abbracciare l’esterno. La chiamano voglia di esprimersi… ma io come mi difendo? Chi mi difende da tutta questa espressività? Chiudo le finestre, mi tappo le orecchie, ma voi creatini trovate sempre il modo di passare.

Si potrebbe dire che lei è il tipo di persona che preferisce disperdere le energie piuttosto che contemplare i risultati. E’ così, non è vero?

Si tiene occupato. Mi viene da ridere. Si-tiene-occupato. E allora apriamo! Ogni giorno! La saracinesca! Benvenuti, gentili clienti. Gna gna gna gna…

Mi faccia vedere l’incasso. Su, forza, non sono un finanziere. Siamo tra amici. Quanto ha guadagnato oggi? Quanto ha guadagnato, diciamo, negli ultimi anni? Ha guadagnato qualcosa, signor Kieng, negli ultimi fottutissimi ANNI? EH?

Scusi. Mi scusi. Davvero. Sono imperdonabile.

Ho la gola secca. Sto urlando troppo e non riesco a insultarla col tono di voce che vorrei tenere. Mi ero preparato stamattina, in bagno. M’era venuto benissimo. Invece adesso… sarà l’emozione. Mi può dare un bicchiere d’acqua?

Ahhh, grazie. Ci voleva. Adesso, finalmente, glielo posso dire.

Lei è un grandissimo coglione, signor Kiang. Un coglione. Che bello, poterglielo dire. Che senso di liberazione. Non trova anche lei? Cioè… voglio dire… al di là dell’insulto in sè, la cosa più terribile di essere un coglione non è quando nessuno te lo dice? Non è più rasserenante la consapevolezza nel sapere di ESSERE un coglione, una volta per tutte, piuttosto che contorcersi nel dubbio?

Ma bisogna che ci sia qualcuno che te lo dica, vero? E lei ha avuto così paura in questi anni di sentirlo, che ha fatto di TUTTO per captare la benevolenza altrui. Nell’ansia di rimandare l’inevitabile momento in cui gliel’avrei detto io, ha fatto carte false per non lasciare agli altri un attimo di fiato per poterla analizzare  come meritava.

Servizievole, buffo, leale, sincero, amabile, umile, leale, innamorato, romantico, poeta, profeta, asceta, maratoneta, Vegeta, Pulcinella e Padre Pio. Cosa non è stato, lei, in questi anni? Quante facce ha indossato?

Lei a me non interessa, signor Kiang. Il tempo che perdo qui è colpa del tizio che sta scrivendo questo cumulo di sciocchezze. Potessi scegliere, a quest’ora sarei a casa mia, a versarmi un bicchiere di grappa, alla faccia sua, del suo negozio e delle minchiate che vende e di cui nemmeno parlo per non farle pubblicità.

E crede forse, allo stesso modo, di interessare agli altri?

Aha ha aha ah aaha aha aha aha aha ha aha aha … oddio, scusi… aha aha ha aha aaha ah ah…AH! AHI!

Scusi, mi ha fatto ridere così tanto che mi ha fatto pure male. Mi è sembrato per un attimo di vederla mentre tentava di dirmi: “No, non è così, io non pretendo di interessare a nessuno….” Meno male che l’ho fermata, altrimenti sarei morto di crepacuore per il gran ridere.

Tutti vogliamo interessare agli altri, signor Kiang. Tutti. Sin dal momento in cui usciamo da quella fottuta pancia iniziamo a rompere i coglioni all’ostetrica, alla mamma, al pediatra, al babbo e perfino al lattaio urlando, piangendo: “Io! Guardami! Io!”

E’ un peccato veniale, quindi.  Lei però l’ha trasformato in arte. Nella sua distorta interpretazione del mondo tutti, sotto sotto, la trovano interessante. Ma non è vero.  E’ un parto folle della sua mente deviata. Sa che succede, quando la pensa così?

