Il Cane Giustiziere

C’era una volta un botolo, più fantasma che carne. Si chiamava il Cane Giustiziere.

Girava di notte per i vicoli e le piazze del paese. Si diceva che sorvegliasse il sonno della brava gente. Nessuno aveva mai visto questo randagio, eppure tutti sapevano che c’era. Di notte chiudevano gli occhi sereni, sognando solo cose belle. Davanti all’ingresso di ogni casa c’era sempre un po’ di cibo per il cane. Suppongo che fosse una specie di ricompensa per il suo lavoro.

Io non riuscivo davvero a capacitarmi di tutta questa storia. Quando lasciavo del cibo, come tutti, davanti alla porta,  puntualmente non ne restava traccia.
Non potevo certo accontentarmi di questa cosa. Volevo indagare, capire. Forse volevo solo incontrarlo.

Quando parlavo con qualcuno di queste mie intenzioni, mi veniva risposto solo che di giorno si lavora, di notte si riposa.

Per cui, dormivo. Però mi alzavo presto, per andare a cercare testimonianze o materiale per le mie indagini. A volte, durante questi  miei giri, mi pareva di scorgere persone conosciute. Mi avvicinavo per salutarle, ma da vicino il loro sorriso pareva la smorfia di un pazzo che corre incontro al sole. Quindi abbassavo lo sguardo e procedevo oltre.

Una sera usai una droga particolare per vincere il sonno e rimanere all’erta. Rimasi seduto sulle scale di casa, aspettando l’arrivo del Cane Giustiziere.

Passarono ore. Non venne nessuno. Mi stufai molto presto di stare seduto e decisi di uscire, per andargli incontro io stesso. Girovagai senza posa per il paese, controllai ogni vicolo, ogni stradina, ma l’unica cosa che mi venne incontro fu il suono delle catene cigolanti di una vecchia altalena. Nel silenzio, mi sembrava  una risata di scherno. Mi sentivo preso per i fondelli. Per vendicarmi, rubai tutto il cibo lasciato fuori per il Cane.

Nel frattempo gli occhi s’erano fatti pesanti, per cui decisi di rientrare. Giunto a casa, dormii come un ghiro fino a mezzogiorno. Quando mi svegliai decisi di uscire di nuovo. I volti che osservavo per strada erano diversi: tutti lavoravano, parlavano, ridevano. Io non avevo bisogno di salutare nessuno, perché nessuno mi guardava.