A volte, per qualche breve istante, il mondo sembra darle ragione. Un riflesso sembra attraversare il suo cuore, un manifesto in metropolitana sembra sorriderle. Quando siamo per strada e ci passa davanti uno con la faccia da pirla, puoi scommetterci anche il culo: è convinto che il mondo gli sorrida. A mondo non gliene fotte un cazzo di lei, ripeta con me, piano piano. Non gliene fotte un cazzo. Ed è giusto, l’unica cosa giusta che c’è in questa palla di fango. Siamo in tanti, pensi se la nostra testa fosse occupata a pensarci l’un l’altro invece di fare cose, curare malattie, scrivere canzoni decenti che possano anestetizzare le menti dai danni prodotti dall’ascolto in loop delle canzoni di Il Pagante.

Il senso di sazietà, le sostanze euforizzanti, l’aria, la percentuale di droghe disciolta nell’acqua potabile di questa città… non so come funziona, ma c’è qualcosa  che l’aiuta a farsi queste enormi costruzioni mentali che le fanno edificare più in fretta l’idea che il mondo intero la trovi interessante… rispetto al tempo che dedica a COSTRUIRE DAVVERO qualcosa che possa catturare l’interesse. Qualcosa che dia un senso al suo vano affaccendarsi nell’apertura di questa discarica di inutilità che chiama punto vendita.

Comunque si è fatto tardi. Devo tornare nella mia vita. La saluto, signor Kiang. Solo un’ultima cosa. Adesso, quando girerò i tacchi, lei rimarrà solo, qui dentro.

Come tutti quanti noi.

E allora, signor Kiang, faccia quello che facciamo tutti.  Prima se ne renderà conto, prima comincerà a vivere davvero e a portare la sua vita da qualche parte. Magari, invece di portare il suo futuro a fare la pipì, si prenderà un cane  e ve ne andrete insieme, di primo mattino, a pisciare dove capita*.  Addio. Non lo dimentichi mai.

Lei è solo.

Ci conviva.

 

 


* Per colpa di chi, chi, chi, chi.


 

 

 

Annunci

Una mattina, mi son svegliato

Avete presente un film dell’orrore?
I migliori sono quelli che hanno il potere di catturarti dentro la storia.

E allora…  metti che sei per strada.

Ti stai facendo gli affari tuoi. Ma quel giorno è diverso.

Quel tizio qualunque, che cammina nella tua direzione, ti sembra ostile. Non gli vanno bene i tuoi vestiti, non gli va bene il tuo aspetto, non gli va bene il posto da dove vieni.
Te lo lasci alle spalle. Ma lui non smette di seguirti. Chiama i suoi amici,  parla di te.

Decidono tutti insieme di fare qualcosa. Decidono che è colpa tua se le cose, da un po’ di tempo, da quelle parti, non vanno bene.

A chi dare la colpa, altrimenti?  Hai rubato il lavoro. Forse hai rubato a qualcuno di loro le cose che hai addosso. Anche se hai lavorato duro per conquistarle, appartengono comunque a tutti loro per diritto di nascita.

E poi…nessuno ti conosce. Potresti essere un assassino. Chi può saperlo? Come fare a difendersi? Meglio colpire per primi.

Difesa preventiva. La votano tutti, riuniti in una gigantesca assemblea di condominio.
Lo decide la signora del negozio di fiori, l’idraulico, il giornalaio. Lo decide la zia. Lo decide la bambina del quarto piano. Lo decide il giudice, lo decide il dottore. Sono tutti con una pietra in mano, scheggiata e aguzza, pronti a far scorrere il sangue di tutto ciò che è piccolo, debole, diverso per difendere i loro piccoli angoli di egoismo e piacere quotidiano.

Si mettono a camminare tutti insieme per venirti incontro. Sembra il quadro del Quarto Stato. Solo che non vengono per cambiare il mondo, ma per cambiarti i connotati.

Iniziano a lanciarti delle pietre, ti fanno sanguinare e crollare. Ti seppelliscono. Sembrano gli ebrei che deponevano sassi sulla lapide di Schindler nel celebre film, solo che al posto di anziani sopravvissuti pieni di gratitudine ci sono degli zombie ignoranti che biascicano “E’ tutta colpa sua, è tutta colpa sua…”. Seppelliscono te e sembra quasi che la Storia, la Ragione vengano sepolte insieme a te, sasso dopo sasso, tre metri sopra l’Inferno.

Il giorno dopo però sei ancora in strada. Il film ricomincia da dove era partito.
E’ ancora il 4 Marzo. La neve non si è ancora sciolta.

In strada c’è un signore che ti sembra familiare.

Ha in mano una pistola.
Meglio così, pensi. Coi tempi che corrono meglio difendersi, no?

Cammina verso di te.

Caro nonno, mi manchi tanto. Ma non avevi ragione tu.  

Una strana caratteristica dell’uomo è scrivere messaggi che non trovano il loro destinatario concreto. Messaggi in bottiglia nell’oceano, preghiere, lettere d’amore mai spedite…una galassia così vasta e varia di emozioni vitali e pulsanti da far quasi dimenticare che l’unico legante per esse è una notte buia e senza fine. Non mi stupisce quindi il mio bisogno di rivolgermi a te, in questi tempi di confusione eretta a coordinata sociale, in cui forse potresti rivedere suggestioni familiari. Non mi stupisce, ma lascio che mi attraversi, come il ricordo di te, un misto di narrazioni e ricordi provenienti dall’autunno e dall’inverno della tua vita, in cui mi prendesti per mano e provammo a fare un po’ di strada assieme, in quella che per me era primavera di gambe piccole e un po’ goffe, occhi lucidi e sgranati che fatico a riconoscere nelle foto.  Come tutti noi, venivi dalla terra. Una terra aspra e dura che ti si rivoltava improvvisamente contro. Quando ci raccontavi delle talpe che mangiavano zucche grosse come capre e voragini che inghiottivano case, soldi e fortune, per noi erano belle fiabe ma per te era esperienza dolorosa, che ti fece diventare grande senza poter conoscere la dolcezza dell’infanzia.

Eri grande. La luce fendeva il tuo sorriso sincero. Per me eri l’immagine del sole. Dovevi sembrare non molto dissimile, negli anni in cui il fascismo correva. L’ansia di uscire dalla miseria, di riprendersi il futuro. Azione sopra pensiero. Non ti vergognasti mai di sovrapporre Mussolini, il fascismo, agli anni dolci della tua gioventù, della tua speranza. In un era povera di informazioni, in cui le notizie correvano con la bicicletta, non certo sui fili del mare elettrico, tu e altri giovani sacrificaste i vostri anni più belli inseguendo un eroe nascosto dietro la finestra, che vi invitava a morire. Mussolini offuscava la storia e riempiva la mitologia. Bugie sulla forza degli uomini, che diventava più importante della responsabilità. L’agonia di un cadavere vivente durò a lungo, incapace di rendersi conto delle proprie colpe, scaricò ogni cosa sul popolo che lo seguiva. Ma essi, ignari, impararono da lui e imparano ancora, a trovare errori in qualsiasi cosa tranne che se stessi.

Mi ricordo quando mi raccontavi la tua infanzia, piccolo e pieno di paura, mandato di notte a guardare le pecore tra i mostri della montagna e sento un calore avvolgere il mio cuore, pensando a quanto amore sei riuscito a darmi nonostante quelle esperienze così dure. Non hai scelto di condividere dolore, ma tutto ciò che a te non era stato dato. Mi rivedo nei tuoi stessi bisogni, quando senza un nome prestigioso e senza aiuti tentasti di imparare il mestiere in una bottega artigiana, perché le tue mani grosse e le dita robuste amavano creare dal nulla cose belle, tanto da stupire d’invidia il padrone e i figli che tentava di mandare avanti prima di te.

Le mie dita sono più piccole delle tue, sono ancora come quelle che stringevi quando mi portavi a passeggio, ma una piccola scintilla della tua voglia di creare è rimasta in me. Non riuscisti a farla sbocciare, non riuscisti ad avere una tua bottega, perché la guerra ti portò in giro per il mondo, ancora ragazzo. Quando mi raccontavi le traversie, le risorse scarse, i fratelli lontani, la fidanzata imprigionata nella carta di missive tardive ad arrivare,  i compagni morti… eri il mio eroe. Anche se vivevi in un periodo in cui non c’erano cavalieri, non c’era onore.

 

C’erano solo fantasmi. Fantasmi di carne imprigionati dall’idiozia dei regimi. Fantasmi effimeri, evocati nelle sedute spiritiche di chi bramava il contatto con figli disgregati in un teatro insensato. Non  raccontavi luminosi atti di eroismo con spade magiche e draghi da abbattere… ma la tua storia racchiudeva bisogno di vita, di sopravvivenza a ogni costo. Trincee scavate nel buio, con l’unica compagnia delle ossa. Lettere mai spedite, firmate col sangue specchiato nel riflesso del sorriso eterno di un uomo colpito da un proiettile. Quel che la fantasia mette in scena, stimolata dall’estetica del ricordo, era invece  per te odore e sudore e dolore tanto intenso che non lo sentivi nemmeno più. Andavi avanti, avanti, avanti, perché l’unica scelta era quella. Mentre quell’attimo terribile diventava seducente: un colpo e niente più.

Ma non ascoltasti il suo richiamo.  Ed è qui che inizia la mia storia. E’ qui che la tua mano iniziò a intrecciarsi con la mia. Avanti, avanti, l’unica scelta che mi hai insegnato. E quella sopravvivenza, che cerco di praticare anche oggi, è rimasta come uno dei tuoi insegnamenti più nitidi.  Ti voglio bene ed è impossibile per me non trattenerti in ogni movimento, in ogni particella del mio essere, in ogni sorriso e atto di gentilezza. Non fraintendermi, se ti dico che sei morto. Prendere confidenza con questo concetto non vuole essere una mancanza di rispetto, ma una constatazione. Tutti noi dobbiamo fare i conti con la fine delle cose.

Eri e sarai sempre amore nel mio ricordo. Ma eri anche un fiero soldato del Regio Esercito, un reduce che non aveva mai dimenticato l’ideale di gioventù a cui aderì. Lo sentivo nei tuoi discorsi con amici. Capisco quando mi raccontavi che ti piaceva l’ordine, la disciplina. Io stesso soffro quando il caos invade la mia vita. A me piaceva quando ero piccolo e mi chiamavi “soldatino”... mi vestivo in fretta e facevo finta di marciare, ma solo perché volevo bene a te e volevo renderti fiero.

Non ho mai avuto amore per quella follia insensata che chiamano guerra, a cui appartiene gran parte della tua giovinezza ma anche gran parte dei tuoi successivi dolori. Di quelli, non parlasti mai. Tu che eri così sorridente, così loquace, nel ricordo di chi c’era allora diventasti d’un tratto taciturno e depresso. Ti ammalasti, non parlasti per settimane. Ci mettesti un sacco a tornare quello di prima.

Ma sei tornato e di questo ti ringrazio. Il tuo ritorno per me ha significato l’inizio della vita. Ti capisco più di quanto credi, nel tuo amore per l’ordine, specie quando non trovo punti fermi. So quanto sia tranquillizante prendere una divisa, indossare una maschera. Ma non era quello l’ordine. Non era questa la disciplina di vita che può generare altra vita. Io e tante altre persone nate nel dopoguerra abbiamo potuto usufruire dei doni portati dalla pace senza dover combattere davvero. Senza pagarne il prezzo.

Ma non possiamo voltarci indietro e non fare i conti col nostro passato. Tu e tanti altri sbagliavate, siete stati sconfitti. A voi l’onore di averlo riconosciuto e di essere diventati, nella vecchiaia, persone diverse. Di te non ricordo ideali fascisti imposti a forza o ricordi trasfigurati di Mussolini. Non mi imponesti niente. E infatti oggi mi ritrovi adulto, con idee politiche molto diverse dalle tue.

Mi ha colpito molto una frase che ho letto di recente sul fascismo. Dice “Il fascismo non ebbe mai una struttura ideologica vera e propria… si può dire che fosse, essenzialmente, basato su ciò che pensava e ordinava Mussolini”. Ma Mussolini è morto. E i fascisti esistono ancora. Rialzano la testa di continuo e tentano di rivendicare il loro posto in una democrazia costruita da menti eccelse per accogliere il dialogo ma scongiurare ogni pretesa totalitaria. Lo chiamano “condottiero”. Ma cosa può condurre, un morto? Se l’idea dei fascisti è quella pre-ordinata da un morto cosa abbiamo oggi, legioni di vivi che si fanno comandare dall’eco di un cadavere decomposto?  E’ un pensiero assurdo, assurdo come la morte. E a volte pare, che sia la morte a vincere. Ma, appunto, è assurdo. Perché, che tu ne sia o meno testimone, ciò che vincerà sempre è la vita.

Il lupo e l’agnello democratico

wolf-and-the-lamb

Un lupo  sgranocchiava il suo osso[1], accucciato a monte di un corso d’acqua.

Cacciò pigramente con lo sguardo, finché non scorse un agnello che beveva placido,  in fondo alla valle.
La bocca sollevò  dal fiero antipasto  e gli ululò contro:

“Ma che fai, intorbidi l’acqua?”

“Oh, mi scusi, non intendevo, non sapevo…sono nuovo di queste parti! Sono arrivato dall’Argentina…”

“Lo sapevo! Sei venuto a rubare il lavoro agli agnelli italiani!”

“Ci mancherebbe! Io sono stato importato secondo le corrette normative del mercato comunitario!”

“Quindi sei uno di quei comunisti di merda!”

L’agnello sorrise[2]
“La mia famiglia si identifica da sempre con le correnti più  moderate… per questo sono costretto a dissociarmi dalla sua terminologia. Nel dibattito politico c’è spazio per chiunque, però bisogna usare toni costruttivi!”

 

“Non ho sentito bene, hai detto mi dissocio o “sono frocio”?

“Non ci sarebbe nulla di male in quel caso, ma mi dispiace correggerla ancora…sono eterosessuale”

“Però sei moderato “lo incalzò il lupo  “Di questi tempi è un problema… potresti lasciare il paese in mano ai finocchi ideologi del gender”.

Iniziò a scendere verso la valle, digrignando i denti.

L’agnello, nel tentativo di procrastinare l’inevitabile, mormorò:
“Non c’è bisogno di fare così! Comprendo che io e lei la pensiamo in modo diverso su tante cose, ma possiamo coesistere. Come diceva quel saggio?[3]:

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo».

Il lupo ormai si teneva la pancia per il troppo ridere.
“E sai come si dice invece, dalle mie parti? Ogni mattina, un agnello si alza e sa che si sacrificherà dando la vita a minchia.   Ogni mattina, un lupo sa che dovrà svegliarsi presto, perché vuole  essere il primo ad aver l’onere e l’onore di mangiarsi il solito agnello che si sacrifica per chi, entro la fine della mattinata, lo mangerà comunque.  Quando sorge il sole, non importa che tu sia un lupo o un agnello… devi correre!”
Con la bocca ancora spalancata dalle risate, si avventò sul malcapitato, che finalmente vide realizzato il suo sogno di agnello sacrificale per la democrazia.

 

La favola ci insegna che Voltaire non perdeva tempo a dire cazzate.


[1]Un  riferimento al celebre “osso sacro”, noto anche ai greci antichi.
[2] Un bassorilievo macedone del 25 a.C. raffigura la scena.
[3] Edward Kasnerr (1786-1438)

Vita Eternia

Il primo eroe che ho avuto nella mia vita è stato He-Man.
Lui era un uomo che

AVEVA IL POTERE!

hemanpotenzio

Va bene ma…il potere per fare cosa?

Se vai a riguardarti il cartone su Netflix, He-man non faceva chissa’ cosa.
Si limitava a sventare qualche semplice piano dei cattivoni, senza nemmeno picchiarli.
Al massimo, li scagliava dentro qualche pozzanghera di fango, mentre Skeletor scappava in preda alle crisi isteriche.

Poi si accomodava a fine episodio e si metteva a spiegarti la vita.
Non drogarti, rispetta gli amici, mangia più frutta…elementare buon senso.

Però dicevano “Masters”...padroni dell’universo… io ho il potere…

L’unico potere concesso a He-man era lasciare le cose esattamente come le trovava.
Bisogna invece dare atto di una cosa ai cattivi: mettevano in discussione il migliore dei mondi possibili. Non era tutto  risate di papà Re e mamma Regina e festini a corte, ma anche:  montagne del serpenti, pianto, stridor di denti.

Un giorno, guardando oltre quella camicetta rosa e l’andatura da demente che usava per camuffarsi, aiutando gli altri ad allontanarlo dall’immagine di cio’ che gli faceva paura essere, Adam sollevò verso il cielo la sua spada magica e disse

PER LA FORZA DI GRAYSKULL!

 Trovandosi per la prima volta, una volta dissipate le energie della trasformazione, davanti a una verita’ impossibile da negare. Non l’eroe, non l’Altro, ma un giovane condottiero, il comandante designato di un’armata di valorosi soldati, maghi e tecnocrati dai mille ingegni. Una persona che aveva già tutto ciò che gli serviva. Una famiglia, degli amici, un popolo. Un piccolo mondo da difendere e la capacità per farlo.

Ma poi… la trasformazione. Mio padre aveva le braccia grosse e la pelle cotta al sole. Quando mi sgridava, quella voce mi disgregava come un tuono. Giocavo ai Dominatori dell’Universo, lo capisco solo ora, per dare una forma ordinata e comprensibile alle figure disegnate sul mio destino. Giocare per padroneggiare un piccolo universo, trasformarmi in mio padre… ma lui non capiva e pensava che lo odiassi quando interrompeva il gioco. Pensava che coltivassi il senso dell’orrido, del non conforme e tanto non sarai mai come ti vorrei. Se avessi giocato con me avresti capito, papa’. 

Skeletor invece?

Lui non aveva nulla.
E infatti, proprio per questo, voleva il potere.
Gli mancava l’altra metà della spada del potere, che serviva per formare la chiave e aprire il castello. Gli mancavano degli amici. Sì, aveva qualche servo, ma nessuno di essi gli serviva granché. A dirla tutta, gli mancava anche la faccia. Gli mancava il sorriso. Essendo privo di dotti lacrimali, gli mancava pure il pianto.

Per questo Skeletor voleva il mondo, voleva il regno, voleva

  IL POTERE.

Skeletorro

E che cazzo, aveva anche ragione, per certi versi. Forse se gli avessero dato qualcosa non si sarebbe ridotto così.
Se solo la sua faccia non fosse stata così vicina alla paura, alla morte, forse avremmo potuto capirlo di più, senza metterci a invocare tutto il potere dell’universo… solo per farlo andare via. Fino alla prossima puntata.

Del resto, più cresci, più ti avvicini alla paura… e altro.

Quando cresciamo e iniziamo a capire qualcosa, fuori da quelle quattro regole di buon senso nate per non farci sbattere contro il nostro stesso recinto,  impariamo qualcosa che non ci piace. E allora, tentiamo di cambiarlo.

Pensiamo subito che ciò significhi avere

IL POTERE

Qualcuno si limita semplicemente ad andare in palestra e farsi qualche lampada per essere bello e rispettato.
Non dico proprio ad Eternia, ma perlomeno nel cortile dietro casa.
Altri invece inseguono tutta la vita

 

IL POTERE

 

consumandosi pure la faccia nell’attesa, credendo che raggiungerlo significhi avere ciò che manca.

Come un bambino che urla dal giocattolaio perché vuole che il padre compri tutti i pupazzi dei Masters, perché crede che solo collezionandoli tutti potrà davvero iniziare a giocare sul serio.

Forse He-man,  nemmeno voleva partecipare a questa gara di avere e potere. Quando combatteva era sempre un po’ sardonico, quasi scocciato. Era felice solo quando poteva sparare le sue stronzate da pedagogo a fine episodio. Magari , ci pensi, voleva solo cambiar presto mestiere e coronare il suo sogno di diventare educatore, condividere le cose che sapeva specchiandosi nello sguardo allegro di un bambino invece che nelle vuote orbite fameliche di un nemico ottuso e poco impegnativo.

Crescendo ho iniziato a capire un po’ Skeletor. Non è che  io sia insoddisfatto da quello che ho. E’ che non riesco ad accettare la fame. Non riesco ad accettare che sia più difficile distribuire questo fantomatico potere che immaginarlo. Che esiste ed esisterà sempre qualcuno di cui siamo convenientemente ignari, che desidera e muore nel desiderio, disposto a strapparci tutto. Abbiamo accesso a una società del desiderio, un motore economico che si rigenera sempre sulla base del trono di un vincitore e intorno alla definizione di un premio.

L’unico costo di tutto ciò è vedere ogni tanto qualcuno che non ce la fa.

Il vero volto della sconfitta non ha la dignità  commovente dei personaggi del romanzo sociale. E’ spesso ridicolo e isterico, brutto al punto tale da essere nascosto. Non ricordo il punto in cui celarlo è diventato un compromesso accettabile, in cui l’empatia è sembrata un orpello un po’ patetico. Invidio la serenità di chi accetta le cose come sono e le racconta così come saranno.

He-man sta bene, io sto male. He-man è il bene, Skeletor il male, io non so dove stare.

Mi piacerebbe uno di quei consigli a fine episodio, in grado di rendere più nitida la strada del buon senso, per poi andare tutti a corte a festeggiare. In preda a questa dissonanza invece, vado nei meandri delle grotte fredde di Skeletor, sentendomi uno che si prende un po’ troppo a pugni in faccia da solo, e che del resto non può fare nient’altro che questo. Come Two Bad.

Twobaddy

Refresh le cache

In quei giorni il  Presidente Emerito fece montare alcuni generatori di stabilità  nello studio ufficale.

Le gradazioni  erano comunicate a distanza all’addetto alla manutenzione, utilizzando però un vetusto fax. La contorta procedura generava incomprensioni e problemi quasi all’ordine del giorno.

Lo staff del Presidente era stretto nella morsa di perturbazioni, oscillazioni, mortificazioni. 

Ogni giorno chiamavano invano la manutenzione, ma dall’interfono usciva solo un sibilo metallico.

A metà settimana ricevettero un foglio fax:

Gentile ufficio,

La stabilità  ideale dei luoghi pubblici è stata fissata dal Federal Bureau. Si prega di inviare ulteriori istanze o lamentele al foro competente o, in alternativa, rassegnare le dimissioni.

A dar lume alla stanzetta in cui alloggiava lo staff c’era una fila di tre finestre.

Rozze edificazioni offuscavano l’orizzonte, piantate in un terreno tossico a buon mercato, rubavano l’anima prima ancora di essere ultimate. Oltre i vetri, oltre i muretti e i capannoni abbandonati, si potevano immaginare canti di cotone.

Tutto intorno venivano piantate dalla penna dei cronisti  favole di favelas e maleducazione, con cui questi si illudevano di pasteggiare almeno fino al Martedì venturo.

C’erano dispersi nel grigio, invecchiati e ignoranti, identità e storie senza importanza, agglomerati nella miseria.

Gli strumenti digitali rilevavano empatia e altri astratti emotivi troppo lenti in fase di caricamento.

Si preferiva indietreggiare dal centro di un incidente, fino a diradare l’eco delle urla e l’odore del sangue, fino a ottenere un insieme consequenziale di rottami, che assumeva un senso più armonico man mano che lo si agglomerava alle macchie progressive del proprio zoom mentale.

I poeti, lasciati fuori a mendicare, stringevano l’aria in un comico moto d’orgoglio.

Alle loro spalle, lupi famelici emergevano dai piani rialzati dei palazzi e sfidavano la plausibilità della scena mangiandosi ogni comprensione, ogni spazio di reazione.

Occhi rossi, fiato mefitico, artigli e zanne che facevano male prima ancora che il dolore potesse essere compreso o interessante per qualcuno.

Lo staff si strinse nell’incerto, insondabile, incrociarsi degli occhi. Tutti contavano il peso che ogni giorno il Presidente Emerito dava ai loro respiri.

Una qualsiasi Prefettura di un qualsiasi angolo del globo avrebbe potuto certificare l’agibilità di quella stanza infernale mentre mangiava divorava e cacava vite umane, come se essa stessa fosse ormai l’unica cosa degna di esame  dell’emerita coscienza umana.

Sopra vivere

Io sono un ottimista. C’è un piccolo gradino, che mi separa da quello su cui è seduto il barbone che ieri sera è entrato in pizzeria, chiedendo una pizza senza avere soldi.

Posso sedermi assieme a lui e aspettare che a fine serata il Mc Donald’s o la pizzeria buttino via qualche avanzo. Attendere, attendere sempre.

Conosco bene che gusto ha l’attesa. Quando non è alcool è vomito, quando non è vomito è sangue, quando non è sangue purtroppo per te sei ancora vivo.

Posso diventare materia per racconti edificanti, aneddoti di periferia su ragazzi finiti male… oppure posso giocare.

Mi è stato detto: questa è sopravvivenza.

Eh, no. Io preferisco chiamarla ottimismo.

Entrare disgelando la diffidenza altrui, come i vampiri che per andare da qualcuno hanno bisogno del permesso.

E’ un incantesimo, parola che viene da canere, cantare in versi. La magia da sempre è associata a parole da scandire.

Naturalmente non vengo accompagnato da musiche, però c’è un preciso insieme di parole concatenate, scelte con cura e strategia.

Abbassano le difese naturali dell’istinto e lasciano entrare.

E’ da questo esercizio di magia che dipende la mia sopravvivenza.

Il potere di credere alle parole è conseguenza del potere dei maghi.  E’ per questo che ti chiamano dottore, che cercano casa, che rimandano all’ufficio di competenza. Per il rispetto e la forza che questo termine genera nell’interlocutore. Per la gerarchia di ruoli che crea.

Ma noi non produciamo nulla. Sono solo parole. E non bastano, per portare cibo. Bisogna canere, recitare versi, ripetere formule, liberare l’energia ipnotica delle sillabe.

C’è però un paradosso.

La magia è ripetizione uguale effetto.  Ma se le cose si ripetessero troppo spesso, non esisterebbe nemmeno la magia.

Guardando le cose alla giusta distanza, lo schema più grande che racchiude tutto ciò è una specie di Gioco dell’Oca, in cui maghi e sopravviventi accettano di cimentarsi.

Se sei abbastanza lucido da capire che per evocare quel che non esiste ci vuole la magia, allora puoi anche capire che qualsiasi gioco, per avere un vincitore, deve anche un perdente. O meglio, un sacrificio.

E’ questo che facevano nei tempi antichi, quando la litania non funzionava. Quando la magia veniva ostacolata dalla divinità più grande e terribile, il Fato. Si sacrificava qualcuno, quando le cose andavano male.

Prova a pensarci, quando preghi. La preghiera non è altro che un’espressione del bisogno, tutto umano, di fare qualcosa. Come la magia. O l’ottimismo. Oppure, semplicemente, aspettare.